In Utero ®

Lo scorso 8 marzo, mentre molte donne si trovavano nel pieno di una festività comandata, si è tenuto un incontro alla Camera, promosso da deputate di diversi partiti e da associazioni familiari per la tutela della donna e dei suoi diritti, seguendo la scia del fronte femminista francese, che chiede l’abolizione universale della maternità surrogata. Il 15 marzo verrà appunto discusso nella Commissione Affari sociali del Consiglio d’Europa, a porte chiuse, il progetto di risoluzione sui “Diritti umani e questioni etiche legate alla maternità surrogata”, che sarà poi votato nell’Assemblea di Strasburgo tra il 18 e il 22 aprile.  Al di là delle polemiche legate alla relatrice del testo Petra De Sutter, ginecologa belga nota per essere la prima senatrice europea transessuale, il problema è chiaramente molto articolato e controverso sotto svariati punti di vista.

Attualmente, infatti, alcuni Paesi in Europa e nel mondo (Belgio, Paesi Bassi, Danimarca, Stati Uniti e India, per fare qualche esempio) la pratica della maternità surrogata è legale e, pertanto, molte coppie etero e omosessuali, risolvono il desiderio all’origine, mettendosi nelle mani di centri medici che, a caro prezzo, si prestano al cosiddetto “utero in affitto”. E se in Italia l’argomento sembrava chiuso con la risoluzione sulle unioni civili il 25 febbraio, l’Europa aveva già anticipato il dibattito: il 18 dicembre 2015 infatti il Parlamento europeo aveva chiaramente condannato la maternità surrogata, in tutte le sue forme, come pratica lesiva della dignità umana della donna, e dei diritti del nascituro.

Prima di addentrarci nella questione, è corretto far luce su cos’è la maternità surrogata, e capire perché femministe e Parlamento europeo hanno preso una posizione così forte, al di là delle leggi specifiche sulle unioni civili di ogni singolo Paese. Con “maternità surrogata” si intende letteralmente: la gestazione per altri, ovvero il ruolo che nella fecondazione assistita appartiene alla donna (chiamata anche madre portante) che provvede alla gestazione e al parto del bambino “su commissione” di una persona o di una coppia, alla quale consegnerà il figlio dopo la nascita. La fecondazione può avvenire sia con il seme e con gli ovuli della coppia, sia con quelli di donatori e donatrici. Esistono infatti due tipi di “maternità surrogata”: quella tradizionale, che consiste nell’inseminazione artificiale dell’ovulo della madre surrogata che quindi, in questo caso, è anche la madre biologica del bambino; e quella “gestazionale”, nella quale la madre portante non ha alcun legame genetico con il piccolo. In questa seconda opzione infatti viene impiantato nel suo utero un embrione realizzato in vitro, che può essere geneticamente imparentato con i committenti o provenire da seme e ovuli di donatori e donatrici.
Contrariamente a quanto si pensi, la pratica della maternità surrogata viene utilizzata per oltre il 90% da coppie eterosessuali, che scelgono questa via per vari motivi: dall’impossibilità di portare avanti una gravidanza da parte della donna all’infertilità del coniuge. Nello specifico, in Italia, è vietata dalla legge 40 sulla procreazione assistita dal 2004, anche se ci sono stati casi molto discussi di coppie eterosessuali che, una volta tornate in Italia con il neonato, sono riuscite ad ottenerne il riconoscimento.

Astenendomi da qualsiasi tipo di giudizio di tipo morale, cercherò ora di venire al nocciolo della questione, che è più banale di quel che sembri: che si voglia o no, i movimenti femministi si stanno muovendo non tanto contro la pratica in se ma - udite udite - contro il rischio che con la pratica il corpo femminile diventi un ulteriore merce di scambio, alla luce del fatto che ovviamente “affittare un utero” non è certo gratuito.  Molte deputate italiane, per fare due nomi Emma Bonino e Filomena Gallo, hanno puntato subito il focus sul dibattito relativo al fatto che affittare il proprio utero è una forma di commercializzazione, dunque di potenziale sfruttamento e quindi, al di là delle modifiche apportate al DDL Cirinnà sulle unioni civili che non prevede di fatto la "stepchildren adoption", la questione “maternità surrogata” è di fatto rimasta in sospeso.
Purtroppo infatti, per chi davvero è informato o si è trovato nella condizione di avere problemi di fertilità, questa considerazione non sarà una novità: sulla maternità la sanità italiana e mondiale ci lucrano da almeno dieci anni. Dalla fecondazione assistita, alle cure ormonali, al chiudere entrambi gli occhi su casi di coppie che ricorrono alla pratica all’estero e poi tornano in patria nella speranza che il figlio venga riconosciuto, è ovviamente un dibattito molto delicato quanto al contempo prettamente economico che non riesce e forse non riuscirà mai a trovare risoluzione.

