Infetto

Morso. Infetto, come gli altri. Infetto come tutti loro.
E ora che fare? Combattere fino alla fine, per poi ritrovarmi a negare la mia stessa umanità, o abbandonarla da subito, consapevole che la certezza della perdita futura sia una perdita già nel presente? Con che prospettive? Con che prospettive combatto per una parte piuttosto che per l’altra? Come posso prendere una posizione, rimanere fedele alla mia specie, la mia razza? Nè l’uno ne l’altro, né vivo, né morto, e, tremendo a dirlo, nemmeno zombie. Sono io il vero non morto, nel limbo. Ancora vivo, infetto, ma futuro morto. E dire che dovrei essere tale fin dalla nascita, con l’anomalia deossiribonucleica della morte ad aleggiare sulla mia testa. Non c’è niente dove sto andando. Solo l’esistenza che si perpetua senza alcuna discrezione. Esistere per esistere e basta.
Con che coraggio posso stringerti ancora tra le mia braccia, amico mio, quando, più tardi, ti vorrò a marcire nella mia bocca, dilaniato dai miei denti, strozzato dalle stesse mani che ora ti porgo in segno di pace?
Impulsi animali. Istinti ancestrali. La fame.
E se fosse questo il paradiso promesso? Niente più vincoli o coercizioni, ma solo la necessità prima e il suo soddisfacimento. La tranquillità. Popolare un mondo nuovamente incontaminato. Se fosse questo l’aldilà, un’aldilà non spaziale, ma temporale, il cui limite è la morte come la conosciamo? Se il paradiso non fosse altro che lo smarrimento della propria identità? Se fossimo destinati a popolare sempre e solo la terra? E se dopo la morte, ci fosse una non morte e poi una morte e una non morte ancora? Quale sarebbe il significato?
Cado a pezzi, come ho sempre fatto. Ma solo ora lo percepisco. Perché lo sento scorrere dentro di me, il morbo. Perché ora la sento nutrirsi dei miei organi, la morte. Cammina all’interno dell’involucro, dalle gambe fino alle papille gustative. La sento sgattaiolare tra i miei organi come un ratto. La sento rosicchiarmi i reni, il duodeno e i polmoni. E questa consapevolezza è il dramma maggiore. Non tanto il dolore, quanto la percezione del suo propagarsi. Non il morso, ma l’attimo prima. Non la fine, ma l’attimo prima. E la convivenza forzata con qualcun’ altro dentro di me, che sia un estraneo o la mia parte peggiore.
Fa male. Fa un male del cazzo. Lei ti divora da dentro fino a quando non diventate un tutt’uno. E allora tu divori loro, gli altri. Gli amici. I parenti. Il corpo e basta. E il mio? Il mio corpo? Non lo sento più, ma forse è meglio così, perché poi sentirò solo quello. Quante contraddizioni…
Non sento alcun tipo di fame e poi vorrò solo mangiare, una volta giunta a compimento la trasformazione. Ho paura della morte, nonostante io abbia la certezza della resurrezione.
Sì, deve esserlo per forza. Questo non più che essere l’inferno di Dante. Un continuo contrappasso, una punizione divina che nasce in un modo e termina nel suo contrario.

E lei ha i grumi, mi gonfiano la pelle e mi ostruiscono le vene. Riesco a vedere il mio corpo allo specchio, gibboso, butterato, deforme. Deforme come lui, quello che mi ha preso per le caviglie mentre salivo sul camion e mi ha trascinato a terra. Era più lento di me, più goffo di me, ma mi ha comunque carpito. E mi ha comunque ferito.
E dire che cominciavo a sentirmi al sicuro. Avvezzo ad una nuova esistenza priva di rapporti umani (di umani stessi a dire il vero) ma oltrepassata da una parte all’altra da un generale senso di pietà. Finalmente la solidarietà indiscriminata che solo il nemico comune è in grado di portare. Il rispetto per l’uomo giunto con la comparsa del non umano. I vivi contro i morti e nulla più. E dall’una o dall’altra parte, poco ha importanza. Si può solo continuare.

Ma allora che fare, come terminare questi ultimi giorni? Forse, e solo forse, l’unica soluzione è quella di restare umano fino all’ultimo momento. Lottare per la mia umanità, combattere, sanguinare, vomitare, se sarà necessario, per quello che sono in questo momento, la mia esistenza temporanea, che è adesso e null’altro che adesso. 
Sopravvivere.
E una volta arrivato dall’altra parte, fare lo stesso. 

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