La densità dell'aria

La scorsa settimana si è conclusa con una serie di interventi militari e bellici in Siria che hanno ampiamente riempito le pagine dei quotidiani fino ad oggi, per via delle progressive posizioni prese dalle varie Nazioni in seguito all'attacco avvenuto lo scorso 4 aprile nella provincia di Idlib, nel Nord-Ovest della Siria che ha causato oltre 50 vittime. Il 7 aprile, come saprete, gli Stati Uniti, senza l'approvazione della comunità internazionale, hanno lanciato dei missili contro la base aerea siriana di Al Shayrat da cui erano partiti gli aerei responsabili dell’attacco chimico. L'azione del Presidente Trump ha scatenato quindi una serie di risposte sia dei vari leader dell'Unione Europea, che da Paesi coinvolti in modo più diretto, come Russia, Cina e Corea del Nord.

Ma non è questo il tema principale di oggi. Quello su cui in molti hanno avuto modo di riflettere lo scorso giovedì è stato il video, girato in seguito all'attacco chimico nella città di Khan Sheikhun, roccaforte dei ribelli verso il regime di Assad, e diventato virale in poche ore.

Un'ampia premessa è necessaria, addentrandoci in questo argomento: la legittimità delle cosiddette "armi chimiche". È infatti importante sapere che insieme alle armi biologiche, nucleari e radiologiche, le armi chimiche sono classificate dalle Nazioni Unite come armi di distruzione di massa e la produzione e lo stoccaggio sono stati messi al bando dalla Convenzione di Parigi sulle armi chimiche del 1993, cinque anni dopo il massacro di Halabja. Ovviamente ci sono Nazioni che non hanno sottoscritto gli accordi, benché dal 1997 sia attiva l'Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (OPAC) che ha il compito di verificare la condotta dei Paesi membri (192, ad oggi esclusi Israele, Egitto, Corea del Nord, Sud Sudan e Taiwan). Quel che però non torna è che l'OPAC, lo scorso autunno dichiarava che il 90% delle riserve dichiarate di armi chimiche era stato distrutto e che tutti i siti di produzione risultavano disattivati. La Siria stessa, aveva accettato gli accordi nel 2013, dichiarando di aver "sanato" tutti i laboratori e di non essere più in possesso di armi chimiche.
Probabilmente molti di voi ricorderanno l'immenso arsenale chimico in Iraq nel 2003: parlando di Medio-Oriente purtroppo qui non si va lontano. All'epoca della Seconda Guerra del Golfo c'era stata sì una sorta di bonifica, ma uno smaltimento totale non è mai realmente avvenuto, lasciando così i Paesi limitrofi già muniti di materiali chimici e armi da poter riutilizzare. Sorvoliamo ora sulle varie teorie non ancora confermate di eventuali appoggi sovietici o indipendentisti per i vari attacchi in Siria negli ultimi anni (non solo quello a Khan Sheikhun ma anche ad Aleppo, Khan Al Asal, Saraqueb e Sheik Maqsood, tra il 2012 e il 2013).

Senza addentrarmi in analisi chimiche che non mi competono dei vari composti che rientrano nelle armi di distruzione di massa, in uso per altro già dallo scorso millennio durante le due Guerre Mondiali, quello che mi chiedo è come ad oggi sia possibile portare una discussione del genere sul piano bellico quando Stati Uniti e Russia in primis - che si erano armati durante la Guerra Fredda - ma anche Cina e Corea del Nord non abbiano ancora totalmente sanato i laboratori di produzione dichiarati. 

Ma allora perché temere così tanto le armi chimiche, fino a tenerle nascoste? La teoria più plausibile è quella che, i Paesi più potenti sono strategicamente interessati a mantenere i conflitti sul piano della battaglia “convenzionale”, più facilmente controllabile per disponibilità economica, militare e strategica. Anche alla luce dei recentissimi attacchi terroristici, essi sono comunque in qualche misura evitabili e possono arrecare danni più o meno gravi per quanto si tratta di vittime civili.
Perché sì, è questo il vero nesso che lega i fatti dello scorso 4 aprile a tutta l'omertà di molte nazioni in merito alle armi chimiche: non per niente definite di terza generazione sono mezzi che vanno a colpire non tanto bersagli strategici quanto intere città, zone, provincie popolate da civili ed innocenti. Oltre che essere potenzialmente mortali nell'immediato, le armi chimiche possono causare gravi conseguenze ai sopravvissuti anche a distanza di molti anni. Il loro "costo bellico" è irrisorio e la loro diffusione molto ampia, per questo sono disponibili anche per gruppi terroristici anche molto piccoli, mentre per smaltirle e dissolverle servono invece enormi investimenti.

Se, grazie alla Convenzione sulle armi chimiche del 1993 sembrava essersi stabilito un equilibrio, seppur precario, che portava alla cooperazione la maggior parte delle Nazioni, tuttavia era purtroppo impensabile che, in un clima di terrore globale come quello innescato dall'11 settembre, la maggior parte dei Paesi, occidentali come orientali, non tenessero segrete alcune risorse chimiche e nucleari.
E se, in merito alla firma della Siria nel 2013 Max Fisher scriveva sul Washington Post: “Una guerra chimica non solo è una guerra che uccide: è un salto di qualità. Incoraggia gli eserciti a vincere distruggendo le popolazioni civili, piuttosto che sconfiggendo l’esercito nemico sul campo”, condannandone l'utilizzo spietato e brutale, noi ci ritroviamo in un 2017 purtroppo molto, troppo lontano da quello che potremmo definire anche solo uno spiraglio di pace nel mondo.
E non solo, poiché oltre alle atrocità delle guerre e degli scontri, ci stiamo purtroppo affacciando ad un futuro dove più che i potenti, saranno i civili a fare da pedine per gli interessi economici di chi dall'altro guarda, preme un pulsante e lancia un missile.

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