La Ragazza delle Arance - Una riflessione sul tempo e sulla vita

Comprai questo libro a scatola chiusa ad una bancarella di libri usati, solo per il fatto che l'autore fosse Jostein Gaarder. Di Gaarder avevo già letto Il Mondo di Sofia, forse il suo libro più famoso, che ricordo mi fosse piaciuto moltissimo per la commistione perfetta tra trama e concetti filosofici. Fiducioso di ritrovare qualcosa di simile mi portai a casa La Ragazza delle Arance e devo dire che non mi ha deluso. Nonostante sia molto più semplice e scorrevole del precedente, La Ragazza delle Arance alterna momenti di leggerezza e intrattenimento a momenti di profondità vertiginosa, soprattutto nel finale. Ma andiamo con ordine.

Gaarder, originario di Oslo, ha studiato filosofia, teologia e letteratura e ha insegnato filosofia per dieci anni. Padroneggia i concetti di questi ambiti e ama inserirli nelle sue narrazioni con più o meno successo. Vediamo in questo caso cosa è successo.

 

 

PERSONAGGI, TRAMA E TEMATICHE

Georg è un ragazzo di quindici anni che vive con la madre, il compagno di sua madre e la sua sorellina nata dall'unione della madre e del compagno. Suo padre Jan purtroppo è morto in seguito ad una malattia circa undici anni prima, quando lui aveva poco più di quattro anni. Prima di morire Jan si è fatto promettere dalla moglie e dai parenti più stretti di non buttare mai il passeggino di Georg. Proprio all'interno di questo infatti, l'ormai quindicenne Georg, trova nascosta una lettera scritta dal padre in punto di morte indirizzata proprio a lui. Tutta la famiglia è in fibrillazione, ma Georg preferisce leggerla da solo in camera sua. Da questo momento in poi il libro si configura come un'alternanza di parti tratte dalla lettera di Jan e di considerazioni che fa Georg su quest'ultima.

Nella lettera Jan racconta a Georg di come abbia conosciuto la ragazza delle arance. La vicenda è stata tutt'altro che ordinaria. Jan vede per la prima volta la ragazza delle arance su un tram e cerca di aiutarla a non far cadere un enorme sacco di arance appunto che lei stava trasportando. Fin da quel momento Jan ne rimane stregato.

Compresi subito che c'era qualcosa di assolutamente speciale in lei, qualcosa di insondabilmente magico e incantevole. Notai inoltre il modo in cui mi osservava, come se in un certo senso mi avesse scelto tra tutte le persone che si erano riversate sul tram; era successo nel giro di un secondo, quasi come se fossimo già uniti in una specie di alleanza segreta.

Da quel momento iniziano le peripezie di Jan per incontrare nuovamente la ragazza. In tutta questa prima parte abbiamo una meravigliosa storia d'amore, di coincidenze, di serendipità, ricca di colpi di scena. Si scopre infatti perché ogni volta che Jan incontra la ragazza quest'ultima abbia con sé un enorme sacco di arance, ma soprattutto perché la ragazza sappia inspiegabilmente delle cose dell'infanzia di Jan. La prosa è semplice e scorrevole, impreziosita da passaggi che mi hanno suscitato emozioni di stupore e meraviglia.

Era come se una volta, molto molto tempo fa, avessimo trascorso insieme una vita intera, solo lei e io.

Innestati sulla storia di Jan e la ragazza delle arance troviamo vari temi più o meno approfonditi. Il desiderio, l'attesa e, uno su tutti, il tempo. Jan rivolge spesso delle domande dirette a suo figlio Georg attraverso la lettera, che di conseguenza vengono poste al lettore stesso: che cos'è il tempo? Quanto si è disposti ad aspettare qualcosa? Siamo capaci di sopportare la nostalgia? Più ci si avvicina alla fine del libro e più le domande che Jan ci rivolge sono complesse: ma che cos'è un essere umano? Qual è il valore di uomo? Siamo solamente polvere che i venti sollevano in mulinelli e poi disperdono? Che cos'è questa grande favola nella quale viviamo e che ognuno di noi ha la possibilità di assaporare solo per un breve momento?

