La bicicletta ritrovata - Una bella storia

Credo che ogni ciclista abbia una bici a cui è più affezionato. Non è necessariamente la più bella, quella dal valore più alto o quella che si utilizza di più. Anzi, molto spesso è proprio tutto il contrario, come nel mio caso. Tra le mie bici, quella cui sono più affezionato è proprio la più vecchia e sgangherata. È una vecchia bici da corsa in acciaio, troppo grande per il sottoscritto e comprata usata quando ancora sapevo poco e niente su come sceglierne una. Per di più risulta ormai tremendamente usurata. La vernice del telaio è saltata in un'infinità di punti, il cambio (ormai antico) salta continuamente, la pipa del manubrio è bloccata e non si può tirare né su né giù, la sella si sposta in maniera inconsulta. Sarà anche sbagliato affezionarsi agli oggetti (o almeno così dicono), ma io sono affezionato proprio a questa. Non che non tenga alle altre, ma questa è stata la prima che ho comprato, quella che più di tutte mi ha accompagnato attraverso mille avventure. Ovviamente è di difficile utilizzo a causa di tutti i problemi sopracitati, ma non sono mai riuscito a decidermi a darla via proprio per l'affetto che mi lega a lei.

L'ho battezzata Hanna. All'epoca dell'acquisto, Hanna era una mia coinquilina. È stato il suo ragazzo a far nascere in me la passione per le bici, ma questa è un'altra storia. Fatto sta che come omaggio a loro chiamai la mia prima bici come la mia amica, accomunate dall'essere bionde entrambe.

 

Dopo averla utilizzata per diversi anni e nelle situazioni più disparate, sorse in me l'esigenza di passare a biciclette più performanti e la poveretta venne appesa al chiodo, come una sorta di cimelio. Come un anziano guerriero che si ritira dopo mille battaglie, anche lei si meritava un po' di riposo.

Tuttavia, di recente, un'amica mi chiese se avessi una bici da prestarle e subito pensai alla mia Hanna. Alla fine era lì, appesa alla parete, a prendere polvere. Pensai che farle prendere un po' d'aria non avrebbe potuto farle che bene, come le vecchie glorie che ritornano in campo a distanza di anni. Quindi decisi di affidarla a questa persona.

La utilizzò diversi mesi prima del misfatto. Una notte, nei pressi di Porta Palazzo, la bici era legata ad un palo, mentre la mia amica cenava a casa di amici. Probabilmente bastarono pochi minuti ai ladri per tagliare il lucchetto, troppo poco resistente per i moderni metodi utilizzati dai ladri di biciclette. Fatto sta che, una volta finito di cenare, la bici non c'era più.

Farei un piccolo excursus sui lucchetti più diffusi in quanto ritengo che la maggior parte di questi siano totalmente inaffidabili. Praticamente tutti quelli flessibili, ottenuti da cavi di acciaio, a prescindere dal loro spessore, si tagliano con una facilità disarmante e con strumenti molto facili da reperire. Dunque sconsigliatissimi i cosiddetti lucchetti a molla e quelli con il codice di apertura. Questi si tagliano infatti con un semplice taglia catene. Lo stesso vale per le catene. Anche quelle da scooter, decisamente più robuste rispetto a quelle da bici, vengono ormai tagliate rapidamente e senza troppi sforzi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Gli unici lucchetti che ritengo validi sono i bloster, i cosiddetti U-lock. Con questi si va decisamente più sul sicuro. I taglia catene con loro non funzionano: il ladro avrà bisogno di strumenti molto più costosi, ingombranti e rumorosi per poterli aprire. Parliamo per esempio di cric a pantografo, seghetti o seghe elettriche e flessibili. Per evitare che il ladro apra il nostro bloster con un cric basta comprare il modello mini, in modo che non ci sia lo spazio fisico per inserirvi un cric all'interno. Gli altri strumenti invece sono da temere, ma ognuno ha le sue debolezze grazie alle quali possiamo tutelarci anche da essi. I seghetti sono silenziosi ma costringono il ladro a impiegare molto tempo nel furto. Seghe elettriche e flessibili a pile invece non passano certo inosservati: fanno rumore, producono scintille e odore. Dunque i trucchi sono: non lasciare mai la propria bici legata nello stesso posto per molto tempo, sopratutto se il posto è poco frequentato; non lasciarla legata fuori da casa di notte, sopratutto in quartieri periferici; assicurarsi sempre che il supporto al quale si lega la bici sia ben fissato al suolo e non amovibile; legare sempre il telaio e non parti fragili della bicicletta come le ruote o il portapacchi. Con queste piccole accortezze si rende estremamente più difficile il lavoro ai malintenzionati, abbassando drasticamente la percentuale di possibilità di furto.

