Ius soli: quel che c'è da sapere sul disegno di legge 2092

Quando a ottobre 2015, la Camera dei deputati ha approvato il testo del DDL 2092, relativo alla cittadinanza italiana acquisita, concedendo ai bambini nati in Italia da figli di stranieri d’essere anche per l’anagrafe ciò che già sono nei fatti, cioè italiani, ci sono state proteste moderate e scarso interesse mediatico. Ma, ora che l’identico provvedimento, noto ai più come Ius soli, s’è affacciato al Senato per diventare legge della Repubblica, il Parlamento si è infiammato e sono avvenute manifestazioni al limite dell'inciviltà. Se non bastasse sui quotidiani e nei vari dibattiti politici sembra non si parli d'altro. Sicuramente la situazione politica attuale del Paese, con le varie priorità tra voto anticipato e scissioni di partiti, non aiuta a trovare un campo neutro su cui discutere senza entrare in uno spinoso botta e risposta "acchiappavoti"; tuttavia, più che pensare alle varie coalizioni ed ai disegni mentali dei politici di spicco, è sicuramente più utile capire perché questa modifica all'ultima legge sulla cittadinanza del 1992 è altrettanto urgente ed importante. Soltanto a Milano, dall'inizio del 2017, su un totale di 4.396 nuovi nati , 3.146 sono da genitori italiani e 1.250 da stranieri: una percentuale del 25% che ci invita davvero a riflettere sulla necessità di una legislazione adeguata.

Sullo ius soli c'è poco da dire: dal latino "diritto del suolo", è l'espressione giuridica che indica l'acquisizione della cittadinanza nel momento in cui la nascita avviene in un determinato Paese. Importante per questo sapere che è differente dallo ius sanguinis, che indica la trasmissione alla prole della cittadinanza del genitore.
Attualmente in Italia la legge concede il diritto al il cittadino straniero nato sul suolo italiano, che vi abbia però mantenuto costantemente la residenza dalla nascita, la possibilità di chiedere e ottenere al raggiungimento della maggiore età la cittadinanza italiana anche senza le condizioni normalmente richieste (reddito sufficiente, incensuratezza, circostanze di merito, ecc.).
Al momento in discussione c'è appunto una modifica per l'introduzione di due nuovi criteri per ottenere la cittadinanza prima dei 18 anni: lo ius soli temperato e lo ius culturae ("diritto legato all’istruzione").

Distaccandomi completamente da qualsiasi partito, proverò ora a fornire delle spiegazioni chiarificatrici, anche per chi non mastica molto il linguaggio giuridico e il politichese.
Tornando ai numeri, per la Fondazione Moressa sono circa 800mila i minori coinvolti: bambini e ragazzi nati in Italia da genitori che risiedono in Europa da tempo o nati all’estero e arrivati entro i 12 anni dopo aver concluso un ciclo di studi. Un numero non certo indifferente calcolando lo stato demografico attuale dell'Italia che, nel 2012 ha registrato un tasso di natalità del 9,0 per mille (che ci colloca tra i Paesi con il minor tasso di natalità), mentre quello di mortalità ha sfiorato il 10,3 per mille, valore che ci riporta direttamente al 1943 in tempi di guerra. Demograficamente parlando, non possiamo ignorare di certo che le persone con oltre 65 anni d'età ormai rappresentano 1/5 della popolazione, che gli stranieri che ottengono la cittadinanza sono in costante aumento (178 mila nel 2015). La situazione quindi è tale da ritenere necessaria e indiscutibile l'introduzione di una legge che semplifichi l'inserimento di minori tra i nostri cittadini.

