Io qui e il mondo fuori: il fenomeno hikikomori

Per l'attualità del lunedì abbiamo trattato spesso fenomeni sociali contemporanei, soprattutto legati ai social network ed al cyberbullismo. Quello di cui state per leggere però, non è la solita analisi di comportamenti discutibili del popolo in rete, ma un vero e proprio fenomeno psicologico nato negli ultimi anni nella sottocultura del web ma sfociato poi tristemente in un comportamento prettamente sociale e relazionale: il fenomeno hikikomori.

Facendo una breve premessa, la definizione di hikikomori ha origini giapponesi (Paese per altro in cui sembra esser nato il problema) e si riferisce a persone colpite da una sindrome che li induce a chiudersi nella propria stanza senza mai uscirne. Gli hikikomori sembrano essere prevalentemente maschi, tra i 14 e i 30 anni, con una intelligenza e una sensibilità superiore alla media.
Ma se nel decennio scorso soltanto Giappone, U.S.A. e Regno unito segnalavano casi di persone sempre più giovani che preferivano isolarsi dal mondo, attualmente anche i dati provenienti dall'Italia sono diventati davvero allarmanti. E mentre a livello internazionale si sta ancora cercando di capire se il rifiuto verso la vita sociale, scolastica, lavorativa per un periodo di tempo prolungato di almeno sei mesi con annessa una mancanza di relazioni intime, sia da considerarsi come un trend della modernità o un vero e proprio nuovo disagio psichiatrico, in Italia abbiamo ormai più di centomila adolescenti che preferiscono la solitudine e l'isolamento alla vita reale. Sicuramente un disagio di fondo è presente gli hikikomori: possono restare chiusi in casa tutto il giorno, uscire solo di notte o di prima mattina quando hanno la certezza di non incontrare conoscenti fino a fingere di avere una vita sociale normale quando invece faticano a mettersi in contatto con il mondo reale, girovagando nella speranza di non avere relazioni interpersonali.

Matteo Lancini, psicoterapeuta che da anni si occupa del fenomeno degli hikikomori nel nostro Paese, presidente della Fondazione Minotauro, dichiara che il fenomeno "è una forma estrema di protesta sociale, un grido di dolore, che nasce dal non sentirsi adeguati ai propri coetanei, incompresi a scuola, schiacciati dalla competizione".

Ma come si arriva ad un rifiuto tale del mondo esterno, specialmente in un'età in cui le relazioni interpersonali sono importantissime per lo sviluppo della personalità del soggetto in età adulta?
Per rispondere a questa domanda è necessario fare riferimento al sito hikikomoriitalia.it che dal 2013 segue lo sviluppo del fenomeno a livello italiano fornendo anche molte soluzioni utili per le famiglie, le istituzioni ma anche i ragazzi stessi. Secondo un recente studio belga, il processo è simile a quello di un circolo vizioso: i ragazzi partono da un'alta considerazione di se stessi, ma via via tendono a sviluppare una forte sfiducia nei confronti degli altri sia per motivi caratteriali, sia per aver vissuto situazioni sociali negative. Secondo questa tesi ci sarebbe quindi una predisposizione soggettiva a rinchiudersi in se stessi. Anche secondo Lancini i ragazzi vedono il ritiro dal contesto sociologico di appartenenza come unica salvezza da un mondo esterno che li fa soffrire.

A questo punto però è necessaria una precisazione: se è vero che spesso si tende a confondere il fenomeno dell'hikikomori con l'internet addiction, molti studi mostrano che solo in una minoranza di casi i ragazzi seguono alla lunga entrambi i comportamenti. Al momento sono state riscontrate soltanto alcune correlazioni tra i comportamenti di ritiro sociale e alcuni sintomi dell’internet addiction (come ad esempio isolarsi e compensare con internet, che permette al ragazzo di costruire e vivere altri mondi e vite parallele), ma i casi con questo tipo di correlazione nascono quasi sempre da episodi di bullismo che portano all'isolamento.

Purtroppo però, non è soltanto il bullismo a generare hikikomori. Spiega ancora Lancini: "il ritiro dalla società avviene in modo graduale, si parte spesso dal semplice evitamento delle situazioni sociali (es. il ragazzo non vuole andare a scuola perché ha mal di testa) passando poi al rifiuto di partecipare alle attività di gruppo, fino alla decisione di smettere di rispondere ai messaggi degli amici. Nei casi più intensi si inizia a stare svegli di notte e a dormire di giorno, chiusi in una camera che diventa a tutti gli effetti la realtà fino ad arrivare anche al rifiuto totale di connessioni con il mondo esterno, chiudendo profili social e staccandosi definitivamente da internet."
Agli hikikomori Matteo Lancini ha dedicato gran parte del saggio "Abbiamo bisogno di genitori autorevoli" con particolare attenzione alle problematiche legate ai cambiamenti sociologici degli ultimi anni. In una fase delicata come quella dell'adolescenza, sono specialmente genitori e insegnanti a poter supportare i ragazzi nella formazione della loro identità, nell'affermazione di sé e per sviluppare la capacità di decidere in autonomia.
Questo non significa che ogni adolescente è a rischio. Tuttavia, in seguito ai cambiamenti rapidissimi che ha vissuto la nostra società, è necessario stare al passo con il progresso per non restare impreparati.

Anche se attualmente esistono due approcci per affrontare il problema degli hikikomori (psicologico e psichiatrico oppure reinserimento e spinta alla risocializzazione) non sono certo da sottovalutare gli effetti a lungo termine a cui può portare questa "patologia". Partendo dall'inversione dei ritmi circadiani, è provato che l’isolamento volontario prolungato provoca diverse risposte psichico-chimiche quali antropofobia, paranoia, disturbi ossessivo-compulsivi, depressione, agorafobia, apatia generalizzata, comportamento regressivo ed infine abbassamento dei valori normali dei principali ormoni e neurotrasmettitori che rendono il soggetto aperto alle relazioni e, in generale, alla vita.

E se la scorsa settimana a Rimini si è tenuto Supereroi Fragili, il secondo convegno dedicato proprio agli adolescenti ed alle problematiche di un'età così difficile, nel nostro piccolo non possiamo fare altro che non smettere mai di informarci in modo da poter dare una mano anche a chi dà l'impressione di non volerla.

Per concludere, il mio invito va a voi lettori, giovani e non: cercate per quanto vi sia possibile di restare legati alla vita che ci circonda, con i suoi momenti no, gli attimi di felicità, le giornate nere e tutto il resto. Perché, in fondo, anche se il confine tra ideale e realtà è sempre labile (dato per certo che non esiste davvero una realtà esterna, oggettiva e comune a tutti), ricordandovi che siamo noi stessi, a formare la nostra realtà soggettiva. Una realtà che, non solo è frutto della nostra intelligenza emotiva, delle nostre emozioni e delle nostre esperienze che creano il mondo che ci circonda ma che agisce in primis su noi stessi e sulla nostra costruzione identitaria.
E credetemi, se ci è rimasta questa libertà e poche altre, è davvero un peccato guardare il mondo scostando le tende della nostra finestra.


Per chi volesse seguire le attività dell'associazione Hikikomori Italia, qui trovate la pagina Facebook.

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