“Inferno”

Per quanti erano piaciute quelle de “Il Codice da Vinci” (2006) e di “Angeli e demoni” (2009), è arrivata sullo schermo la terza trasposizione cinematografica di un romanzo di Dan Brown, con protagonista sempre lo stesso Professore dell’Università di Harvard, stimato esperto di simbologia religiosa. Dopo aver sconfitto il “Priorato di Sion” e gli “Illuminati”, questa volta l’organizzazione segreta con cui deve fare i conti è il “Consortium”, intenzionata a risolvere in via definitiva il problema del sovraffollamento umano sulla Terra.

Robert Langdon si risveglia nel letto di un ospedale di Firenze, affetto da un’amnesia e ferito alla testa, a causa di un attentato alla sua vita. Mentre si sforza di mettere a fuoco le vicende delle ultime 48 ore, che riaffiorano in modo confuso e lacunoso, una killer travestita da Carabiniere irrompe all’interno della struttura ospedaliera tentando nuovamente di ucciderlo. Per salvarsi la vita, scappa insieme al medico Sienna e, nella casa di lei, inizia a ragionare sui misteri che si annidano intorno alla prima Cantica dell’immortale Commedia del sommo Dante, le cui immagini restano ancora criptiche nella sua mente. Inizia così una fuga-indagine che si snoda in alcuni luoghi incantevoli di Firenze, nella Basilica di San Marco a Venezia e nella Basilica di Santa Sofia ad Instanbul.

Oltre all’attore principale, al regista ed alla fonte letteraria, la struttura del film presenta altri punti di contatto con i suoi precedenti: l’ambientazione in larga parte italiana, l’incredibile capacità intuitiva del personaggio interpretato dal due volte Premio Oscar (in pochi secondi lui capisce quanto nessuno ha compreso nel corso di secoli o millenni), la trama composta da elementi storici mescolati ad un’alta dose di fantasia, l’eterna lotta tra bene e male, il ritmo da action thriller (o presunto tale).

Purtroppo, Tom Hanks appare davvero scialbo, non solo nei confronti delle sue prove più illustri, ma anche delle due precedenti pellicole in cui ha interpretato Langdon; inoltre, i capelli tinti di Basilica Santa Sofia, Dante, Dante Alighieri, nero corvino risaltano in modo eccessivo rispetto al volto imbolsito e più che con impegno sembra aver affrontato questo ruolo senza sforzi. Anche Ron Howard ha offerto regie notevolmente migliori: non è necessario risalire indietro nel tempo, ma basta ricordare il recentissimo documentario “The Beatles: Eight days a week” (2016). Certo, non mancano alcuni tocchi di classe, come la scoperta del panorama fiorentino dalla finestra dell’ospedale, la visione di Firenze e delle Basiliche già nominate, i primi 15 minuti serrati, i flash mnemonici infernali: tre o quattro rondini, però, non fanno primavera e non sembrano sufficienti a definire “Inferno” un film di classe e solido. I dialoghi, infatti, sono di una banalità sconcertante, degni di una pessima fiction televisiva; il ritmo non riesce a mitigare il senso di minestra riscaldata che si prova più volte durante la visione; la crittografia sembra un pretesto per far muovere i primi passi alla vicenda; la dose melò della seconda parte è mielosa e priva di interesse. Infine, Felicity Jones sta nei panni della Dott.ssa Sienna come il sottoscritto in quelli di Brad Pitt.

Consigliato a: fans a qualunque costo. Voto: 5.

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