"La casa tonda" di Louise Erdrich

I recenti sviluppi nella politica statunitense, soprattutto  l’elezione a presidente del magnate repubblicano Donald Trump, hanno riportato in auge alcuni problemi che hanno da sempre caratterizzato le società multiculturali, quali i rapporti con le minoranze, soprattutto afroamericani e latini. Tuttavia, la prima minoranza degli Stati Uniti, quella molto spesso dimenticata: i Nativi Americani. Quelli che una volta venivano chiamati indiani, storici nemici dei cowboy nei film western, un ruolo fondamentale nel genere, dopo “Balla coi Lupi” insomma, hanno un po’ perso l’attenzione del pubblico. La realtà, almeno per il mio punto di vista, è che, oltre agli stereotipi, poco si sa di come questa popolazione viva nell’America moderna, quali problemi affliggano la loro società e quali invece siano i punti di forza da cui potremmo prendere spunto anche noi. Da lettrice quale sono, ho pensato che il modo migliore per informarmi fosse attraverso la lettura; per questo ho scelto “La casa tonda”, un romanzo di Louise Erdrich. Non conoscevo questa autrice statunitense prima, ma ho ben presto appreso come fosse una delle voci più significative della seconda ondata del Rinascimento letterario dei nativi americani, essendo lei stessa appartenente ad una tribù Chippewa, originaria della zona dei Grandi Laghi.

Il suo ultimo romanzo, “La casa tonda” appunto, uscito nel 2012, si svolge nel 1988, in una riserva indiana del Nord Dakota. Qui si consuma un terribile misfatto: Geraldine, una donna con un ruolo molto importante nella tribù, viene aggredita e violentata; per fortuna riesce a fuggire dal suo aggressore, che stava persino tentando di darle fuoco. Scappata dall’aggressione, si rifugia a casa dal marito, un noto giudice tribale, che esercita quindi il diritto nella riserva indiana, e il figlio tredicenne Joe, narratore della vicenda. In realtà è Joe da adulto che racconta dei fatti che avvennero in quell’estate della sua infanzia. Geraldine è comprensibilmente sconvolta, ma sembra non voler rivelare nemmeno alle forze dell’ordine il nome dell’aggressore. Importante è anche il luogo dove è avvenuta l’aggressione, la casa tonda del titolo, un luogo magico per la tribù, ma al confine con la riserva. Questo fa sì che quando lo stupratore sarà individuato non sarà possibile condannarlo: se l’aggressione è avvenuta in territorio indiano il giudice «tribale» non potrà procedere contro di lui perché è un bianco, ma neppure potrà procedere il giudice statale. Sarà dunque Joe a voler indagare, insieme a tre suoi amici, per risolvere il mistero e per vendicare la madre.

La cultura indiana assume un ruolo molto importante nella vicenda; si parla di leggende, cerimonie, tende della purificazione, e soprattutto di windigoo, una bestia, che personifica il personaggio dell’aggressore. A questo però si mischiano anche elementi tipici della cultura popolare degli anni ottanta; trattandosi poi del racconto di un tredicenne, questi riferimenti sono soprattutto riguardanti Star Trek, la serie tv che più amano, che citano e che da il titolo a diversi capitoli. L’ambientazione estiva, le corse in bicicletta e i patti per isolarsi dagli adulti, ricordano molto atmosfere come quella del celebre “Stand by me” di Stephen King. Un romanzo di formazione ricco e variegato, dove davvero si possono capire tutte le contraddizioni che vivono quotidianamente i nativi americani.

Louise Erdrich, La casa tonda, Feltrinelli, 2012

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