Kon Tum e lo stupore dell'altro

Scegliamo Kon Tum perché sappiamo che non è turistica, solo per questo. Non c'è niente a Kon Tum. Il tizio da cui compriamo il biglietto del bus, a Saigon, ci avverte. E' sbalordito, pensa certamente che siamo suonati tutti e due. "Non ci sono turisti a Kon Tum, cosa ci andate a fare?" Innervositi dalla sua insistenza, alla fine lo preghiamo di darci i biglietti senza fare domande e lui, rassegnato, ci accontenta.
E' uno scomodissimo pullmino per vietnamiti, anche quello ci aveva detto il tizio, cercando inutilmente di farci desistere. Ma noi vogliamo proprio viaggiare con i locali e non ci importa di arrivare a destinazione con il culo tutto informicato per via della durezza dei sedili. E' una vecchia vettura coreana, il mio amico di Pusan ne riconosce immediatamente le scritte. Ci sono solo uomini, uomini vietnamiti che mi fissano incuriositi, e poi fissano il mio amico coreano chiedendosi se è mio marito o la mia guida. Per loro, lontanissimi dal mondo occidentale, è difficile concepire l'amicizia interrazziale. Quando ci fermiamo in una trattoria a metà viaggio per il pasto compreso nel prezzo del biglietto gli uomini mi servono per prima e uno di loro, quello che parla meno peggio in inglese, si impegna al massimo per spiegarmi l'origine e la composizione di ogni singolo piatto. Sono lusingata ma anche imbarazzata da tanta cortesia. Quando arriviamo a Kon Tum ci aiutano a portare giù i nostri zaini pesanti.
Kon Tum è esattamente quello che cerchiamo: un piccolo villaggio sconosciuto nel Vietnam centro-meridionale, dove la gente costruisce la sua semplice e umile routine in una comunità del tutto ignara dell'esistenza dei turisti stranieri. I modi di quelle persone sono completamente diversi da quelli della gente di Saigon o di Hanoi: la loro è una curiosità del tutto gratuita, genuina, che non ha alcun interesse economico. La signora da cui compriamo il pranzo ci invita a casa sua, ci offre da bere e poi chiama il figlioletto per fargli ripetere le poche parole in inglese che ha imparato a scuola. Il suo volto brilla di orgoglio materno mentre il bambino balbetta insicuro due frasette sgrammaticate, perché lei non capisce neanche una sillaba di quello che sta dicendo. In Asia a nessuno passa mai per la testa che l'inglese potrebbe non essere la mia lingua madre e che pertanto sussiste la possibilità che non lo sappia parlare. Quasi tutti mi chiedono subito se sono americana, un po' come molti europei chiederebbero subito ad un asiatico qualunque se è cinese. Mentre camminiamo per strada dei giovani mi fermano e mi offrono uno shot del forte liquore che stanno bevendo. Ridendo accetto e butto giù alla goccia, tra lo stupore e il divertimento generale.
Quando arriviamo alla periferia del villaggio e ci troviamo in mezzo ad un affollato conglomerato di capanne su terra battuta il mondo si ferma per un attimo. I bambini smettono di giocare, gli adulti abbandonano le proprie attività per fissarci intimoriti. Non hanno sicuramente mai visto di persona un'europea e un coreano. Forse non li hanno mai visti nemmeno in televisione. Anche noi ci fermiamo: tanto silenzio e tante attenzioni ci spaventano. Non sappiamo come questa gente potrebbe reagire a due figure tanto estranee. Sono i bambini a rompere il ghiaccio: si avvicinano a noi, esitanti, ci sfiorano, si allontanano correndo, si riavvicinano un po' meno esitanti, e poi riprendono i loro giochi, ricambiando i nostri sorrisi e facendo di tutto per attirare la nostra attenzione. A quel punto anche gli adulti si rilassano e ci sorridono: hanno capito che non abbiamo cattive intenzioni e cominciano a studiarci incuriositi, senza parlare. Dai loro occhi sparisce ogni traccia di ostilità per lasciare spazio ad uno stupore infantile e innocente quanto quello dei loro figli. Credo che anche noi li guardiamo allo stesso modo: in quella muta curiosità generale età e nazionalità sfumano, si fondono. Il tempo si allunga nel suo silenzio e non sappiamo più da quanto tempo siamo lì. Diventiamo uno lo specchio dell'altro, pur senza parlare una lingua comune e pur avendo la pelle di un colore diverso.
Restiamo solo un paio di giorni a Kon Tum, poi prendiamo un altro sgangherato pullmino locale e andiamo a Da Nang. Man mano che ci avviciniamo alle città più frequentate dai turisti la gente perde la propria genuinità e la propria curiosità a favore dello spirito imprenditoriale. Ricominciamo a litigare con gente ostinata che cerca in tutti i modi di venderci tours turistici a cui non siamo interessati e prodotti che non abbiamo la minima intenzione di acquistare. Camminiamo a caso per le vie, visitiamo qualche museo, parliamo con gente disposta ad avere dialoghi amichevoli e disinteressati, e poi ce ne andiamo. Non parliamo molto di Kon Tum con gli altri viaggiatori che incontriamo. Forse in fondo vogliamo che resti per sempre l'innocente isola di stupore reciproco che abbiamo scoperto quel giorno, per caso.

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