La generazione del futuro anteriore

Lasciando scorrere i vari problemi italiani che riempiono a profusione le pagine dei quotidiani, per questo lunedì di attualità riprendo un tema già in parte affrontato in alcuni dei miei articoli: il rapporto critico tra pre adolescenti e teenager e questa "nuova" società italiana in cui vivono ogni giorno. La scorsa settimana mi sono imbattuta in un articolo molto interessante di Simone Cosimi su Wired.it, intitolato "Ai giovani italiani non interessa il futuro perché non sanno cosa sia". Lasciandovi poi alla lettura dell'articolo, mi ha molto colpito una frase scritta dall'autore: "Neet non si nasce, si diventa". Per chi non conoscesse il termine, Neet è l'acronimo inglese di "not (engaged) in education, employment or training", ed indica persone non impegnate nello studio, né nel lavoro né nella formazione.
Ma se perl’Istat, i dati relativi ai Neet comprende ragazzi dai 15 ai 24 anni, e interessa circa il 26% della popolazione di questa fascia d’età; l'articolo odierno non vuole tuttavia analizzare il problema dal punto di vista socio-economico, ma risalire grazie alla psicologia ed alla sociologia all'origine del fenomeno, che interessa l'Italia soltanto dallo scorso decennio.

Quel che viene spontaneo domandarsi, dopo una affermazione simile, è come sia possibile che il fenomeno sociale (che nel Regno Unito ha iniziato a far discutere già dall'inizio del nuovo millennio), tocchi nello specifico una generazione definita generalmente come Generazione Z / IGen. Forse le mie perplessità nascono dal fatto che io, ormai trentenne, appartengo alla generazione precedente, ma confrontandomi con molte persone ho sentito il bisogno di esaminare le motivazioni psicologiche, culturali e sociali che portano oltre due milioni e mezzo di giovani italiani a non avere idee e obiettivi concreti per il loro futuro.

Una prima nozione fisiologica fondamentale per capire come mai alcuni adolescenti oggi non riescono a pensare al futuro, è relativa alla memoria e alle zone cerebrali interessate. La memoria, che sia a breve o lungo termine, viene registrata in due aree specifiche del cervello: ippocampo, lobo frontale e circuito di Papez. L'ippocampo, fondamentale per la memoria a lungo termine, è situato all'interno del lobo temporale: le diverse aree corticali toccano il loro picco di densità di materia grigia in età differenti. I lobi frontali raggiungono il loro massimale di crescita intorno ai 12 anni, i lobi temporali arrivano allo sviluppo massimo intorno ai 17 anni e, per quanto riguarda il lobo limbico che ha una funzione fondamentale anche nella gestione delle emozioni. Se non bastasse, recenti studi dimostrano come la materia grigia in generale aumenta durante l'infanzia, il suo apice si manifesta all'inizio dell'adolescenza. È quello che, generalmente per senso comune, fa credere che il pensiero e le capacità cognitive si formino tra i 5 e i 12 anni, in quanto i soggetti sono più "duttili" anche a livello psicologico. All'adolescenza invece viene generalmente riconosciuta la costruzione identitaria della persona.

Queste ultime semplificazioni non sono errate, anzi, è proprio su queste certezza psicologiche e fisiologiche che si inserisce il primo punto di analisi per cui molti bambini della generazione Z si ritroveranno giovani adulti senza una visione del futuro. Negli anni sono stati condotti moltissimi studi sullo sviluppo del bambino legato alla dipendenza da figure adulte, dall'educazione da essi fornita e non da ultimo nella capacità di un genitore di capire che alcune esperienze sono necessarie al bambino affinché sviluppi appunto un primo step di coscienza propria. Nel dettaglio, proprio in Italia, nel 2010 solo il 7% dei bambini in età elementare andava a scuola da solo, contro il 41% dei coetanei inglesi e il 40% dei tedeschi. In Italia si è infatti diffuso un trend per cui i genitori li tengono spesso per mano fin sulla porta, portando loro lo zaino e arrogandosi il diritto di intervenire anche nei casi in cui il figlio prenda una ramanzina o una nota dall'insegnante. Se non bastasse, questa "iperprotettività genitoriale" viene quasi sempre estesa ad ogni momento della giornata dei figli. Questo processo va ad interferire con tre lati fondamentali della costruzione mnemonica e identitaria del bambino e futuro adolescente:
•  prendere decisioni per loro e risolvere tutti i problemi (anche quelli di poca importanza) impedisce al bambino di sviluppare capacità personali proprie, che saranno indispensabili quando entrerà in contatto con il mondo in solitudine
l'apprensività, che spesso si associa all'iperprotettività, e i divieti che ne derivano fanno sì che il bambino cresca nella falsa credenza che il mondo sia un posto pericoloso, dove tuttavia la paura generata verrà completamente annullata oppure riformulata dai moti di ribellione adolescenziali (magari senza scomparire ma, appunto, mutando)
• generalmente poi ci si trova davanti a genitori iperprotettivi ma che, decidendo loro stessi per i figli, non hanno bisogno di porre limiti e regole chiare indispensabili per i bambini nel processo di comprensione e interiorizzare.
• infine, non imponendo ai propri figli nemmeno obblighi e responsabilità, li portano involontariamente ad essere pochi anni dopo incapaci di gestire la molteplicità di stimoli e richieste sociali.

