Intervista a Claudio Buja, Presidente della Universal Music Publishing Ricordi

Siamo riusciti a intervistare Claudio Buja, Presidente della Universal Music Publishing Ricordi, che ci ha raccontato molte cose sul mondo musicale al giorno d'oggi e sopratutto come vive il cambiamento del mercato un colosso come Universal.

Partiamo con una domanda forse banale: quanto influenza a suo avviso un nome come Universal nella riuscita di un artista? Avete delle linee guida da rispettare rispetto all’Universal mondiale oppure siete liberi di promuovere a vostra discrezione?

Universal è un marchio molto importante nel mondo, probabilmente in questo momento la casa discografica numero uno nel mondo. La Universal discografica ha molte diramazioni, molte filiali in tutto il mondo e le filiali sono tutte libere di decidere, non ci sono linee guida imposte dall’alto. É chiaro che definiamo una multinazionale "generalista" perché - nel pop - non opera in mercati di nicchia, normalmente non lavora su cataloghi troppo specializzati e quindi deve andare incontro al grande pubblico. Diciamo che la parte discografica in questo momento, come nel resto del mondo, soffre un po’ della mancanza di risorse da investire nella ricerca; nell'attività editoriale invece - che comporta investimenti minori - noi siamo sempre molto attenti a cercare autori che sappiano scrivere canzoni. Quindi, c’è libertà nelle scelte, è semmai il mercato che crea qualche trappola e qualche sbarramento, sopratutto a livello promozionale.

Universal Music Group è la maggiore etichetta discografica mondiale (quota mercato del 25,5%). Come riesce a suo avviso il gruppo a mantenere questo primato nonostante l’ormai decennale calo delle vendite causate dalla pirateria?

Quando parliamo di market-share di Universal - cioè di una quota superiore a un quarto del mercato mondiale - parliamo di percentuali, non di valori assoluti. Questa quota non è condizionata dal calo del mercato, che è calato sia per i grandi gruppi che per gli indipendenti; Universal cerca di reagire alla crisi con ampie manovre, e anche con acquisizioni: in passato è stato acquistato il grande catalogo editoriale BMG Ricordi, e più recentemente la EMI discografica. Ma ora il mercato sta reagendo, da un paio d'anni si registrano segnali incoraggianti di ripresa. Ora siamo in un momento congiunturale perché non riusciamo ancora ad ottenere il dovuto dall'enorme uso del digitale, sia per l'effetto della pirateria che per la difficoltà ad ottenere il giusto compenso per gli autori, gli artisti e gli altri aventi diritto dall'uso incontrollato dello streaming.

La Universal ha di recente collaborato con la Vodafone Music Night a Milano, preso accordi commerciali con il colosso alberghiero Marriott International. In questo caso si parla di partnership curate dalla Universal Music & Brands. L’Italia come si sta muovendo in merito? Sono previste partnership nazionali?

Sono previste partnership non a questi livelli, si fanno in realtà degli accordi soprattutto per sviluppare un catalogo digitale magari anche brandizzato con operazioni di co-marketing. A questo proposito noi abbiamo un sito che è stato pensato per facilitare il lavoro delle aziende, permettendo agli operatori di ascoltare la nostra musica per utilizzarla a fini di sincronizzazioni sia pubblicitarie che cinematografiche. Naturalmente si tratta di un discorso commerciale quindi si tratta sempre di stringere accordi che tutelino gli interessi comuni di interpreti, autori, discografici ed editori.

Parlando sempre di brand vorremmo chiederle di spendere due parole sulla Digster.fm, il sito che si appoggia a Spotify per gli ascolti. Tuttavia, tra Universal e l’applicazione, è in atto una battaglia per la riduzione dei minuti gratuiti di ascolto. Quale policy seguite per il vostro canale Spotify ufficiale?

Tutti questi canali che hanno grande diffusione devono riconoscere i diritti a coloro a cui i diritti spettano. Taylor Swift recentemente ha condotto una battaglia contro Apple che voleva lanciare il suo sito di streaming non facendo pagare, per i primi tre mesi, i brani ascoltati, ma non riconoscendo alcunché anche agli artisti e agli autori. Ora, se qualcuno ha un negozio di scarpe e decide che per i primi tre mesi vuole regalare scarpe, è libero di farlo per promuovere la propria attività; ma non può decidere che queste scarpe non verranno pagate a chi le ha disegnate e prodotte. Se Apple lancia un sito, non può chiedere di non pagare diritti per tre mesi. Può decidere di regalare musica, ma solo accollandosi il costo di questa operazione, riconoscendo comunque i diritti agli autori, agli interpreti, ai discografici e agli editori. Si possono certamente raggiungere intese senza derubare nessuno; e a volte qualcuno cerca di far passare i discografici per sfruttatori, quando in Internet operano realtà parassitarie, grandi gruppi che si arricchiscono sui contenuti di altri senza voler riconoscere il giusto compenso.

E con Youtube? Riuscite a controllare i contenuti o ritiene sia una battaglia persa in partenza?

