K: l'uomo senza identità

Le relazioni, i dolori, le parole degli altri come la paura, la gioia, la sopraffazione. Una casa, la noia, le lacrime e l’accoglienza e i significati e le geometrie. Tutto ciò che pensavo ci fosse dietro. Tutto questo finto. O peggio: tutto questo di qualcun altro.
Un impianto, un’installazione di arte moderna. Ricordi non miei. Perché chi vive di sangue artificiale, rosso solo per logiche mimetiche, ma verdebianconerogiallo in potenza non merita nulla di reale: nella sua testa come nel suo corpo.
Ma questi ricordi sono reali, l’ho sentito e mi ci sono aggrappato con tutte le forze. Erano la memoria violenta del mio essere contraffatto. I poeti dicono che sia la speranza a definire l’essere umano. E allora io cosa sono? Umano ma con riserva. Plastica al servizio della carne.
Eppure i ricordi, anche se non miei, definiscono un passato e costituiscono un presente. Se non certificano la mia appartenenza di specie, genere, o qualsiasi cosa preferiate, guidano comunque le mie azioni presenti. La capacità di provare empatia non è un tratto tipico dell’essere umano? Non è vero che quando si legge una storia, quella storia diventa parte di noi? Fa niente se nessuno mi ha letto nulla, a me quella storia è stata iniettata, come un medicinale, non per me, ma per servirsi di me. Ero il mezzo, la macchina costituita per servire uno scopo più alto, a me sconosciuto, e che ha che fare con l’amore, il legame padre-figlio, il desiderio di rivedere le persone che ami.
Ma, volente o nolente, quei ricordi sono sedimentati in me e hanno creato qualcosa, qualcosa che definisco con difficoltà, legata al desiderio di appartenenza. All’idea che il mio desiderio non fosse solo quello di considerarmi umano, ma quello di vedermi come parte di qualcosa. Di dignitoso o perverso, fragile, corrotto, ma comunque qualcosa.
Un unicorno che corre, la riproduzione di un cavallino. Nulla di che, fa poca differenza. Sono sempre i dettagli che risultano fondamentali, alla fine. Il ricordo che attraversa le epoche e pone sempre la stessa domanda, in bilico tra l’umano e il non umano. Quanto c’è di noi in quello che ricordiamo, e quanto c’è di una fantomatica realtà oggettiva? Penso di aver capito che il ricordo sia sempre e comunque una costruzione, un dialogo tra interno ed esterno, tra quello che siamo noi e quello che è il luogo in cui noi siamo inseriti. Le cose non si imprimono sulla pelle. E’ una facezia lirica. Le cose vanno direttamente all’interno e solo dopo si riversano sulla pelle. E questo ricordo, questi ricordi, non possono non aver agito su quello che sono umanamente (ridicolo utilizzare questo termine, no?) e su quello che è il mio corpo. Fatto di cosa? Silicone del futuro? Acciaio del futuro? Non mi è ben chiaro.
Questo corpo è mio, ma sono stato costruito. Questi ricordi sono miei, ma sono stati vissuti da qualcun altro. Ma la morte, anche se reversibile, anche se non definitiva, è consentita anche a me. E l’interazione, il sesso, le conversazioni, il contatto corpo a corpo? Tutto questo mi è possibile, esattamente com’è possibile a voi. E posso immagazzinare: immagazzinare esperienze, sensazioni, emozioni, pensieri, ricordi che saranno in futuro.
E quando questi ricordi potranno essere utilizzati per essere innestati a qualche nuova variante di androide o di uomo 7.0, 8.0, 9.0 ecc.? Cosa succederà? Ci si chiederà se fossi uomo, donna, animale, replicante? O, forse, se sono solamente esistito?  

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