Il fiore di Nanchino

Mentre l'Europa, e con essa l'intero mondo, sarebbe sprofondata nel baratro della guerra totale a partire dal 1939, in una parte del mondo, ancora remota per la società occidentale dell'epoca, un primo focolaio era già stato innescato ed avrebbe portato ad uno dei più efferati crimini di guerra della storia contemporanea. Mentre nel vecchio continente le dittature fascista e nazionalsocialista stavano pericolosamente consolidando la loro alleanza, in Giappone l'imperatore Hirohito stava attuando un'aggressiva politica di espansione che lo avrebbe portato in pochi anni ad abbracciare la causa dei regimi europei. La seconda guerra sino-giapponese, scoppiata nel luglio del 1937, era infatti vista dall'Impero nipponico come una tappa fondamentale per estendere il suo dominio sull'aria asiatica. La campagna cinese, che sarebbe risultata tanto logorante quanto quella russa per i tedeschi, vide l'esercito nipponico, meglio addestrato ed equipaggiato di quello cinese, avanzare rapidamente fino a costringere l'esercito del generale Chiang Kai Shek in difesa delle porte dell'allora capitale cinese, Nanchino. Prima ancora di prendere la città, i giapponesi, animati da un forte sentimento di superiorità razziale dettato dalla convinzione di essere discendenti di una stirpe divina, avevano dato prova della loro crudeltà. Ma l'orda barbarica che avrebbe investito la città di Nanchino rappresentò la pagina più atroce dell'intera guerra.

Le violenze e gli orrori che gli abitanti di Nanchino subirono per diverse settimane, a partire dal 13 dicembre del 1937, sono state magistralmente raccontate dal regista Zhāng Yìmóu nel film Jīnlíng Shísān Chāi (“I fiori della guerra”), nel quale la narrazione viene incentrata in modo particolare su quella parte di popolazione che si trovò più indifesa di fronte alla follia giapponese, le donne. Oltre infatti alle torture più efferate e alle migliaia di esecuzioni sommarie di civili, si stima che furono all'incirca ottantamila le donne, comprese anziane e bambine, che vennero violentate per esser poi amputate, impalate ed uccise dai militari giapponesi. Il regista, narrando l'immaginaria vicenda di un occidentale che si ritrova per caso ad agire eroicamente in mezzo ad un'immane orgia selvaggia, finisce per romanzare (senza alcun chiaro riferimento nella pellicola) quella che fu la reale vicenda di un uomo d'affari tedesco, tesserato e fervido sostenitore proprio di quel partito nazista che aveva già inziato a promulgare in patria le prime leggi razziali.

La figura di John Rabe è quella paradossale di un uomo che, seppur convinto sostenitore del regime che avrebbe di lì a pochi anni pianificato lo sterminio di milioni di persone, finisce per salvare, a rischio della propria esistenza, la vita di migliaia di civili in quello che per anni venne definito un “olocausto nascosto”. Imprenditore di Amburgo, direttore del complesso industriale Siemens AG a Nanchino, Rabe si trovava in città quando, il 13 dicembre, i giapponesi iniziarono l'assedio. Preso atto della gravità della situazione, l'uomo fece rientrare la sua famiglia in Germania e decise di rimanere per documentare quello che stava accadendo alla popolazione di Nanchino. Quando i saccheggi non furono più sufficienti e la violenza iniziò a riversarsi sui civili che vennero brutalmente decapitati, bruciati e seppelliti vivi, Rabe decise di creare, insieme ad altri occidentali rimasti in città e all'insaputa del regime nazista, il “Comitato Internazionale per la Zona di Sicurezza”, un'area di rappresentanza delle potenze straniere ampia quattro chilometri quadrati nella quale sarebbe stato fornito asilo ai civili cinesi. Migliaia furono i disperati che, venuti a conoscenza dell'area protetta, vi si rifugiarono per sfuggire al massacro. Nonostante l'alleanza del suo Paese con l'invasore nipponico e la 'protezione' garantitagli dalla tessera del partito nazista, Rabe mise spesso in gioco la sua stessa incolumità pur di tenere in vita la sua strategia: come in seguito testimoniarono moltissime delle persone a cui lo “Schindler di Nanchino” aveva salvato la vita, si trovò giornalmente a respingere i militari giapponesi che di notte cercavano di entrare nel giardino della sua abitazione, per seviziare e prelevare le oltre seicento persone che vi erano nascoste.

Nonostante non vi fu alcuna forza militare a presidiare la zona di sicurezza, Rabe riuscì a tenere al riparo i cinesi che in essa si rifugiarono: decine di migliaia furono le persone che sopravvissero sotto la sua protezione, in quello che viene ricordato come uno dei più grandi massacri di civili del XX secolo. Ma nonostante la gravità delle violenze che furono perpetuate ed il miracolo umanitario messo in atto da John Rabe, in momenti diversi e per ragioni diverse, si cercò di tacere circa le vicende di Nanchino. Quando alla fine di febbraio del 1938 venne obbligato a far rientro in patria, Rabe portò con sé filmati, foto e documenti a testimonianza degli orrori di Nanchino e si prodigò in ogni modo possibile per mobilitare la Germania in difesa della popolazione cinese. Le conferenze tenute da Rabe in giro per il Paese rischiavano però di minare le relazioni del Reich con l'Impero del Sol Levante: l'uomo venne interrogato e temporaneamente arrestato dalla Gestapo, mentre la documentazione raccolta nei giorni del massacro venne quasi completamente distrutta. E mentre in Cina veniva venerato come un santo, Rabe finì i suoi giorni in patria, povero e dimenticato. Una sorte simile ebbe il ricordo stesso di quelle terribili settimane di Nanchino: mentre i cinesi mantennero vivo negli anni il ricordo del massacro, cercando di ottenere dal Giappone la stessa abiura dei tedeschi sull'Olocausto, molti giapponesi posero un denso velo sopra quello che per anni venne definito con imbarazzo un semplice 'incidente', “L'incidente di Nanchino”.

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