Jan continua a raccontare la sua storia al figlio e, dal momento in cui inizia a parlare del periodo in cui gli è stata diagnosticata la malattia che lo condurrà alla morte, le sue domande a Georg verteranno sempre più frequentemente sull'universo e sul senso della vita. Non perché gli sia necessaria una risposta, d'altronde è morto, ma per far riflettere il figlio e i lettori su questi temi. Il ritmo diventa più incalzante poiché Jan sa che il tempo stringe. Mentre tutta la prima parte è un inno all'amore, alla gioia e alla speranza, la seconda parte diventa più cupa. Jan infatti sa che dovrà morire di lì a poco e condivide con noi e il figlio le sue angosce e le sue paure. Viene assalito dal rancore nei confronti di questo mistero che è la vita che, prima ci ricolma di gioia, ma poi ce la strappa quando meno ce lo aspettiamo. Una favola che, per quanto favola, è destinata a finire, comunque sia andata. E che in ogni caso, rispetto all'eternità precedente alla nostra nascita e all'eternità che ne seguirà, sarà estremamente corta. Jan si chiede se sia giusto, se ne valga la pena. Ed è a questo punto che rivolge a Georg la domanda che attendeva di fargli dall'inizio della lettera:

Immagina di trovarti sulla soglia di questa favola, in un momento non precisato di miliardi di anni fa, quando tutto fu creato. Avevi la possibilità di scegliere se un giorno avresti voluto nascere e vivere su questo pianeta. Non avresti saputo quando saresti vissuto, e non avresti neppure saputo per quanto tempo saresti potuto rimanere qui, ma non si trattava comunque più di qualche anno. Avresti solo saputo che, se avessi scelto di venire al mondo un giorno, o a tempo debito, allora un giorno avresti anche dovuto staccarti da esso e lasciare tutto dietro di te. [...] Avresti scelto di vivere un giorno una vita sulla terra, breve o lunga, dopo centomila o cento milioni di anni? Oppure avresti rifiutato di partecipare a questo gioco perché non accettavi le regole?

Questo è l'apice del libro: prendere in considerazione il mistero dell'universo e della vita da una prospettiva così ampia mi ha dato un senso di vertigine. E quello che era un inno alla vita si ribalta: Jan infatti afferma che se avesse saputo in anticipo come sarebbe stata la sua vita, avrebbe rinunciato a prenderne parte. Inoltre confessa di provare "una specie di senso di colpa" ad aver messo al mondo Georg e poiché in questo modo si ritrova ad aver deciso al suo posto di catapultarlo nella favola della vita. Ed è proprio a causa di questo senso di colpa che Jan pone la fatidica questione al figlio: se il figlio infatti ammettesse che, nonostante tutto, lui avesse scelto di vivere, Jan sarebbe assolto. Ovviamente, non potendo leggere la risposta, Jan chiede a Georg di rispondere in maniera indiretta e cioè attraverso il modo in cui sceglierà di vivere. Dopo una breve considerazione su una eventuale possibilità di vita dopo la morte, la lettera di Jan si chiude.

Georg viene travolto dalle emozioni e non riesce a trattenere il pianto. Durante la lettera però ha subito una trasformazione: non solo ha conosciuto suo padre, ma inizia a sentirsi cresciuto, adulto. E da adulto inizia a comportarsi con gli altri membri della famiglia, dimostrando effettivamente con le sue azioni di essere maturato molto.

Le ultime pagine sono dedicate alle riflessioni di Georg. In un primo momento non sa come rispondere al padre. Prova a elaborare dei paragoni: se potessi assaggiare qualcosa di straordinariamente buono, ma poi potessi mangiarne solo un pezzo microscopico, lo assaggerei? Georg è tentato dal rispondere di no. Ma continua a riflettere e infine, dopo un cambio di prospettiva basato sulla vicenda relativa alla ragazza delle arance, prende la sua decisione. Georg è deciso a vivere, comunque vada. Si riscopre entusiasta della vita, grazie a ciò che ha dovuto sopportare il padre. Solo in quel momento capisce cosa vuol dire non esistere e non poter più vivere. Nonostante, come dice lui, si sente vittima di un raggiro per cui ci viene dato tutto, ma poi ci viene richiesto di tornare nel nulla, Georg sceglie di godere della vita. Ha già i suoi sogni, le sue passioni che vuole ardentemente portare avanti. È pronto alla sofferenza, alle sconfitte e a tutto quello che gli riserverà la vita nella sua interezza. È arrabbiato con chi ha stabilito le regole, ma non può farsi sfuggire un'occasione del genere! E dunque risponde al padre con una lettera brevissima e carica di gioia in cui lo rassicura di aver fatto la cosa giusta e augurandogli di riposare finalmente in pace.

 

 

 

ANALISI E COMMENTO (contiene spoiler)

La prima parte del romanzo è molto fruibile. Come dicevo la prosa è scorrevole e la trama molto accattivante. Ma già in questa prima parte si notano quelli che a mio avviso sono dei problemi. Jan infatti innesta sul racconto le sue domande che appaiono troppo generiche. Che cos'è l'essere umano? Che cos'è il tempo? Sicuramente sono quesiti interessanti, ma che posti in questa maniera rimangono sterili. Né Georg né un lettore digiuno da questi temi saprebbe infatti rispondere. Non veniamo guidati in nessun modo nella ricerca di una risposta. L'autore si limita a mostrare al lettore quanto sia importante, per avere una vita appagante, perseguire i propri sogni, imparare a vivere nel qui ed ora e saper cogliere le occasioni che ci vengono presentate (il famoso carpe diem). Ma allora che senso ha buttare lì delle domande di tale portata? Forse per stimolare il lettore nella ricerca? Sembra più una cattiveria metterlo davanti a problemi del genere e poi abbandonarlo.

