Il CASO MONTESI (1953) E “LA DOLCE VITA” (1960)

La memoria collettiva conserva un’immagine “favolosa” degli anni 60, ma questa - a prescindere dalla sua totale o parziale attendibilità - dovrebbe essere comunque estesa a buona parte del decennio precedente: gli anni 50, infatti, ne risultano la premessa da un punto di vista economico, politico, sociale. Nel giro di uno o due lustri il benessere modifica molte cose (molte, non tutte) e gli italiani sono i primi a cambiare.

Un tragico fatto di cronaca nera rende l’idea di come siano diventate diverse le armi con cui si combatte per il potere e la psicologia della massa, ormai nazional-popolare, ghiotta di pettegolezzi, scandali e torbidità varie. L’11 aprile 1953 viene rinvenuto sulla spiaggia di Torvaianica (RM) il corpo senza vita della ventunenne Wilma Montesi, scomparsa due giorni prima. La ragazza è di origini modeste e la quasi totalità di chi la conosceva la definisce bella, riservata, signorile, impegnata a preparare il corredo in vista delle nozze previste in dicembre. Il cadavere viene rinvenuto sulla battigia, con il volto immerso in pochi centimetri d’acqua, parzialmente vestito, senza scarpe, calze, reggicalze, gonna e borsa. L'autopsia stabilisce che la probabile causa della morte sia stata una “sincope dovuta ad un pediluvio”, affermando che con molta probabilità la ragazza abbia approfittato di un giro al mare per mangiare un gelato (i cui resti sono rinvenuti nello stomaco) e per fare un pediluvio nell’acqua marina al fine di alleviare una fastidiosa irritazione (non riscontrata dall'esame autòptico) ai talloni di cui - secondo i familiari - soffriva. Pertanto, ella si sarebbe sfilata scarpe, calze, reggicalze e gonna, prima di immergersi in acqua, venendo poi colta da un malore che il medico legale ha ricollegato al ciclo mestruale: caduta nell’acqua priva di sensi, sarebbe annegata. I circa 20 km di distanza tra il Lido di Ostia (luogo dell’ultimo avvistamento) e il punto del ritrovamento sarebbero attribuibili ad una combinazione di correnti. Infine, sempre dall'autopsia emerge che la ragazza fosse illibata, che non avesse subito violenza, che non avesse fatto uso di alcool o di sostanze stupefacenti. Così, senza distinguere i punti fermi da quelli discutibili ha inizio una campagna di sciacallaggio a livello nazionale che individua nel giovane musicista Piero Piccioni una delle vittime ideali: egli, infatti, era il figlio di Attilio, Vicepresidente del Consiglio dei Ministri, Ministro degli Esteri, massimo esponente della Democrazia Cristiana, il quale nel 1954 per l’intensità dello scandalo rassegna le dimissioni da ogni carica e pone fine alla propria carriera politica. Fino all’assoluzione con formula piena degli imputati, i quotidiani ed i rotocalchi enfatizzano toni scandalistici pur di ottenere un alto numero di vendite: sullo sfondo dei mondi dell'aristocrazia romana, della politica e di quello popolare della Montesi, si raffigurano gli scenari più scabrosi e torbidi (orge, droghe, omicidi), si offre il più ampio risalto ad ogni dichiarazione, rettifica, opinione, insinuazione, calunnia, diffamazione, testimonianza inattendibile (qualcuno ha contato circa 2000 testimoni, oltre 30 avvocati e 200 giornalisti che hanno scritto sul Caso). Gli italiani si dividono in colpevolisti o innocentisti, nei bar non si parla d'altro, così come tra colleghi in ufficio, ma ben pochi sembrano non dimenticare che la ventunenne Wilma sia morta vergine! Principale artefice di tali fiumi di inchiostro indirizzati contro lo stato maggiore della D.C. di De Gasperi è l’intera classe politica: non si deve dimenticare che le Elezioni del 1953 sono imminenti, che tra D.C. e P.C.I. è guerra totale e che nella stessa Democrazia Cristiana le correnti interne sono disposte a tutto pur di raggiungere la supremazia. In breve, lo scandalo mina la credibilità del Ministro Attilio Piccioni e del Governo ed il responso del popolo determina in modo chiaro il fallimento della nuova Legge Elettorale (nota come “Legge Truffa”), che porta Alcide De Gasperi al ritiro. Gli succede Amintore Fanfani, il quale è stato spesso indicato come uno dei principali fautori di tale gogna mediatica, in qualità di Ministro dell’Interno. La possibilità che Wilma Montesi sia stata vittima di un segreto corteggiatore, senza che la tragica vicenda debba essere collegata ad oscure trame, resta ancora oggi la più probabile, ma la meno interessante per la morbosità collettiva di quegli anni.

