Jurassic World: Il mondo dietro al personaggio

Correva l’anno 1993.
Bill Clinton veniva eletto presidente degli Stati Uniti, Totò Riina fu arrestato e processato, dalla disgregazione della Cecoslovacchia nasceva la Repubblica Ceca e i Radiohead, una giovane band di Oxford, si apprestavano a sconvolgere il mondo della musica.
Eppure, nella fitta rete di questi avvenimenti, la più radicale delle trasformazioni arrivò dalla settima arte, in particolare in un prodotto del genio di Steven Spielberg che, dopo “Lo Squalo”(1975), “Incontri ravvicinati del terzo tipo”(1977), “E.T-L’extraterrestre”(1982) e “Il colore viola” (1985) (solo per citarne alcuni) si preparava a dirigere un nuovo capolavoro, modificando permanentemente il tessuto cinematografico.
Con “Jurassic Park”, l’autore di Cincinnati non creerà infatti solo uno dei film col più alto incasso al botteghino della storia o un’opera vincitrice di tre premi oscar (Miglior sonoro, miglior montaggio sonoro, migliori effetti speciali), ma per primo lascerà cadere, in una breve sequenza, una piccola goccia di quello che sarà il carburante di tutto il cinema contemporaneo, la “condicio sine qua non” del blockbuster odierno.
La C.G.I.
Letteralmente computer-generated imagery (immagini generate al computer), essa risulterà come un vero e proprio spartiacque nella storia del cinema, portando la critica a definirla come “la più grande innovazione dai tempi del sonoro”. Nel corso degli anni, la computer grafica consentirà di snellire i tempi e ridurre i costi di produzione, creando effetti speciali sempre più dettagliati, inimmaginabili fino all’inizio degli anni novanta. Il seme gettato col film di Spielberg è stato soggetto a continue migliorie ed innovazioni, raccogliendo uno dei suoi massimi frutti nell’espressività e nei lineamenti del volto del T-Rex nell’ultimo capitolo della saga, Jurassic World, dove il regista appare in veste di produttore esecutivo. Ma se l’evoluzione tecnologica ha portato ad un continua maggior definizione della C.G.I, esclusa qualche incredibile nefandezza stilistica (i velociraptor sembravano più realistici nel primo film della saga), è altrettanto vero che in nome di una maggior spettacolarità del prodotto, dichiaratamente di mercato, dai toni più leggeri e goliardici rispetto ai primi capitoli, quest’ultima opera ha incentrato ogni sforzo sulla buona riuscita estetica, tralasciando la componente emotiva ed empatica, tanto essenziale quanto impossibile da riscontrare tra i bicipiti scultorei di Chris Pratt, addestratore di velociraptor, il quale non potrà risultare un protagonista carismatico quanto il Dott- Grant del primo capitolo o Ian Malcom ne “Il mondo perduto”.
Jurassic World è senza dubbio un prodotto di buona qualità, spendibile sul mercato internazionale e marcatamente d’intrattenimento, ma la questione di fondo, riscontrabile in molti altri film gemelli, rimane irrisolta. E’ necessario, per creare un prodotto fruibile alla massa e dai toni non seriosi, comporre una caratterizzazione dei personaggi approssimativa e deficitaria che porti a dialoghi altrettanto banali e artificiosi?
La storia del cinema ha insegnato come sia possibile creare film d’autore, dalla struttura ben definita, accompagnati da una sceneggiatura particolareggiata, e che al contempo risultino accessibili al grande pubblico. Un ibrido capace di riunire l’amore degli spettatori e della critica. Una via perseguita da Spielberg prima e da Tarantino e Nolan poi. Da Pulp Fiction a The prestige. Da Grindhouse alla trilogia di Batman.

Non è forse vero che il grado di immedesimazione e di esperienza soggettiva aumentino proporzionalmente all’aumentare dell’empatia con il personaggio protagonista? Non è forse vero che quando Alan Grent, protagonista di Jurassic Park correva per soccorrere i bambini dall’attacco del tirannosaurus rex, lo spettatore correva con lui? Una sensazione che non sarà ritrovata né all’interno delle dinamiche fraterne dei ragazzini dispersi nella foresta del parco né in quelle amorose tra il protagonista e la zia dei due, personaggi vittime di un background per niente solido, di una delineazione grezza e di una strutturazione caratteriale tipicamente "flat", piatta fino ai limiti del vanescente. Un dettaglio che delimita il confine tra un’opera discreta, incapace di osare e un prodotto a tutto tondo, in grado di emozionare non solo con la spettacolarizzazione, ma anche, e soprattutto, attraverso la leva emotiva e la frizione positiva causata dall’entrata in contatto con l’eroe del film.

Una pecca impossibile da non sottolineare come linea guida generica e in particolare per l’uscita di Jurassic World, del quale poco resta da raccontare oltre al mancato appeal emotivo sul pubblico, provocato da personaggi vuoti, senza una storia, tanto irritanti da portare la sala intera a tifare per i dinosauri, che di storia alle proprie spalle ne hanno parecchia.
Sin dal 1993, almeno.

Leave a reply

*