The Revenant: La natura salvifica e una critica frustrata

Quando un uomo torna alla luce le masse si sgretolano, le critiche si susseguono, si grida allo scandalo.
La resurrezione ha sempre portato a sentimenti contrastanti. Chi ci crede. Chi non ci crede. Chi grida alla menzogna.
Eppure, a volte, gli uomini risorgono.

Consultando il vocabolario Treccani si vedrà come, alla voce “Redivivo” (traduzione italiana del titolo francese “Revenant”, letteralmente “ritornare”), la definizione non lasci spazio ad alcuna ambiguità: “Risuscitato”, “Rinnovato”, “Tornato in vita”. Queste le definizioni. E dovendo parlare di The Revenant/Redivivo, ultima fatica di Alejandro Gonzalez Iñárritu (e di vera e propria “fatica” si sta parlando, considerando gli otto mesi di riprese mattutine, i meno quaranta gradi che hanno accompagnato la troupe per gran parte della produzione, l’uso di luci naturali e tutti gli inflazionati sforzi fisici e umani che DiCaprio ha dovuto compiere per concludere il film), non si potrà non tenere conto delle implicazioni che il titolo stesso comporta nell’analisi del film e del suo retaggio.
Ad essere “redivivo” non è infatti solo Hugh Glass (Leonardo Di Caprio), cacciatore di pelli abbandonato a morte certa dai propri compagni dopo aver subito l’attacco di un orso grizzly, e che affronterà una straziante epopea ascetica (che poco ha a che vedere col western, come in molti hanno scritto) pur di vendicare l’uccisione del figlio da parte del perfido Fitzgerald (un Tom Hardy ai suoi massimi splendori).
Non è solo il personaggio protagonista a tornare alla vita, perché il titolo può assumere delle connotazioni extradiegetiche e ai limiti del metanarrativo, parlando della creazione stessa di questo gioiello registico, reo di qualche falla strutturale ma colmo di meriti stilistici.
A tornare alla luce sono le ambizioni del regista, raffinato esteta ed autore geniale, che si appresta vincere il secondo oscar consecutivo alla regia, grazie a riprese vorticose, vertiginose ed instabili, incessantemente in movimento e sicuramente autocelebrative e piene di sé (ma in un periodo in cui la critica sembra condannare l’audacia visiva e l’esercizio di stile, da Refn in poi, salvo poi urlare allo scandalo per l’appiattimento generale dei canoni estetici, questo non può che essere un merito), basate su continui piani sequenza, lunghissimi dolly e brevi inquadrature statiche, smentendo chi riteneva Birdman un irripetibile unicum e rivelandosi a chi riteneva difficile una sua doppietta agli oscar.
Certo, The Revenant pecca enormemente dal punto di vista della sceneggiatura e i dialoghi non possono essere paragonati a quelli partoriti dall’estasi monologhistica di cui era vittima Edward Norton in Birdman o dalla presa di coscienza di una morte incipiente da parte di Javier Bardem in Biutiful, anche perché nel film, uscito nelle sale italiane il 16 Gennaio, essi sono quasi inesistenti per tutte le due ore e trenta di durata. Ma, come mi è recentemente stato fatto notare, il film gioca proprio su questo piano di contrapposizione tra il caotico vociare urbano nei paesi cosiddetti civilizzati e il silenzio sublime della natura, dove è proprio la civilizzazione forzata ( “Andiamo a portare un po’ di civiltà…” dirà il capitano in un colloquio con Fitzgerald) a condurre l’uomo allo smarrimento dei propri affetti e delle proprie radici (un tema fondamentale, introdotto sin dalle prime scene).

