“La pazza gioia”

Paolo Virzì, Micaela Ramazzotti e Valeria Bruni Tedeschi: sono sufficienti questi nomi ad indicare tre buoni motivi per andare a vedere il film che - presentato nella sezione Quinzaine des Réalisateurs al recentissimo Festival del Cinema di Cannes - ha riscosso un notevole successo di pubblico ed un valido apprezzamento da parte della critica. Il cinquantaduenne Virzì è di sicuro uno dei registi e sceneggiatori più interessanti del nostro cinema; tra le sue pellicole è bene ricordare: “Ovosodo” (1997), “Caterina va in città” (2003), “N - Io e Napoleone” (2006), “Tutta la vita davanti” (2008) e “Il capitale umano” (2014). Micaela Ramazzotti ha già vinto nella sua carriera di attrice un David di Donatello, tre Nastri d’Argento e un Ciak d’Oro. Valeria Bruni Tedeschi, infine, ha più volte bucato lo schermo grazie alle sue interpretazioni di donne deboli e tormentate, che le hanno giustamente tagliato su misura l’immagine di artista sensibile e raffinata.

La vicenda, a metà strada tra dramma e commedia, inizia in una comunità terapeutica dove sono alloggiate, in custodia giudiziaria, alcune donne socialmente pericolose, in quanto affette da disturbi mentali. Qui la solitaria e logorroica Beatrice stringe amicizia con la giovane Donatella e, grazie ad un evento casuale, le due riescono a far perdere le proprie tracce al personale della struttura. Così, tra Livorno, Viareggio, Montecatini Terme, Capannori e la Provincia di Pistoia, in una sorta di viaggio senza meta in terra toscana, le due vivono una serie di peripezie che permettono all’una di conoscere l’altra e di comprendere i rispettivi problemi irrisolti. L’eventuale associazione, da parte di chi sta leggendo, a “Thelma & Louise” (1991) di Ridley Scott, non deve trarre in inganno; il film, infatti, ne è lontano anni luce per tematiche, genere e finale. Lo shopping in un centro commerciale, il furto di un’automobile, la presunta chiaroveggenza di una maga, l’inutile richiesta di un prestito in una banca, la discoteca, il set di un film, insieme agli incontri con l’ex marito di Beatrice, l’ex datore di lavoro di Donatella ed il figlio di quest’ultima dato da tempo in affidamento, sono le tappe che le protagoniste attraversano nel tentativo di vivere la tanto desiderata pazza gioia, indispensabile a farle uscire dalla loro dimensioni fatte di fallimenti, traumi, sofferenze e solitudini. Con la consueta ironia, Paolo Virzì ha definito la pellicola “una passeggiata fuori da una clinica, che si occupa di donne con problemi, in quel manicomio a cielo aperto che è l'Italia.” Descrizione breve, semplice e perfetta.

Consigliato a: chi vuole uscire dalla sala cinematografica magari pensando “uno dei film più belli che abbia visto nell’ultimo periodo. Consigliatissimo!!” (Cit.) Voto: 7.

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