Con Youtube, che è di proprietà di Google, non è una battaglia persa; a volte sembra la lotta fra Davide e Golia perché ormai Google è un gigante che spesso fa quello che vuole e poi decide di trattare con i titolari dei contenuti solo a cose fatte. I nostri amici interpreti e autori sanno benissimo che da Youtube arrivano pochi soldi. Ne dovrebbero arrivare di più però è chiara la difficoltà nella fase di gestione e di controllo. Era già successo, in passato, col fenomeno delle suonerie: alla fine gli unici ad averci realmente guadagnato sono state le compagnie telefoniche e i produttori di apparecchi mobili. Oggi l’importante è che siano riconosciuti i diritti ogni volta che c’è uno streaming di contenuti protetti.

Social Network e discografia: se da un lato proliferano condivisioni di contenuti fruibili gratuitamente, dall’altro, visti i like ai social e alle pagine di condivisione dei canali ufficiali, crede che possano essere strumenti utili per accrescere la visibilità dell’etichetta e dunque portare a un aumento delle vendite online?

Io credo che i social network siano molto utili in fase promozionale, non so quanto possano alimentare le vendite, ma sicuramente il passaparola della rete può creare e aumentare la popolarità. Tutti se ne servono, quelli che se ne servono meglio hanno delle risposte molto soddisfacenti. Io non sono un nativo digitale, però conosco e frequento i social, come tutti. I social network servono soprattutto a questo: a farsi conoscere. Nel bene e nel male, se vogliamo, ma è così.

Come vede un ex direttore artistico la difficoltà dei nuovi talenti di essere chiamati direttamente da una grande etichetta ma di dover fare, almeno in Italia, un paio di anni minimo di gavetta con una etichetta indipendente?

Io rovescerei la domanda; tutto sommato io vedo le grandi multinazionali della musica come le grandi squadre di calcio, che ogni tanto devono andare a comprare qualche giocatore che è cresciuto in provincia. In questo senso le indipendenti hanno una grandissima funzione nel nostro mercato così come hanno una grandissima funzione le società di calcio di provincia proprio per ricercare e sviluppare talenti. Ho grande rispetto per discografici ed editori indipendenti. Il vero dramma è che l’impoverimento del mercato ha tolto risorse alla ricerca e quindi in definitiva succede che le case discografiche oggi si affidano principalmente a quegli artisti che si mettono in luce attraverso i talent show televisivi, e che hanno già una certa popolarità. Oggi è molto più difficile di un tempo far nascere artisti, farli nascere come si faceva una volta attraverso un lavoro di ricerca e di costruzione.

Sempre con lo sguardo al direttore artistico, ci può svelare come funziona il lavoro di “talent scout” della Universal?

Ormai non lo so più, perché io mi occupo più di ricerca di autori che di cantanti però la mia impressione è, come dicevo prima, che oggi sia molto difficile imporre un artista al di fuori di quei canali che sono diventati estremamente popolari e che permettono di promuovere l’artista prima ancora che sia firmato dalla casa discografica. Io ho avuto la possibilità di "scoprire" e di firmare, tra gli altri, Elio e le storie tese; oggi non so se qualcuno andrebbe a firmare un gruppo di questo genere se non fosse supportato già da una popolarità televisiva o acquisita magari anche attraverso un talent show o attraverso i social network.

La sua figura professionale è spesso mistificata dalla gente comune. Le va di raccontarci com’è la sua giornata tipo?

Non esiste una vera e propria giornata tipo. La mia attività è specialmente quella di coordinare i professionisti che lavorano nella mia squadra: cercare nuovi autori, venire incontro alle necessità di quelli già affermati, tenere rapporti con la Siae, distribuire i diritti, firmare contratti, proporre musiche e canzoni per utilizzi pubblicitari, gestire i budget e riferire all'estero l'andamento delle attività. La sera, a volte, c'è anche il tempo per un concerto o una cena con un artista o un autore. Che è la parte più divertente, in definitiva. Perché è molto importante ricordare che siamo i principali partner dei nostri creativi, quindi gli autori e gli interpreti. E che dobbiamo lavorare insieme a loro per far guadagnare loro e guadagnare noi.

Quando non lavora cosa le piace ascoltare?

Nel mondo della moda si fa il prêt-à-porter per il grande pubblico, e l’haute couture per capire le nuove tendenze. Io ascolto molta musica italiana di giorno, molta internazionale di notte. Mi piacciono i grandi autori come Bob Dylan, Leonard Cohen, Tom Waits, Nick Cave, Bruce Springsteen; riascolto periodicamente i grandi "classici" - Hendrix, Beatles, Rolling Stones - e anche molta musica di tendenza. Ho una collezione di oltre 10.000 dischi quindi è un po’ difficile dirvi che cosa mi piace ascoltare. Ci sono momenti in cui ascolto solo Miles Davis e altri in cui mi piace tornare alla grande canzone d'autore italiana: Battisti, Paolo Conte, De André, Gaber, De Gregori, Guccini, Dalla (ma anche più recenti, come Bianconi dei Baustelle); oppure qualcuno dei miei preferiti - Wilco, White Stripes, troppi per citarli tutti.

Se dovesse dare un consiglio a un musicista di talento che si affaccia al mondo del mercato musicale, cosa gli direbbe? Non vada per il sottile, se è dura, è dura.

Io il consiglio lo riassumo in una parola sola: studia.

Universal Music Publishing Ricordi
Pagina Facebook ufficiale Universal Music Italia

Intervista scritta da Penelope e realizzata da Ghiro.

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