The Revenant è una continua ricerca di ciò che è stato perduto e che difficilmente può essere ritrovato, dove i legami famigliari si mostrano come l’elemento portante dell’uomo proletario (in una connotazione non politica del termine) e a contatto con una natura sacra, contaminata dalle logiche capitalistiche occidentali e in declino per l’ansia conquistatrice delle squadre francesi e statunitensi. Non è un caso che tutti i personaggi principali siano alla ricerca della propria famiglia, o che comunque trattino l’argomento con tono sacrale: il capo indiano, pronto a vendicare il rapimento della figlia. Glass, alla ricerca dell’uomo che ha ucciso il figlio. Il solitario indiano Pawee che curerà il protagonista, a cui sono stati portati via moglie e figli. E, infine, Fitzgerald stesso, personaggio che, se non si avvalesse della recitazione di Tom Hardy, risulterebbe eccessivamente flat, ma che si prodiga in un monologo freddo e distaccato sul padre, il quale, citando letteralmente “ha trovato dio in uno scoiattolo… e l’ha mangiato”, un ulteriore segno dell’appartenenza dell’antagonista ad un mondo spietato, dove a vincere sono le logiche del mercato e la legge del più forte, e dove la natura divina del mondo viene negata in nome di valori corrotti, in contrasto con il termine “civilizzazione” e che hanno condotto l’uomo ad un progressivo allontanarsi dall’essenza della realtà, il contatto con la natura stessa, una riflessione che sembra portare in seno reminiscenze leopardiane.
Va da sé che ruolo fondamentale assume la fotografia magniloquente di Lubezki (direttore tecnico, per dirne alcuni, di The Tree of Life di Terrence Malick, Gravity di Cuaròn e il già citato Birdman), in grado di assumere ruolo significante dell’opera, per chi sapesse andare oltre la patina esteriore da “National Geographic” ( mi dispiace dirlo ma la critica ha mostrato nuovamente i suoi enormi limiti narcisistici nel giudicare il prodotto). E’ la natura il centro del tutto. Il rapporto che l’uomo intrattiene con essa e, di fatto, con le sue radici fisiche e spirituali, dove si annidano, in un percorso a ritroso, famigliari, avi e Dio stesso. Un respiro infreddolito che si mischia, grazie ad uno splendido lavoro di missaggio e montaggio sonoro, con le nuvole e con l’ambiente, riportando alla sacralità e ai valori più alti dell’uomo; un uomo che uccide per vivere, ma che onora il sacrificio appena attuato con il rispetto nei confronti della morte e lasciandosi accogliere da ciò che gli viene offerto, come il ventre di un cavallo, capace di diventare il rifugio perfetto per salvarsi dall’ipotermia, in quella che è forse la scena portante dell’opera intera, un concerto visivo ed emotivo.
La natura di The Revenant è una natura che non cerca vendetta come la cercano gli uomini ma che, anzi, offre una continua possibilità salvifica all’uomo meritevole, rifornendolo di tutto ciò che gli occorre. Il paesaggio nasconde delle insidie, ma è il fiume che permette a Glass di salvarsi dall’attacco indiano; sono le cascate, inizialmente minacciose e tanatoiche, che lo porteranno a terra. Sarà il pino a salvarlo dalla caduta dal dirupo durante un inseguimento, e il ventre del cavallo a scaldarlo fino al mattino seguente, permettendogli di recuperare le forze prima di consegnare la vendetta nella mani di Dio.

I propositi del regista messicano sono alti, e questo sembra infastidire parte della critica cinematografica nostrana e internazionale, forse non ancora avvezza ad artisti in grado di comprendere le proprie capacità stilistiche e la missione autoriale che un regista, un musicista o uno scrittore dovrebbero sempre tenere presente, se animati da propositi comunicativi e istanze espressive.

E se l’autocompiacimento, la boria e la vanità di Iñárritu sono stati sentenziati dalla critica come peccati primordiali, tanto da portare Wired a parlare del film come di un “esercizio di stile” (che novità) e Comingsoon.it, nella figura di Federico Gironi (con un notevole gergo tecnico) a parlare di un regista che “non rinuncia a giocare a chi ce l’ha più lungo con la natura”, non sono tardate le esasperanti esaltazioni dei fans, e le eccessive contro critiche all’altro redivivo del film, quel Leonardo DiCaprio che dell’oscar non ne ha fatta una malattia quanto sembra averne fatta il pubblico. Per quanto si sa, al fu Jack Dawson, potrebbe anche interessare poco la vittoria di una statuetta, tanto che recentemente avrebbe dichiarato di non fare nulla di quello che fa per ottenere dei riconoscimenti (riconoscimenti che, dovessero arrivare sotto forma di oscar, Wired riterrebbe “un’offesa” a DiCaprio stesso).
Quel che è certo è che l’attore per questo film ha fatto tanto, tantissimo, forse più di quanto qualsiasi attore abbia mai fatto. Giacere nel ventre di un vero cavallo, mangiare il fegato crudo di un bisonte, calarsi di prima mattina nelle acque ghiacciate del Canada ecc. Un coraggio lodevole e una missione artistica seguita pedissequamente che meritano, quantomeno, il rispetto del panorama cinematografico intero, ma che, a onore del vero, portano il personaggio di Glass ad essere una mera succursale della natura (e questo è parte del messaggio del film), impallidendo di fronte alla statura attoriale di Tom Hardy, un personaggio più dialogante e più mobile. Pare inoltre giusto sottolineare che se DiCaprio meritava un oscar, questo sarebbe dovuto arrivare per Gangs of New York , per The Aviator o per Django Unchained, ma in quest’ultima pellicola l’apparato che vive sopra l’uomo e che lo circonda è troppo grande perché la vera capacità attoriale di DiCaprio emerga in tutta la sua forza, e porta fotografia e regia ad essere i principali attori, facendo apparire il resto, anche un grande attore protagonista, come un comprimario di lusso affossato da quella stessa natura alla quale Glass, alla fine del film, si sottomette e che, nei suoi caratteri spirituali, sembra averlo più grande lui, ma non di Iñárritu, anche se qualcuno potrebbe arrabbiarsi.

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