Non vi stupisca quindi sapere che nei Paesi scandinavi come Svezia, Norvegia e Danimarca la percentuale di Neet non superi l'8% (con il minimo in Islanda con il 5,8%). I Paesi citati vengono elogiati dall'antropologa Rossella Ragazzi: "hanno portato il concetto di infanzia ai massimi livelli. Gli scandinavi sono stati i primi ad elaborare concetti educativi molto liberatori e libertari per permettere al bambino di diventare una persona non violenta, una persona che può agire nel mondo senza sopruso e senza trauma [...] Il concetto di famiglia, di infanzia e di lavoro  vanno insieme". Queste considerazioni fanno sì che se in Italia i giovani raramente prima dei 30 anni lasciano casa (su una media media europea di 26,1 anni), in Scandinavia l'età scende drasticamente a 21 anni. Questo significa, al di là delle evidenti e note problematiche lavorative del nostro Paese, che l'educazione familiare ha reso possibile un distacco ed una autonomia dei giovani proprio nel momento in cui l'identità e le capacità cerebrali di cui parlavo poc'anzi, gli permettono di essere autonomi.

Avendo citato la società, aggiungo un ulteriore tassello che concorre all'incapacità dei Neet di avere un pensiero al futuro. Se la famiglia italiana tende sempre più a facilitare il più possibile la vita del bambino e dell'adolescente, le istituzioni (scuola, enti per l'orientamento e il collocamento, Provincie, iniziative nazionali etc.) si muovono completamente alla cieca sia per carenza di fondi sia per quell'atteggiamento tipico del nuovo millennio che non riconosce più al bambino l'essere, seppur in potenza, un essere pensante e, di conseguenza, un adulto con una percezione del mondo esterno e del sé ben definito.

Per avere una percezione del futuro è indispensabile una memoria personale (e non vincolata da terzi) che l'individuo inizia a costruire intorno ai 5 anni e che arricchisce ogni giorno. Ma la memoria non è sufficiente: ritornando ai processi neurologici e psicologici, è necessario introdurre, seppur brevemente due concetti fondamentali: l'immaginazione la progettualità.
Innanzitutto, nel 2005 Person nell'articolo "Rivedendo le storie della nostra vita. Il ruolo della memoria e dell'immaginazione nel processo psicoanalitico" ricorda che: "l'immaginazione inevitabilmente influenza il modo in cui guardiamo il futuro [...] quando cuciamo insieme storie, desideri, fantasie e sogni per modellare il futuro quasi sempre lo facciamo sulla base di modelli pre-esistenti". Sostanzialmente, significa che l'individuo attinge a dei ricordi, da cui crea una vita futura possibile, grazie al passaggio di determinati ricordi, esperienze, emozioni e desideri attraverso una sorta di filtro di esame della realtà in quel preciso momento. Tuttavia, questo esame della realtà porta in gioco l'aspetto della progettualità: se già dalla psicologia "classica" con Jung e Klein l'immaginazione esprime prettamente una realtà interiore e pertanto soggettiva, mettendo in relazione la dimensione dell'immaginazione in potenza con quella della progettualità lasciata al contesto familiare e sociale, ci troviamo di fronte al vero problema dei Neet.

Quindi, sia qualora in età infantile i genitori hanno proibito o evitato al bambino di poter mettere in atto una fantasia o un desiderio nella vita reale esterna al suo sé, sia nel caso dell'adolescente a cui manca il supporto sociale, psicologico e istituzionale proprio nel momento in cui, per via dei fattori psicofisici dello sviluppo, sta definendo la sua identità, ci troveremo con il passare degli anni a dover affrontare seriamente il problema di questa Generazione Z che abbassa sempre di più la capacità di immaginazione e di progettualità.

In conclusione, mi sento di esprimere il mio parere personale cercando di far combaciare il più possibile l'attuabile con l'ideale: piuttosto che puntare e investire su progetti e corsi di orientamento per "salvare il salvabile" di fronte ad un Paese che, nonostante i Neet, vede tristemente il tasso di disoccupazione giovanile1 al 37% (maggio 2017), sarebbe più logico riuscire a prevenire il problema. Sembra utopia, ma chiedere ad uno Stato un supporto psicologico gratuito per giovani e famiglie ed un monitoraggio più stretto da parte di chi si occupa dell'istruzione dei giovani fino all'età dell'obbligo, sembra a mio avviso la scelta più semplice e sensata per evitare che le nuove generazioni continuino questo declino verso una apatia, isolamento e disinteresse, purtroppo spesso fomentati da ambiente domestico, vita 2.0 e società stessa.

1 Disoccupazione nei giovani tra i 16 e i 25 anni.

 


Foto da Flickr, Melanie Levi

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