"La Confessione di Memory" di Petina Gappah

Negli ultimi decenni abbiamo assistito a molti cambiamenti negli equilibri mondiali, sia a livello economico che sociale. Questi stravolgimenti hanno portato alcuni paesi, prima decisamente sottosviluppati, a passare ad un livello superiore, anche per quello che riguarda l’attenzione mediatica. Ciò ha avuto delle ovvie conseguenze anche dal punto di vista letterario, dove delle letterature nazionali precedentemente considerate di serie B, sono arrivate sotto le luci della ribalta. Tra queste, di sicuro una di quelle che ha ottenuto i risultati migliori è quella africana, per quanto possa considerarsi corretto come termine, dato che non ci sogneremmo mai di parlare di letteratura europea raggruppando insieme russi, italiani e inglesi, per esempio. Diverse e molteplici sono appunto le voci di questo continente così variegato e complesso: tra i primi ci furono Chinua Achebe, Ngugi Wa Thiongo e Buchi Emecheta, a cui seguirono negli anni successivi nomi del calibro di Ben Okri e Taye Selasi. Questi autori hanno contribuito a ridefinire quella che viene scolasticamente chiamata “letteratura postcoloniale”, dimostrando che anche gli scrittori neri potevano parlare e narrare una nazione, che fino ad allora era stata descritta unicamente dal punto di vista dei "non africani". La next big thing, per quello che riguarda la letteratura africana e l’autrice del libro di cui parleremo oggi, può essere considerata l’erede naturale di questa generazione; parliamo di Petina Gappah, scrittrice originaria dello Zimbabwe, e del suo primo romanzo, “La Confessione di Memory”.

Questo romanzo è difficile da definire, in quanto oscilla tra vari generi: dall’opera confessionale, come indica il titolo, alla biografia, sino al legal thriller. Rinchiusa nel carcere di Chikurubi per un omicidio dai contorni poco chiari, Memory racconta la sua storia, su consiglio del suo avvocato come metodo per ottenere la clemenza dei giudici ed evitare la pena di morte, trascrivendola in una serie di diari. Leggendoli, conosciamo della sua difficile infanzia in una township (quartiere povero abitato in prevalenza da neri) alla periferia di Harare, capitale dello Zimbabwe. La difficile condizione famigliare ed economica è resa ancora più aspra dalla malattia che affligge la piccola Memory; lei è infatti albina, fatto che la rende una specie di mostro agli occhi dei coetanei. Va inoltre ricordato che l’albinismo nella cultura africana viene associato anche ad aspetti demoniaci. La speranza sembra perduta, fino a che non appare la figura del benefattore Lloyd, un bianco benestante che compra Memory dalla sua famiglia e si prende cura di lei in tutto e per tutto, pagandole un’istruzione elevata, perfino facendola studiare in Inghilterra in una prestigiosa università. Eppure è proprio lui la vittima dell’omicidio che ha portato Memory nel braccio della morte.

Senza ovviamente svelare il finale o la soluzione del mistero, posso tranquillamente affermare che ci troviamo davanti ad un’opera molto ben scritta e piacevole. Quello che salta subito all’occhio del lettore è la leggerezza con cui viene narrata una storia in realtà piuttosto tragica; Petina Gappah inserisce una buona dose di ironia, soprattutto nel descrivere la vita in carcere della protagonista che, avendo a che fare principalmente con donne di estrazione sociale minore, incorre spesso in divertenti misunderstanding con le altre carcerate o con le guardie, che spesso sbagliano a pronunciare parole in inglese. Sempre importante è anche il tema della memoria, che appare particolarmente centrale in questo romanzo, dove persino la protagonista si chiama appunto Memory, e si parla della sua confessione, quindi del racconto della sua vita. Narrare come modo per non dimenticare, per trasmettere, per avere una voce, quella che per secoli gli scrittori africani non hanno avuto.

Petina Gappah, La Confessione di MemoryGuanda, 2016

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