Il secondo grosso problema è che tutta la storia della ragazza delle arance si lega malamente con la seconda parte del racconto. La ragazza delle arance alla fine si rivelerà essere Veronika, la mamma di Georg e moglie di Jan. In pratica Jan racconta al figlio di come ha conosciuto sua madre. E fin qui andrebbe tutto bene. Ma Jan dice a Georg che gli vuole raccontare questa storia per arrivare alla domanda finale che gli pone. Tuttavia avrebbe potuto porgli la famosa domanda anche senza raccontargli la storia. Che senso ha raccontargli tutta la sua vita per poi fargli quell'unica domanda? È vero che Georg prende la sua decisione proprio grazie alla storia che gli è stata raccontata (a questo cambio di prospettiva è dedicata solo mezza pagina), ma influisce in maniera così marginale che il legame tra la prima parte e la seconda sembra troppo labile. Georg non sceglie solo perché dalla lettera del padre capisce cosa significhi non esistere, ma perché è già innamorato della vita. Inoltre per arrivare a queste conclusioni Jan avrebbe potuto tranquillamente raccontare al figlio solo il suo rapporto con la malattia. O semplicemente dirgli che voleva raccontargli come ha conosciuto sua madre.

Terzo punto che voglio affrontare: il motivo per cui Jan pone la fatidica domanda al figlio è una questione puramente egoistica. Jan prova una specie di senso di colpa per aver fatto nascere Georg senza il suo "consenso". Chiede quindi tale consenso (se così può essere chiamato) a posteriori per sentirsi assolto. A parte che trovo spiacevole dire una cosa del genere al proprio figlio. In secondo luogo lui ormai è morto, quindi valeva la pena caricare il figlio di un'incombenza di tale portata? Conosco gente che è finita in terapia per molto meno. La scusa è poi che Georg gli avrebbe risposto al quesito attraverso il modo in cui avrebbe deciso di vivere. Ok, ma magari poteva farlo arrivare a queste consapevolezze con un po' più di tatto. Si ha la sensazione che sarebbe bastato dire al piccolo Georg qualcosa del tipo "vivi al massimo delle tue possibilità e assapora la vita come ho fatto io finché non mi sono ammalato" oppure "vivi anche per chi come me non ha potuto farlo se non per pochi anni". E invece no, gli lascia un fardello poco simpatico da trasportare, soprattutto se si ha quindici anni. Ma per fortuna Georg, attraverso la lettura della lettera, matura e si ritrova precocemente nel mondo degli adulti invece di trasformarsi in un Emil Cioran (che vi ricordo aver scritto L'inconveniente di essere nati).

Un'altra interpretazione potrebbe essere invece quella secondo la quale solo chi tocca il fondo poi sia in grado di apprezzare veramente la vita. Solo dopo una profonda crisi infatti si riesce a cogliere cosa c'è di veramente importante nella vita e si riesce a goderne. Jan forse quel fondo lo ha toccato, ha capito quali sono le cose per cui vale la pena di vivere, e ha cercato di trasmetterle a Georg risparmiandogli inutili sofferenze. Che possa funzionare? Bisogna irrimediabilmente attraversare la tempesta per vivere il cambiamento o basta che qualcuno ci racconti della sua tempesta?

Infine trovo che la domanda di Jan sia mal posta. Come si può immaginare di essere al di fuori dello spazio e del tempo? Implicherebbe già esserci in un qualche modo. La scelta non sarebbe quindi tra il non essere e l'essere, ma tra l'essere in un modo e essere in un altro. Sarebbe necessario per esempio sapere come si sta al di fuori dello spazio e del tempo. La scelta insomma presuppone la vita o quantomeno l'esserci.

 

 

CONCLUSIONE

Nonostante le problematiche evidenziate qui sopra, il libro è molto piacevole da leggere. Soprattutto la storia di Jan e della ragazza con le arance è molto appassionante e non si può che tifare per loro. Indubbiamente fornisce numerosi spunti di riflessione e contribuisce a mettere in moto gli ingranaggi nel cervello del lettore oltre che a suscitargli forti emozioni. Guardando però il risultato con la lente di ingrandimento e con occhio un po' più critico si trovano i suddetti problemi che però, a mio avviso, non rovinano l'esperienza della lettura. Si può fruire tranquillamente della storia senza storcere il naso e anzi, grazie alla forza di Georg e della sua risposta, ricominciare a vivere con energia rinnovata e positività.

 

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