Il duello nell'arena catodica

Signor presidente sicuramente tratteremo svariati temi e argomenti nei minimi dettagli nel corso di queste interviste ma io vorrei partire, completamente fuori contesto, ponendole una domanda più di ogni altra che credo ogni americano e quasi ogni persona nel mondo vorrebbe che io le ponessi. Perchè non ha bruciato le registrazioni?”

La serie di interviste rilasciate dall'ex presidente Richard Nixon al giornalista inglese David Frost, nel 1977, va ben oltre le tradizionali conversazioni da studio televisivo. Perchè l'incontro tra i due personaggi non fu un semplice faccia a faccia. Fu invece un vero e proprio duello, una partita a scacchi che, nonostante le iniziali mosse vincenti del veterano della politica Tricky Dicky Nixon, venne infine vinta dal giovane giornalista inglese. Le interviste, raccontate trent'anni dopo da un'interessante riproposizione cinematografica di Ron Howard, Frost/Nixon-Il duello, sono rimaste nella storia della televisione americana come il programma televisivo più visto di tutti i tempi, con un'audience di oltre 45 milioni di telespettatori.
Le ragioni del forte interesse e del grande seguito che il confronto televisivo ottenne presso l'opinione pubblica sono dovute alle vicende legate all'ex inquilino della Casa Bianca. Lo scandalo che aveva travolto Nixon è uno dei più famosi del ventesimo secolo: il Watergate. Tra il 1971 e il 1973 la magistratura e i giornali (tra cui soprattutto il Washington Post) scoprirono che la Casa Bianca e il comitato per la rielezione di Nixon alle elezioni del 1971 aveva messo in piedi una specie di servizio segreto parallelo, i cosiddetti “idraulici”, incaricati di impedire le fughe di notizie dall’amministrazione e di spiare gli avversari politici del presidente. Tra le operazioni compiute da questa squadra ci fu l’irruzione all’hotel Watergate di Washington, dove aveva sede il quartier generale della campagna elettorale del partito Democratico. I componenti del gruppo vennero tutti arrestati. Nei mesi successivi vennero fuori le prove che collegavano quei gruppi a collaboratori strettissimi del presidente. La pressione della stampa e la minaccia dell’impeachment costrinsero Nixon a dimettersi il 9 agosto del 1974, dopo essere stato rieletto. Dal giorno dello scandalo Watergate al giorno delle sue dimissioni, il presidente si difese strenuamente da tutte le accuse che gli vennero rivolte senza indietreggiare di un solo passo. Il suo successore, Gerald Ford, gli concesse la grazia e così egli si autoesiliò in una sorta di ritiro dorato nella West Coast. Quando a tre anni di distanza dall'uscita di scena un giovane giornalista britannico David Frost “si presentò alla sua porta” per una serie di interviste, Nixon lo accolse di buon grado, attirato da un ottimo compenso, ma anche dalla possibilità di riabilitare la sua immagine di fronte alla nazione, dovendo confrontarsi con un giornalista sulla carta malleabile.

Ron Howard, nella sua pellicola, ricostruisce tutte le fasi di preparazione dei due contendenti alla sfida. Le interviste sarebbero state quattro e sarebbero stati trattati temi quali il Vietnam, politica estera, la vita privata di Nixon, per concludere poi la serie con la questione del Watergate. “Mentre queste interviste venivano seguite da milioni di persone in tutto il mondo - ha spiegato Howard - il vero fatto drammatico dell'evento consisteva nella dinamica tra due uomini. Una battaglia di ingegni in cui ciascuno combatteva per la propria vita professionale, e da cui uno solo poteva uscirne vincitore". In effetti, così come Nixon si stava giocando la sua credibilità di fronte al mondo, lo stesso Frost stava rischiando tutto, dato che aveva investito ingenti somme di denaro per portare l'ex presidente all'interno dell'arena catodica. Le prime tre sessioni di registrazioni videro la schiacciante vittoria di Nixon, non solo nelle tematiche che lo vedevano favorito in partenza, come ad esempio la politica estera, ma anche nell'affrontare temi più caldi come la guerra del Vietnam e il bombardamento della Cambogia. La capacità oratoria di Nixon aveva prevalso e l'ultimo round, seppur il più difficile dato che fino a quel momento non aveva mai ammesso alcun coinvolgimento nell'affaire di spionaggio politico, sembrava uno scoglio superabile. Frost, nonostante fosse stato bersagliato dai suoi collaboratori che lo ritenevano troppo tenero nei confronti di Tricky Dicky, studiò a fondo lo scandalo che aveva portato alle dimissioni dell'ex presidente così da potersi giocare tutto all'ultima mossa.

Nixon: “Senta, quando si è in carica a volte bisogna fare molte cose che forse non si possono definire, nel senso stretto della legge, "legali" ma vengono fatte per conseguire il bene più alto della Nazione

Frost: “Scusi, voglio essere sicuro d'aver capito. Sta veramente affermando che in certe situazioni il Presidente può decidere il migliore interesse della Nazione e poi fare qualcosa di illegale?

Nixon: “Sto dicendo che se è il Presidente a farlo vuol dire che non è illegale

Frost: “Come, scusi?

Nixon: “È quello che io penso... ...Ma mi rendo conto che nessun altro condivide questa opinione

Nixon quasi inspiegabilmente cedette e, nonostante il tentativo di sabotare l'intervista da parte del suo più stretto collaboratore che la interruppe bruscamente, si risedette di fronte a Frost, confessando di aver commesso gravi errori e di aver tradito se stesso e tutto il popolo americano. Frost era riuscito ad incalzarlo fino a fargli ammettere la verità.  Quella verità che finalmente aveva trionfato sulla menzogna e che portò Nixon a demolire definitivamente la propria reputazione. Frost invece passò alla storia come colui che spinse Nixon a confessare l'inconfessabile.

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