IL REVENGE PORN: QUANDO LA VENDETTA È UN PIATTO DA SERVIRE ONLINE

Se fino a qualche anno fa la fine di una relazione portava con sé litigi, piccole ripicche e malelingue, con il dilagare dei social network ha avuto inizio il fenomeno del revenge porn. Spiegare il revenge porn è semplice: la storia finisce e colui che ne subisce le conseguenze si vendica pubblicando foto pornografiche e video privati sul web, spesso con tanto di nome cognome indirizzo e numero di cellulare dell’ex in questione. Inutile specificare che le ripercussioni psicologiche di queste condivisioni sono estreme: umiliazione, vergogna, rabbia e, nei casi più gravi, anche episodi di stalking correlato direttamente alla pubblicazione di dati personali sono solo alcune delle facce della medaglia di una violenza indiretta.

Parlandone in termini giuridici, il revenge porn è un reato. In Italia infatti, pubblicare qualsiasi informazione per conto di terzi, soprattutto se pornografica, è illegale. Ma la legge di cui parliamo, quella sulla privacy, non è uguale in ogni Paese e anzi, se ci mettessimo a studiare la sua effettiva validità sul web ci troveremmo in un ginepraio di eccezioni, postille, geolocalizzazioni e domini. Basta comunque fare una breve ricerca sul più generico cyberbullismo per vedere come soltanto alcuni Stati (Francia, Israele, Australia, Canada, New Jersey, Utah e California) hanno effettivamente introdotto delle leggi specifiche su questa forma di violenza virtuale, e che quindi se ci dovessimo appellare alla generica legge sulla privacy probabilmente ci troveremmo come Chiara da Perugia (ve la ricordate?) in un tumulto di: “l’hai girato e ora sono fatti tuoi”. È di fatto in costante aumento il numero di siti “dedicati” proprio all’ignobile arte del revenge porn: su quasi tutti i siti pornografici, sui social network e su Tumblr in cinque minuti possiamo tranquillamente trovare immagini, video e gif di ex fidanzati di tutto il mondo.

Se tutto questo non bastasse, purtroppo è un fenomeno che si autoalimenta: per ogni caso denunciato, altri dieci stanno già spopolando contemporaneamente perché, come per ogni fenomeno mediatico che si rispetti, entra in gioco l'emulazione e dalla notizia l'idea passa ad altre persone che iniziano a fare lo stesso. Se non fosse sufficiente come spiegazione dell'incremento, bisogna calcolare anche che ovviamente che c’è qualcuno nel mondo che di questo revenge porn si nutre purtroppo e ciò non fa altro che aumentare ulteriormente soprattutto il numero di views e gli share. Proprio per questo nel 2012 Holly Jacob, dopo essere stata vittima di revenge porn per oltre tre anni e mezzo, ha fondato il sito EndRevengePorn.org inizialmente per promuovere una raccolta firme per far sì che il fenomeno diventasse reato negli U.S.A. ma che poi è diventato una piattaforma utile per un supporto completo in materia. Al suo interno troviamo infatti materiali per gli avvocati statunitensi che si occupano di cause legali legate alla diffusione di contenuti, contatti di psicologi e centri di aiuto per persone vittime del revenge porn e una sezione in cui gli utenti possono raccontare la propria storia, proprio perché l’unico modo per arginare il problema sembra appunto essere parlarne, divulgare, informare quanto più possibile.

Ma se vi trovaste vittime di revenge porn? Che fare, oltre a parlarne parlarne parlarne e spendere tutti i nostri soldi tra avvocati e terapia? Innanzitutto Google, proprio venerdì scorso, ha annunciato il lancio imminente di un form online da utilizzare qualora del revenge porn comparisse appunto sul motore di ricerca per rimuoverlo prontamente dalle ricerche. Ovviamente però, anche qualora l’immagine non verrà più mostrata da Google (come già avviene su Twitter e su Reddit), essa resterà comunque online finché appunto un eventuale processo penale non condanni la persona che l’ha condivisa. Su social network come Facebook e Instagram esiste da tempo la segnalazione del contenuto, e in questo caso il consiglio è di armarsi di amici e pazienza e insistere, perché raramente un’unica notifica basta a rimuovere il contenuto. In generale comunque, qualora foste vittime di revenge porn, il primo consiglio è di armarvi di pazienza e studiarvi per bene la legge “right to be forgotten”, che tutela i cittadini Europei permettendo la rimozione di ogni link associato al proprio nome.

In ogni caso, mi sento di citare Charles Leadbeater e il suo We Think: The Power Of Mass Creativity: voi siete quel che condividete, perciò, se fino a qualche anno fa girare un filmino su VHS o farsi scattare qualche foto poteva essere un modo frizzante per tenere vivo il rapporto, attualmente è il vostro stesso nemico (internet) che volendo vi da un trilione di vie di fuga dalla noia, senza che dobbiate ricorrere per forza alla condivisione di parti del vostro corpo che nemmeno vostra madre conosce - ma che potrebbe scoprire con un messaggio whatsapp.

Il vero fulcro del problema però è che il dubbio su cosa fare o non fare tra le mura domestiche non dovremmo nemmeno porcelo. Putroppo, finché esisteranno applicazioni come Uplast, ovvero la versione porno di Instagram, Dirtyroulette, siti simili dove poter liberamente sfogare la propria rabbia con la stessa logica che abbiamo sui social normali - più like o share ottengo, più riempio il mio ego e di conseguenza mi sento meno sfigato per essere stato mollato – non avremo scampo dalle logiche perverse del revenge porn e ci toccherà sottostare ad un regime di castità, quantomeno digitale, per evitare che, tra i 3 miliardi di persone online, quello che ci dorme a fianco diventi un domani lo stesso che ci rovinerà la reputazione.

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