Non posso che sentirmi dunque indignata come donna, perché se mia madre trent’anni fa gridava “l’utero è mio e lo gestisco io” per ottenere la tanto auspicata legge sull’aborto, io mi ritrovo a dover fare lo stesso in sordina, nel 2016.

In primis poiché mi chiedo come sia possibile non seguire l’esempio del Regno Unito, che la dichiara lecita a patto che sia effettuata a titolo gratuito e con specifici requisiti da rispettare: i richiedenti, eterosessuali o omosessuali, devono essere sposati, conviventi o uniti civilmente, si deve dimostrare l’assenza di transazioni economiche, al di fuori di quelle connesse alle spese del processo e così via, e della Grecia dove non sono previsti compensi in denaro, ma solo rimborsi spesa, e che non ci siano vincoli genetici tra la madre surrogata e gli embrioni, deve infine esserci un’autorizzazione che certifichi l’effettiva impossibilità dell’aspirante madre di portare a termine una gravidanza. Insomma, voi che al Governo e in Parlamento state a scrivere, riscrivere e discutere leggi di mestiere, non avete probabilmente con volontà e consapevolezza inserito una voce nel DDL Cirinnà in merito, perché sono abbastanza convinta che, a livello internazionale come nazionale, la pratica non sia altro che una alternativa per portare al guadagno economico di qualcuno, sia esso un ginecologo italiano che suggerisce la fecondazione in vitro (dai 500 ai 5000€), oppure una clinica estera che, sempre a caro prezzo, fornisca un servizio a coppie disperate ed a donne altrettanto disperate, guadagnandoci a sua volta.

Ovviamente non possiamo nemmeno ignorare quella parte di popolazione che muove obiezioni alla pratica nella sua totalità, sostenendo che, se il desiderio è quello di avere un figlio, bisognerebbe piuttosto ricorrere ad un nuovo disegno di legge dedicato alle adozioni.
Ma, anche in questo caso, si casca in pieno nella stessa problematica: le adozioni in Italia non sono  solo difficoltose ma ahimè quasi bloccate, non soltanto per l’iter burocratico ma soprattutto poiché lo Stato e le strutture stesse che ospitano i bambini ci guadagnano dei soldi. Come? Sapevate che, ad esempio, per adottare un bambino dalla Russia la coppia deve fare almeno quattro viaggi ai quali si aggiungono i costi burocratici e di tribunale e che, in alcuni casi, per regolarizzare la documentazione bisogna pagare fino a 2000€ a cui vanno aggiunte le tasse da pagare ai Paesi stranieri, oltre che le spese di gestione degli enti autorizzati? Senza contare che l’Italia manca completamente di trasparenza visto che le norme sono vigenti a livello regionale (ad esempio, in Veneto, c’è il divieto di adozione di bambini al di sopra dei 6 anni di età). Quindi, a livello nazionale, non si conosce il numero delle adozioni internazionali, da quali Paesi provengano gli orfani, l’età precisa dei bambini adottati e altri mille dati specifici legati alle differenti leggi territoriali. Silvia Della Monica, magistrato resa responsabile della gestione a livello governativo della questione, non ha mosso un dito per sistemare i rapporti di diplomazia internazionale indispensabili per lo “sblocco” di molte pratiche, questione su cui per altro lo stesso premier Renzi aveva promesso una maggiore attenzione ma che fino ad ora non hanno trovato “posto” nell’ordine del giorno dei nostri politici.
E, mentre diminuisce probabilmente per sfiducia il numero di famiglie che fanno richiesta di adozione nel nostro Paese, ad oggi solo negli orfanotrofi italiani ci sono 35mila bambini a cui si aggiungono i 400 neonati abbandonati ogni anno alla nascita mentre appunto, le adozioni nazionali in un anno si aggirano tra le 1.000 e le 1.300.

Tristemente quindi, potremo passare anche i prossimi mesi e anni a gridare dei nostri diritti di donne, a rivendicare i nostri diritti in quanto esseri umani, a discutere questioni etiche legate alla maternità surrogata, a scannarci su religione, orientamento sessuale, ideologia morale e quant’altro. Ma non dimentichiamoci mai che, alla base di tutto, c’è un solo e unico giudice: il denaro. E che contro di esso non possiamo fare nulla, se non cercare di muovere il nostro Paese a cercare di mettere l’essere umano al primo posto rispetto a tutte le questioni economiche che tanto, ahimè, non si risolveranno stando seduti in cerchio votando premendo un bottone.

 

(N.d.a. per chiunque volesse sostenere la richiesta internazionale per l'abolizione universale della maternità surrogata può sottoscrivere la raccolta firme qui.)

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