In quest’Italia provinciale, repressa, dove il livello medio di cultura è ancora per lo più basso, esce nei cinema “La dolce vita” (*) di Federico Fellini. C'è chi sostiene che in essa siano presenti echi del "Caso Montesi": un'ipotesi tendenzialmente da escludere, se non per le atmosfere sopra le righe di alcuni ambienti. Difatti, il pesce gigante ripescato dal mare nella scena finale non è un riferimento al corpo di Wilma, ma la rielaborazione di un episodio avvenuto sulla spiaggia di Riccione nel 1934, quando il Regista era bambino. L’idea iniziale del film era stata concepita come una seconda parte de “I vitelloni” (1953) e avrebbe dovuto intitolarsi “Moraldo in città”, citando proprio il protagonista che nel finale lasciava Rimini per andare a Roma. Mentre lavora al soggetto, però, Fellini comprende che guardare al passato non avrebbe giovato alla pellicola, perché una nuova generazione stava crescendo senza avere ricordi nitidi della Guerra: così, trasforma la sceneggiatura in una descrizione di quanto sta accadendo in quel tempo e sviluppa la vicenda su una lunga peregrinazione nella Capitale del giovane giornalista ed ambizioso scrittore Marcello Rubini (Marcello Mastroianni), in crisi morale e spirituale, accompagnato dal fedele fotografo Paparazzo. Marcello ha un’avventura notturna con la figlia di un ricco industriale, ne tenta un’altra con una famosa attrice straniera, ma convive con Emma, che minaccia il suicidio. Giunto in Città per un breve soggiorno, il padre non ne comprende la vita che lo vede entrare, tra l’altro, in salotti letterari, palazzi aristocratici, night-club, hotel, ville. In realtà, ogni luogo è come un girone infernale, nonostante l’apparenza dell’oro, dell’eleganza, delle risate; Marcello ne diventa lentamente parte e la consapevolezza con cui accetta quello che gli ruota intorno è l’elemento più mortificante.

Di certo, al successo commerciale ha contribuito l'intenso battage pubblicitario, ma soprattutto il clima incandescente delle critiche. Persino il mondo cattolico si spacca: il gesuita Angelo Arpa dichiara che è “la più bella predica ascoltata”, mentre su L’Osservatore Romano compaiono due articoli intitolati “La sconcia vita” e “Basta!”, scritti forse da Oscar Luigi Scalfaro. Lo scrittore Alain de Benoist afferma che “La Dolce vita testimonia con estrema sensibilità non il crollo della religiosità, ma della sua facciata ben pensante. Scandaloso non è il film, è ciò che denuncia.” Dopo quindici giorni di proiezione, gli incassi recuperano le spese di produzione; dopo due mesi superano il miliardo e mezzo di Lire. Nel 2010 Martin Scorsese dichiara: “Esistono i film prima de “La dolce vita” e i film dopo. Non si era mai vista un'opera di tale intensità morale, intelligenza, maturità. Ha cambiato la storia.” Federico Fellini racconta che durante il boom economico ogni cosa non procedeva tranquilla e la vita non era meravigliosa; lascia intuire il vuoto di quegli anni pari a quello dell’aristocrazia, degli intellettuali, dei cultori della bellezza e dell’eleganza, dei vip: un vuoto celato dietro ad un carnevale perpetuo. Fellini suona un campanello d’allarme per la direzione presa dalla contemporaneità e, al termine della visione, resta nello spettatore il sapore amaro della perdita delle illusioni.

Altri film sul tema: "Un eroe dei nostri tempi" (1955) di Mario Monicelli, "La sfida" (1958) di Francesco Rosi, "Il sorpasso" (1962) di Dino Risi, "Made in Italy" (1965) di Nanni Loy.

(*) La dolce vita (1960) - Regia: Federico Fellini - Cast: Marcello Mastroianni, Anita Ekberg, Anouk Aimée, Magali Noel, Alain Cuny, Annibale Ninchi, Lex Barker, Adriano Celentano - Sceneggiatura: Federico Fellini, Ennio Flaiano, Tullio Pinelli - Fotografia: Otello Martelli - Musiche: Nino Rota - Genere: drammatico - Durata: 180 minuti.

 

 

Alessandro

Da Riccione col furgone.

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