Intervista a Erri De Luca

Erri De Luca non ha bisogno di presentazioni: considerato uno dei maggiori esponenti della scrittura italiana contemporanea, definito dal Corriere della Sera come "scrittore d'Italia del decennio", padre della Fondazione Erri De Luca, nonostante ciò si è sottoposto entusiasta alla nostra intervista.

Parlando sia dei suoi romanzi che delle sue poesie innanzitutto vorrei chiederle come mai per certe storie utilizza il romanzo o la narrazione, mentre per altre ricorre alla poesia, storicamente più sintetica ma certamente più diretta per l’emotività.

La mia scrittura è in prosa, ma qualche volta mi viene una contrazione che per comodità chiamiamo qui poesia. Si tratta di prosa travestita.

Richiamando un altro importante autore italiano come Umberto Saba, che tratta grandi sentimenti per tematiche e spazialità, lei decide di giocare tra particolare e universale, restringendone l’ampiezza, ad esempio con primi piani. Come mai questa decisione di dare importanza al particolare piuttosto che all’universale?

Non mi intendo di universale, da lettore penso che Chisciotte potrebbe esserlo, perfino il suo cavallo potrebbe. Credo alla necessità rigorosa della precisione e forse questa è più praticabile nei dettagli.

Crede che questo spostamento tra ampio e particolare sia sinonimo dell’epoca differente in cui lei e Saba avete scritto?

Mi spiace non poter rispondere a questa comparazione. Ho frequentato da alpinista i grandi spazi, ma sono più affezionato ai piccoli appigli sui quali mi appoggio sopra il vuoto.

Lo sguardo: citando Brâncuși e la semplicità della forma che lascia visibili i segni della lavorazione. Riscontro anche nel suo stile una sorta di volontà nel lasciare che i processi di composizione risultino percepibili agli occhi di un lettore attento. Può svelarci il perché della scelta di lasciare visibile il ruolo di composizione in un libro?

Ancora una volta lei mi fa una domanda fuori della mia portata. Non eseguo nessuna composizione, seguo il tono di voce di un io narrante che svolge una sua storia dall'interno, da comparsa anziché da protagonista. Non sono il direttore d'orchestra, sono uno dei suonatori e eseguo uno spartito non inventato, composto da me, ma dai casi della vita stessa.

Quanto si sente inserito nell’arte intesa come totalità, anche alla luce dei suoi lavori teatrali e cinematografici? Crede che la commistione tra le varie arti sia oggigiorno ancora possibile?

Mi attengo alla scrittura, che è il mio ambito. Che con questa si possa salire su un palco di teatro, cavarne una musica, trasformarsi in un film, sono episodi accessori. Strettamente parlando non mi definisco artista.

Sempre citando dei suoi predecessori, ho notato un parallelismo tra i suoi scritti e la poesia Ballata di Ernesto Regazzoni. Lui fa buchi nella sabbia, partendo da una azione ma rimandando a un concetto puramente simbolico. Mentre lei ha come un simbolismo più stretto. Parlando di montagna ad esempio lei guarda più al camminare non come simbolo quanto gesto involontario, quasi fosse una catena di montaggio, un passo dopo l’altro. Come mai questo distacco dal simbolismo a favore di una materialità quasi semplificata?

Ha ragione, sono completamente staccato dal simbolismo. Un'abituale domanda scolastica chiede all'alunno cosa abbia voluto dire lo scrittore, quale il suo messaggio. Mi ha regolarmente irritato. Mi veniva da chiedere all'assente scrittore: "Perché non lo hai scritto chiaro e tondo? Perché lo devo indovinare, anzi peggio studiare?". Racconto storie non parabole.

Parlando ancora di montagna e cammino: lei spesso da al cammino il valore di gesto semplice che consente di ammirare il paesaggio, ciò che ci sta intorno. Quanto questo si connette con lo sguardo di De Luca sul mondo? E quanto può essere liberatorio camminare per non pensare a niente di superfluo?

Camminare è il modo più naturale di spostarsi. Coinvolge tutto il corpo con buona simmetria. Siamo bipedi felici di esserlo. A me piace di più scalare una parete, cioè procedere a quattro zampe. In questa attività escludo ogni altro pensiero, raggiungendo un buon isolamento. Non lo raccomando, con me funziona.

Restando sul camminare non posso che ricollegarmi alla discussione sui grandi sentimenti fatta pocanzi: essi è come se trovassero respiro ricollegandosi all’unità esistenziale minima, quella fra uomo e natura. In questo senso come mai lei vive momenti così intensi e completi, per poi riportare in letteratura soltanto i particolari di ciò che ha vissuto? Lo fa forse per lasciare al lettore il gusto della scoperta in prima persona di ciò che lo aspetta una volta liberato da simboli, percorsi prestabiliti e pensieri superflui?

Per me la scrittura è un resto, un rimasuglio della vita svolta. Ho della scrittura l'immagine del sale marino che resta dopo che il mare è evaporato da una pozza tra gli scogli. Scrittura è quel residuo secco, che può ricordare il mare, non rappresentarlo.

Parlando di grandi e piccoli sentimenti: riscoperta, grazie alla montagna, la dimensione di solitudine come atto di fuga dalla società contemporanea, come vede la lettura dei suoi romanzi non politici da parte delle nuove generazioni che ne colgono soltanto il lato “frivolo” senza magari notare che alla base vi sono concetti enormi come la natura stessa e la vita?

Stabilito che vado in montagna per procurarmi una distanza, senza nessuna fuga, perché mio scopo è ritornare al punto di partenza, non faccio distinzione di età tra chi sceglie di leggere le mie pagine pescandole nel gran bazar dei libri. Da lettore so che si stabilisce una misteriosa relazione a due, tra chi ha scritto qualcosa e una persona che a distanza di tempo e di luogo si tiene compagnia proprio con quel qualcosa. Tra questi due una cosa non succede: il tempo. Qualunque età essi abbiano, in quel momento sono contemporanei, perfino coetanei.

Come vede la gioventù di oggi un uomo della sua età, che ha abbandonato l’università per fare l’operario e poi si è ritrovato tra i maggiori scrittori italiani di successo?

La vedo poco numerosa, minoranza di una società di età media anziana. Quando è toccato a me essere giovane mi trovavo invece in una maggioranza, eravamo i nati di dopoguerra, sotto la potente spinta a ripopolare, tipica della febbre di vita dopo le catastrofi. Perciò non so immaginare cosa possa essere avere vent'anni in un paese di vecchi, longevi per giunta.

Concludendo, le chiedo tre titoli di romanzi o raccolte poetiche, non per forza contemporanei, che lei ritiene essere molto vicini alla sua scrittura e soprattutto al suo sguardo verso la vita.

Chisciotte (Cervantes), qualunque raccolta di poesie di Marina Zvetaeva, il Decamerone (Boccaccio).

Ringraziando personalmente e a nome di tutta la redazione di Nastorix Erri De Luca, che si è confermato come un grandissimo autore ma prima di tutto un uomo eccezionale, vi lascio anche il suo profilo Twitter @Erriders dove potete trovare tutti i suoi aggiornamenti.

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