Una chiacchierata con Jamie Dean dei God Is an Astronaut

Settembre, l’estate sta finendo ma in Italia c’è un grande concerto: i God Is an Astronaut. E’ difficile raccontare che genere fanno. Il loro sound è carico di emozioni, è quasi completamente privo di testi e di voci, eppure riescono alla perfezione a toccare i nervi scoperti della sensibilità.

Possiamo parlare veramente di viaggi spaziali, tra suoni lenti, densi e saturi. Un dolce cullarsi, tra sincopi e strutture complesse.

Il gruppo si dimostra davvero caparbio, incapace di annoiare, tra scenografie di luci e sfumature musicali che passano dall’oscurità a esplosioni di colori, con una scaletta ricca dell’ultima fatica: l’album Origins (Rocket Girl, 2013).

Passiamo da Calistoga, Reverse World, Transmissions a Spiral Code, senza dimenticare pezzi dei dischi precedenti quali The End of the Beginning, canzone che porta il nome del primo album (The End of the Beginning, Revive Records, 2002) Fragile e Suicide by Star dal disco All Is Violent, All Is Bright (Revive records, 2005), Echoes da God Is an Astronaut (Revive Records, 2008) fino ad arrivare al gran finale con Route 666.

Il quartetto spaziale ha la capacità di trascinare il pubblico in un vortice di suoni che si ritrovano nel contesto del post rock e dello space rock. Un esperienza “cosmica” e avvolgente per uno show che dura due ore. Il tutto grazie anche all’ultimo arrivato Jamie Dean (membro del gruppo dal 2010). Infatti se in trio i God Is an Astronaut erano capaci di fare grandi cose, con l’aggiunta delle tastiere e della seconda chitarra suonata da Jamie, la band ha fatto un passo da gigante, dimostrando un suono più maturo e denso di emozioni.

Fatevi trasportare dalla fantascienza, lo spazio siderale, le stelle e le comete con i God Is an Astronaut, un gruppo capace di farti vivere non solo un concerto, ma un una vera e propria esperienza.

(un ringraziamento speciale a Gianluigi Martone per aver intervistato Jamie Dean)

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