Il traghetto fantasma

Il traghetto che scende il fiume Mekong tra la Tailandia e il Laos è un lungo, affilato rettangolo di legno che scivola su acque di un colore verdastro opaco circondato da strisce di terra e da una foltissima vegetazione. Il traghetto è pieno di turisti europei e nord-americani con cui socializzo in fretta, per quanto io sia ancora preoccupata per la malaria. Essendomi informata sugli effetti collaterali dei farmaci antimalarici e sul rischio reale di contrarre la malattia, non molto alto in verità, ho deciso di limitarmi a cospargermi compulsivamente di spray anti-zanzara a titolo preventivo. Le pillole antimalariche non sono indicate per soggetti che già soffrono di incubi e attraversano inspiegabili fasi depressive di quando in quando, perché possono aggravare le condizioni psicologiche di una persona fino a indurla al suicidio. Però anche se il rischio è basso e non sento una sola zanzara, la prospettiva di finire in una clinica in Laos con la malaria non mi alletta.

Mi sforzo di conversare con gli occasionali compagni di viaggio ma tendo ad essere assente e silenziosa, ad osservare piuttosto che a parlare. Ogni tanto ci fermiamo su una sponda del fiume, dove vediamo accorrere gente locale, soprattutto bambini, tantissimi bambini, e caricare dei sacchi di merce sul nostro traghetto. Sono a piedi nudi, indossano logori abiti scoloriti. A volte ci salutano con la mano e ci gridano qualcosa ridendo. L'atmosfera è calda e indolente: ho l'impressione di slittare su una specie di fumo onirico, in cui alberi, acqua e persone sono come fantasmi, illusioni create dai capricci dell'aria.

Ad un certo punto il traghetto si ferma e salgono tre persone che mi svegliano subito dal pigro, inquieto torpore in cui mi sto crogiolando. Sono un quarantenne americano di bell'aspetto con un bambino laotiano sui dieci anni addormentato sulle larghe e alte spalle e una giovane donna locale sui venticinque anni con una flebo attaccata ad un braccio. Due uomini laotiani li seguono. "La flebo, tienile la flebo", ordina con dolcezza l'americano ad uno dei due uomini. Credo che sia un medico. L'uomo esegue scrupolosamente, attento che la flebo non si stacchi e non cada per terra. Tutti i turisti si zittiscono, fissano curiosi questo triste gruppetto e si scostano per lasciarli passare. Per un lunghissimo momento si sentono solo i passi dei nuovi arrivati sul pavimento di legno del traghetto e il mite suono dell'acqua sotto di noi. Il bambino è incosciente, ha anche lui una flebo al braccio ma non se ne rende conto. Dorme un sonno malato e sofferente, ma pesante come il piombo. Sono gli occhi della donna a scavare nei miei come due cerchi di lava nera. Non guarda nessuno, i suoi occhi sono fissi a terra, in una tristezza tanto larga e infinita che sembra doversi impadronire di tutto da un momento all'altro, avvelenando il fiume e l'aria, entrando nei nostri polmoni. Il suo sguardo è appoggiato su un qualche invisibile e immutabile paesaggio, tanto misterioso da incutermi soggezione. Uno dei suoi accompagnatori le mette una mano sulla schiena e la guida sul retro del traghetto, come se lei non potesse arrivarci da sola. L'americano ogni tanto lancia a lei e al bambino occhiate amorevoli e preoccupate. In un battibaleno le mie ansie sulla malaria sono svanite.

Dopo una mezz'ora vado anch'io sul retro per fumare una sigaretta, lontana dagli altri turisti. Sia il bambino che la ragazza dormono sdraiati su coperte colorate, persi in due mondi lontanissimi, o forse nello stesso. Soffio il fumo sull'acqua, sforzandomi di non guardarli.

Qualche giorno dopo, in un piccolo tempio buddhista di Luang Prabang, conosco un monaco novizio diciottenne, con cui parlo per ore. Mi confida che sua sorella è morta di malattia a venticinque anni perché nelle campagne del Laos non ci sono ospedali. Non è triste però, perché sa che rinascerà ancora, e che la sua prossima vita sarà migliore di quella che ha perso. La giovane donna del traghetto fa di nuovo irruzione nella mia mente come un fantasma pesante e invadente. In quel momento la sorella del monaco e la ragazza del traghetto diventano un tutt'uno. "Mi dispiace molto", dico al monaco. "Così è la vita, questa volta è andata così", risponde lui con filosofia, lo sguardo perso in un mondo lontano - forse lo stesso mondo che ho intuito vagamente negli occhi della giovane donna quel pomeriggio in cui l'ho vista passare sul fiume Mekong.

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