Ma torniamo al fattaccio. La mattina dopo ricevetti la chiamata riguardo al furto della mia bici. Dopo un primo momento di tristezza, ci attivammo subito. Rimanere con le mani in mano non sarebbe servito a nulla, quindi iniziammo a muoverci immediatamente per creare una situazione che avrebbe favorito il ritrovamento della bici. In primo luogo è stato necessario sporgere denuncia. Contemporaneamente abbiamo creato diversi post sui social più svariati, in modo che tutti i nostri amici e conoscenti fossero informati del furto. Questo passaggio è fondamentale ed è stato quello che si è poi rivelato cruciale per il ritrovamento. Più persone sono informate e più saranno le possibilità di ritrovamento. Tra i ciclisti inoltre c'è una solidarietà fuori dal comune riguardo a queste cose. Come ho descritto ampiamente in "Mess-life", il potere aggregativo e coesivo della bicicletta è enorme. Inoltre tale potere aumenta in maniera esponenziale all'interno di un gruppo omogeneo come quello dei bike messenger. Il risultato è stato che in poche ore chiunque era a conoscenza del furto.

Nonostante ciò per sei mesi della bici non si seppe nulla. Iniziai a frequentare assiduamente mercatini online, mercati dell'usato e bancarelle nella speranza di ritrovarla, ma nulla. Ricevetti qualche chiamata, ma si rivelarono tutti falsi allarmi. Tutti fino a quella mattina di novembre. Ero in cucina e non avevo il telefono a portata di mano: era in camera che squillava all'impazzata. La mia ragazza entra in casa, mi vede e mi urla:"Eccoti! Ti cercano tutti! Hanno ritrovato la tua bici!". Strabuzzo gli occhi, corro in camera e afferro il cellulare: quindici chiamate senza risposta, sms e messaggi a non finire. Un mio amico, corriere per una nota società di food delivery, durante un turno di lavoro aveva avvistato la mia bici. Essendo a conoscenza del fatto che quella bici mi fosse stata rubata tempo addietro, aveva provato a chiamarmi e, non ricevendo risposta, aveva contattato tutta una rete di amici comuni che a loro volta avevano provato a raggiungermi. La bici era tranquillamente legata di fronte alle facoltà umanistiche di Torino. Appena mi è arrivata la notizia mi sono catapultato sul posto. Lì ho trovato diversi amici che erano accorsi, aggiungendo un ulteriore lucchetto alla bici, in modo che la persona che la stava utilizzando in quel momento non avrebbe potuto utilizzarla.

Chiamai i Carabinieri in modo che, grazie alla denuncia, avrei potuto recuperare la mia Hanna. Non arrivarono in tempo. Il ragazzo che la stava utilizzando arrivò prima di loro. Non ci furono grandi tensioni. Discutemmo qualche minuto, gli spiegai le mie ragioni e gli raccontai tutta la storia. La sua versione si incastrava perfettamente con la mia. Ovviamente non era stato lui a rubare la bicicletta. L'aveva comprata proprio ad uno di quei mercatini che mesi prima frequentavo nella speranza di ritrovarla. Aveva dato al venditore la sua city bike più una settantina di euro in cambio della mia Hanna. Non si era preoccupato della provenienza della bici. Il venditore gli aveva assicurato che la bici era sua e lui si era fidato. E ora si ritrovava con un pugno di mosche. Questo è quello che succede a chi acquista bici rubate. Di lui si possono dire molte cose, che fosse stato ingenuo, sprovveduto, ma non una cattiva persona. Per questo decisi di aiutarlo.

Il sabato successivo andammo insieme alla bancarella del ricettatore. Purtroppo la Polizia e i Carabinieri, finché non colgono sul fatto queste persone a rivendere merce rubata, non possono intervenire, per cui fummo costretti a cavarcela da soli. Andammo da lui facendo una piazzata. L'impresa si rivelò più facile del previsto. L'uomo, non volendo finire nell'occhio del ciclone, si offrì subito di restituirci sia i soldi che la bici precedentemente barattata per la mia. Io, con il mio animo da paladino della giustizia, tentai di iniziare anche un discorso edificante col malfattore per portarlo alla redenzione, ma con il solo risultato di incendiare la situazione. Decisi quindi di gioire dei risultati ottenuti e di filarmela senza tante storie.

Insomma, tutto è bene quel che finisce bene. Almeno per noi. Perché chissà quante altre persone in questo momento stanno piangendo le proprie biciclette. Se è impossibile ridurre a zero i furti di bici tuttavia possiamo attivarci in un'altra maniera. Esisteranno finché ci sarà mercato. A tutti fa gola una bici comprata per una manciata di euro, certo. Ma per ogni bici acquistata secondo queste dinamiche, c'è una persona che la piange in un altro luogo. Il problema quindi non è non farsi rubare la bici, ma non comprare bici rubate. Il giorno che nessuno ne comprerà più, il giorno che vendere bici rubate sarà un'attività non più redditizia, allora si smetterà di rubarle per poi rivenderle. Affinché questo succeda, non basta cambiare lucchetto, ma è necessario cambiare mentalità.

In ogni città c'è un mercato di merce rubata a cui bisogna fare attenzione. Bisogna individuarlo e boicottarlo. Bisogna richiedere sempre la ricevuta d'acquisto, il certificato di proprietà della bici. Bisogna pensare non solo a se stessi, ma anche a chi, la bici che abbiamo davanti, la sta cercando da mesi, perché su quella bici ha sudato, ha riso per le vittorie e pianto per le sconfitte; a chi porta quella bicicletta nel cuore.

 

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