Inoltre, guardando bene le modifiche previste dal disegno di legge S. 2092 [Ddl Ius Soli], notiamo appunto che sono previste due modalità specifiche per ottenere la cittadinanza. La prima, lo ius soli temperato, prevede che, al momento della nascita, almeno uno dei due genitori sia legalmente in Italia da almeno 5 anni, sia titolare del diritto di soggiorno permanente, oppure sia in possesso del permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo. Tuttavia, se il genitore in possesso di permesso di soggiorno non proviene dall’Unione Europea, la famiglia deve aderire ad altri tre parametri affinché il minore possa richiedere lo ius soli:
1. deve avere un reddito non inferiore all’importo annuo dell’assegno sociale;
2. deve disporre di un alloggio che risponda ai requisiti di idoneità previsti dalla legge;
3. deve superare un test di conoscenza della lingua italiana.

Già da questa prima modifica, possiamo renderci conto di quanto la nuova legge promuoverebbe l'integrazione di bambini e ragazzi aventi effettivamente diritto e con famiglie nelle condizioni di non dover essere allontanate repentinamente dal suolo italiano, riducendo così notevolmente i problemi che in tali casi nascono nelle politiche sociali relative ai minori.

Quel che inoltre il disegno di legge prevede, al fine di includere anche i bambini nati all’estero da genitori stranieri ma arrivati in Italia entro i 12 anni, è lo ius culturae. In questo caso sarà necessario passare attraverso il sistema scolastico italiano: potranno chiedere la cittadinanza italiana tutti i minori che abbiano frequentato le scuole italiane per almeno cinque anni e superato almeno un ciclo scolastico (cioè le scuole elementari o medie). Per i ragazzi nati all’estero che arrivano in Italia fra i 12 e i 18 anni, sarà possibile ottenere la cittadinanza dopo aver abitato in Italia per almeno sei anni e avere superato un ciclo scolastico con il conseguimento del titolo conclusivo, presso gli istituti scolastici appartenenti al sistema nazionale di istruzione (percorsi di istruzione e formazione professionale triennale o quadriennale con il conseguimento di una qualifica professionale).

In sintesi, l'introduzione di ius soli temperato e ius culturae non dovrebbe essere tema di accesi dibattiti legati in realtà ad altre problematiche (in primis l'immigrazione clandestina) ma bensì un vero e proprio salto dalla quantità che prevede la legge allo stato attuale, che appunto non discrimina precedenti penali, padronanza della lingua etc. verso una vera qualità della cittadinanza acquisita. I nostri nuovi concittadini saranno infatti persone come noi, cresciuti se non dalla nascita dall'infanzia al nostro fianco, parlando la nostra lingua e magari non riconoscendosi assolutamente nella cultura del Paese da cui provengono i genitori.
Probabilmente non ci sarà neanche bisogno di piani di integrazione mirati, in quanto Andrea Iacomini, portavoce Unicef Italia ha dichiarato ufficialmente che "i nostri figli sono già molto più avanti del nostro Parlamento [...] esiste una nuova Italia già integrata che ha superato tutti questi ostacoli grazie ad una integrazione reale, positiva, concreta da cui non si torna indietro". Questo è stato possibile grazie alle singole scuole, istituti, figure professionali che da anni si occupano di ricevere il meglio da ogni particolare cultura e fare in modo che, specialmente tra bambini e ragazzi, si possano trovare punti di forza e di unione piuttosto che punti di distacco e rottura.

Il tutto, oltre ad essere una vera e propria virata in positivo per bilanci demografici nostrani, tra le incessanti fughe all’estero, la bassa natalità, gli squilibri previdenziali e chi più ne ha ne metta, dovrebbe davvero far riflettere l'intera classe politica.
E, sul finale, lancio un appello proprio diretto a tutti coloro che stanno giudicando la questione come l'ennesimo “pastrocchio all’italiana” tra capi di partito e coalizioni:

"uscite dagli uffici, alzatevi dalle vostre sedie rivestite e andate nelle scuole, nei parchi, nei centri sportivi delle vostre città, negli oratori, nei doposcuola estivi. Vi accorgerete che lì, la vostra strategia conta ben poco, perché bastano l'infanzia, la gioventù, l'amicizia, il rispetto reciproco e poco altro per fare un Paese reale".

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