Il Racconto dei racconti: Biancaneve e la triade cromatica

"Una volta, in inverno inoltrato, mentre i fiocchi di neve cadevano dal cielo come piume, una regina cuciva seduta accanto a una finestra dalla cornice d'ebano. E, mentre cuciva e alzava gli occhi per guardare la neve, si punse un dito e tre gocce di sangue caddero nella neve. Il rosso era così bello su quel candore, che ella pensò fra se: "Avessi un bambino bianco come la neve, rosso come il sangue e nero come il legno della finestra!". Poco tempo dopo, diede alla luce una bimba dalla pelle bianca come la neve, le labbra rosse come il sangue e con i capelli neri come l'ebano; e, per questo, la chiamarono Biancaneve."
(Da “Biancaneve”- Fratelli Grimm)

Vita. Sangue. Morte.
E’ nella stanza che la avvolge. E’ nel cuore tra i suoi denti. E’ dentro di lei.

L’eco dei fratelli Grimm risuona ancora forte tra le mura del castello dove la regina, una Salma Hayek mai così perfida, sta consumando con avidità il cuore di un drago marino, nella speranza di rimanere gravida.

L’eco dei fratelli Grimm risuona instancabile. Sarebbe infatti difficile pensare che Matteo Garrone non abbia attinto dall’inchiostro dei due scrittori, in particolare dalla tetra china di Biancaneve, per la composizione dell’inquadratura descritta. Trasportando nel suo fantasy d’autore i colori utilizzati per descrivere l’inizio della gravidanza della regina, madre naturale di Biancaneve, il regista romano ha partorito un dipinto riassuntivo del racconto di Basile (Lo cunto de li cunti), e della sua stessa idea di cinema.

Avvalendosi della fotografia patinata di Peter Suschitzky, storico collaboratore di David Cronenberg, macabra e carezzante, egli ha riportato la cosiddetta “triade cromatica” (rosso-bianco-nero) al suo massimo splendore, conferendo dignità al colore come pochi suoi colleghi hanno saputo fare. Garrone ha valorizzato la tradizione della cromia fiabesca, rendendo le tinte del suo film portatrici di significati allegorici ed emozionali, nel tentativo di incantare il festival di Cannes.

Il bianco del liquido seminale, della vita in divenire. Il rosso del sangue e della passione. Il nero della morte, dell’atrofizzazione. Il ciclo dell’esistenza si è sempre riproposto nell’uso di questa terna di colori, spesso associati alla nascita. Con il sangue colante del cuore, con il tessuto corvino del vestito che avvolge la regina, con il candore delle pareti, l’autore sembra voler sintetizzare la ragion d’essere del film, se non della propria intera filmografia che, oscillante tra realtà e finzione, esattamente come il funambolo che regge gli equilibri del mondo alla fine di Tale of Tales, si è costruita sugli elementi di vita, sangue e morte. Il Racconto dei racconti sembra infatti non solo il contenitore delle tre storie che lo compongono, ma il forziere di una storia ancor più grande. Quella del cinema di Matteo Garrone.
Ripensando brevemente agli ultimi capolavori del regista, non si stenterà a ritrovare le peculiarità che costituiscono questa sua ultima fatica, presenti quali elementi catartici in ogni sua opera.

La vita: luce trionfante contro un destino coercitivo, verso il quale i protagonisti altro non possono fare se non chinare il capo, prima di poterlo, a volte, rialzare. Ne è emblema la principessa Viola (dal secondo racconto "La Pulce") di quest’ultima perla cinematografica, che prima di raggiungere un violento riscatto, dovrà sottomettere i propri desideri di felicità al cospetto dei doveri imposti dalla tirannide paterna, il re di Altomonte (Toby Jones), un uomo affezionato più ad un acaro che alla figlia; come nel film Gomorra (2008) Ne è emblema Roberto, che rifiuta l’attività mafiosa sotto gli occhi attoniti di Toni Servillo, proclamando con fierezza “Io non sono come te”.

L’esistenza: contrassegnata dal sangue, racchiusa tra l’istinto di sopravvivenza e l’errante ricerca della speranza. Dalle prostitute nigeriane nell’opera prima Terra di mezzo (1996), ai giovani extracomunitari di Ospiti (1998). Un’esistenza drammatica e dolorosa, alla quale si può sopravvivere solo esercitando l'esistenza stessa.

L’onnipresente compagnia della morte, sullo sfondo di ogni sua pellicola, sembra potersi manifestare nei momenti più inattesi. Una parca con le forbici in mano che aleggia sulla vita degli uomini. E’ così in Gomorra come ne L’Imbalsamatore (2002), dove le armi, egoistico simbolo del male, sono celate, invisibili e nascoste. All’interno di una cava nel film tratto dal best-seller di Saviano, e nelle tasche del nano nell’opera che ha consacrato Garrone tra i grandi del cinema italiano.

Infine, collante del tutto, il precario equilibrio che lega i tratti cromatici e le storie, che separa la vita dalla morte, la verità dalla messinscena. Un grande bilanciere che unisce il film di fantasia e il realismo più brutale di un artista eclettico, il quale, esattamente come Enzo, protagonista di Reality (2012), ha introdotto la realtà nella finzione e la finzione nella realtà; una contaminazione di generi che ha narrato l’incredibile concretezza dell'irreale e la tangibile irrealtà del mondo, rappresentando eventi di cronaca tramite atmosfere sognanti, e una fiaba centenaria tra cruda carnalità e musiche "Burtoniane".

Bianco. Rosso. Nero.
Una struttura triadica che si era già ammirata in Terra di mezzo e che si ripropone ora in Tale of tales, non solo dal punto di vista tematico, ma anche da quello strutturale, nel diramarsi della storia in tre narrazioni diverse.
Un Racconto dei racconti, o meglio, un Racconto dei racconti del cinema. Il mostro narrativo della fiaba e della realtà.

Vita. Sangue. Morte.

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