John Nash: una vita in equilibrio

Sabato se n'è andato John Nash. Sicuramente molti di voi lo conosceranno per il film di Ron Howard "A Beautiful Mind" dove Russell Crowe si prende la briga di portare alla luce una grande malattia che affliggeva Nash: la schizofrenia. Nel film John viene guidato e perseguitato da tre "fantasmi": Parcher, una sorta di agente segreto che lo inserisce in una missione top secret, Charles, il suo compagno di stanza e Marcee, la sua nipotina. Queste figure rimandano direttamente alla schizofrenia di John e grazie ad esse Howard riesce a trasportare sulla pellicola sia la malattia mentale con i suoi risvolti sociali e personali, sia parte delle teorie che hanno permesso al grande matematico di vincere il premio Nobel. Così facendo Ron Howard si aggiudica un premio a sua volta (l'Oscar come Miglior film) e sembrano essere tutti contenti.

Ma ora che Nash è morto mi riesce impossibile non pensare continuamente alla parte del film in cui Nash/Russell dichiara: "Se tutti ci proviamo con la bionda, ci blocchiamo a vicenda. E alla fine nessuno di noi se la prende. Allora ci proviamo con le sue amiche, e tutte loro ci voltano le spalle, perché a nessuno piace essere un ripiego. Ma se invece nessuno ci prova con la bionda, non ci ostacoliamo a vicenda, e non offendiamo le altre ragazze. È l'unico modo per vincere." Immagino la faccia dello spettatore di fronte alla battuta: obiettivamente è ben costruita, fa parecchio ridere anche se credo sia molto distante dalla realtà, perché implicitamente qui Howard tira in ballo una delle più grandi rivoluzioni della matematica moderna, e che usi le donne come metafora è abbastanza discutibile.

Occorre una parentesi noiosa: la frase è riferita a una delle più grandi teorie elaborate da John Nash all'interno della teoria dei giochi ovvero l'equilibrio di Nash. Senza stare a tediarvi con equazioni e teoremi, la teoria afferma in sostanza che in seguito all'applicazione di strategie da parte dei giocatori, si arriva ad un punto del gioco in cui nessuno riesce a migliorare in maniera unilaterale la propria posizione e per cambiare o vincere si deve agire insieme, mettendo da parte la strategia personale. Entra quindi in gioco anche "l'altro", ed il singolo deve per forza prendere in considerazione l'avversario per ottenere la vittoria.

Tornando alla bionda - o meglio alla vita che tutti noi viviamo ogni giorno - questa teoria appare rivoluzionaria: già dal 1950 un matematico era arrivato alla soluzione di buona parte dei conflitti nel mondo e nessuno se n'era accorto. Attualmente viviamo tutti in una società basata sulla lotta, siamo regrediti al livello machiavellico di "homo homini lupus" e ci massacriamo quotidianamente per arrivare a ciò che crediamo ci spetti di diritto: l'amore, il lavoro, il successo, la ricchezza, la ragione e così via. Ma se ripensiamo solo per un secondo alla teoria dell'equilibrio, possiamo tranquillamente vedere l'intera disfunzionalità del nostro comportamento: siamo così concentrati sulla realizzazione del nostro bisogno personale che ci dimentichiamo che anche nella vita, come nel gioco, esistono fasi di stallo in cui la mancanza di equilibrio e il non vedere che c'è qualcun altro oltre a noi (che magari ha lo stesso obiettivo, magari ne ha uno diverso, ma che comunque è indispensabile per la realizzazione del nostro fine ultimo) non solo ci paralizza nella situazione in cui siamo ma che ci impedisce indiscutibilmente di raggiungere il nostro scopo, la nostra vittoria.

E a questo punto mi compare un sorriso: grazie John, perché nella tua schizofrenia, nella tua piena instabilità mentale in cui erano degli extraterrestri a farti da guida, sei riuscito ad esprimere perfettamente in numeri quello che all'essere umano a livello di DNA spesso manca: lo sguardo sull'altro.

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