La Repubblica Italiana (1946) e “Una vita difficile” (1961)

Stranamente il Cinema non ha mai celebrato la nascita della nostra Repubblica. Probabilmente perché essa è arrivata in una modalità priva di enfasi, dopo giorni tesi, insanguinati ed un inutile Colpo di Stato. Così, il film “Una vita difficile” (*) costituisce un’autentica eccezione! Diretto dal grande Dino Risi nel 1961, narra le vicissitudini di un uomo integerrimo ed idealista nel periodo compreso tra la guerra civile ed il boom economico: tra queste merita di essere menzionata la cena nel palazzo dei principi monarchici il giorno del Referendum Istituzionale, quella in cui il protagonista e la sua compagna mangiano felici un ricco piatto di pasta - un miraggio per quegli anni - nonostante intorno a loro tutti siano sgomenti a causa dei risultati. La scena è assolutamente spassosa, perché l'equilibrio tra aspetti tragici e comici è ben ponderato: i commensali nei loro spocchiosi atteggiamenti, gli affamati e senza una Lira Alberto Sordi e Lea Massari, l’illusoria sensazione di vittoria e l’altrettanta illusoria fine di un mondo, quello dei privilegiati. Sarà lo stesso protagonista a comprendere alcuni anni più tardi che la nuova Italia non offre spazio agli ideali, bensì alla mediocrità, all’ipocrisia, all’egoismo ed agli interessi materiali.

Nella realtà del giugno 1946 il clima generale è stato ben più drammatico e nervoso. Ecco in sintesi gli accadimenti principali:

  • Domenica 2 e lunedì 3: si vota per la prima volta a suffragio universale per determinare la forma istituzionale dello Stato e per eleggere l’Assemblea Costituente.
  • Giovedì 6: Il Corriere della Sera e La Stampa titolano in prima pagina “E’ nata la Repubblica Italiana”.
  • Lunedì 10: la Corte di Cassazione proclama i risultati del Referendum: 12.672.767 voti per la Repubblica, 10.688.905 per la Monarchia. E’ da notare, però, che il Verbale si conclude in modo ambiguo: “La Corte (…) emetterà in altra adunanza il giudizio definitivo sulle contestazioni, le proteste e i reclami presentati agli Uffici delle singole Sezioni, agli Uffici circoscrizionali o alla stessa Corte concernenti lo svolgimento delle operazioni relative al Referendum; integrerà i risultati con i dati delle Sezioni ancora mancanti e indicherà il numero complessivo degli elettori votanti e quello dei voti nulli.
  • Martedì 11: il Consiglio dei Ministri propone ad Umberto II che sia il Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi ad esercitare i poteri di Capo dello Stato fino alla proclamazione dei risultati definitivi.
  • Mercoledì 12: il Re conferma che avrebbe rispettato “il responso della maggioranza del popolo italiano espresso dagli elettori votanti, quale sarebbe risultato dal giudizio definitivo della Corte Suprema di Cassazione.” Secondo il Sovrano, infatti, non essendo ancora stato indicato il numero complessivo degli elettori votanti e quello dei voti nulli, non era ancora certo se la Repubblica, sebbene in netto vantaggio, rappresentasse la maggioranza degli elettori votanti.
  • Giovedì 13: il Consiglio dei Ministri, nonostante non sia ancora avvenuta la proclamazione definitiva, attribuisce in modo unilaterale le funzioni di Capo provvisorio dello Stato ad Alcide De Gasperi. Umberto II dirama un proclama alla Nazione (**) col quale denuncia l’illegalità commessa, affida la Patria agli italiani (non ai loro rappresentanti eletti) e scioglie, sia i militari, sia i funzionari dello Stato, dal giuramento di fedeltà al Re. Alle 16.07 lascia il suolo italico dall’Aeroporto di Ciampino per l'esilio in Portogallo: senza dare seguito ai numerosi inviti a resistere, egli ha preso atto della realtà ed evitato il rischio di una nuova guerra civile, di cui i tumulti ed i morti dei giorni precedenti a Napoli avrebbero potuto costituirne l’inizio. Il Presidente del Consiglio in una nota ufficiale definisce  il Proclama(…) un documento penoso, impostato su basi false ed artificiose,” e chiosa con “un periodo che non fu senza dignità si conclude con una pagina indegna.”
  • Martedì 18: la Corte di Cassazione, con dodici magistrati contro sette, stabilisce che per “maggioranza degli elettori votanti” si debba intendere la “maggioranza dei voti validi” senza contare il numero delle schede bianche e delle schede nulle, considerate non valide. La Suprema Corte, quindi, respinge tutti i ricorsi e procede alla pubblicazione dei risultati definitivi: 12.717.923 voti alla Repubblica, 10.719.284 voti alla Monarchia, 1.498.136 voti nulli. Di conseguenza, la Repubblica ha conseguito la maggioranza assoluta dei votanti, rendendo inutile ogni discussione sotto il profilo giuridico interpretativo.
  • Venerdì 28 giugno: l'Assemblea Costituente elegge Enrico De Nicola Capo Provvisorio dello Stato.

Può apparire assurdo, ma a distanza di tanti decenni in alcuni ambienti ultra-conservatori il risultato del Referendum viene ancora definito truffaldino. Il sostenere questa tesi, però, non tiene conto di un fattore fondamentale: la situazione politica e sociale nel 1946. Tutti i Partiti erano più o meno apertamente schierati per la svolta repubblicana, i lutti e le ferite della Guerra erano ancora vivi negli animi, gli episodi violenti avevano cadenza quotidiana. Quasi certamente saranno stati compiuti molteplici brogli, ma immaginare lo spostamento di centinaia di migliaia di voti appare davvero inverosimile e, soprattutto, fuori dalla portata dei mezzi dell’epoca. In ogni caso la Repubblica Italiana ha avuto un vero e proprio genitore, Giuseppe Romita, il quale ne ha preparato strategicamente la nascita. Nominato Ministro dell’Interno nel dicembre 1945, egli si pone come primo obbiettivo quello di gestire al meglio le Elezioni: non si deve dimenticare, infatti, che quelle del 1946 sono le prime consultazioni democratiche dopo più di venti anni e che il lavoro preparatorio si presenta immenso. Ecco un dato per rendere chiaro lo scenario: a gennaio solo circa mille comuni su oltre ottomila hanno provveduto ad aggiornare le Liste Elettorali. Comunque, consapevole di queste difficoltà, sostiene durante i Consigli dei Ministri che il Referendum debba svolgersi il prima possibile, al fine di impedire alla Monarchia di guadagnare consensi; inoltre, spinge per anticipare le Elezioni Amministrative tra marzo e aprile solo nei comuni dove sia prevedibile una maggioranza repubblicana (negli altri saranno rinviate ad una fase successiva). Così facendo, il Ministro degli Interni vuole offrire all'opinione pubblica l’idea che la Repubblica abbia già vinto e che i Savoia non abbiano più futuro. Superata ogni resistenza da parte di alcuni colleghi Ministri, tale strategia risulterà vincente.

Per inquadrare bene il fronte opposto, invece, conviene fare un salto indietro al 10 aprile 1944: a Ravello (SA) quel giorno i rappresentanti degli anglo-americani richiedono in termini perentori a Vittorio Emanuele III di rinunciare al ruolo di Sovrano. Così, il 5 giugno successivo, dopo la liberazione di Roma, il Re nomina il figlio Umberto Luogotenente del Regno con pieni poteri e mantiene per se il titolo dinastico, pur ritirandosi a vita privata. Questa decisione, figlia anche delle pressioni che dalla fine del 1943 auspicavano una svolta nell’ambito della Famiglia Reale, avrebbe in seguito dato forza alle tesi dei sostenitori repubblicani: difatti, da un lato Vittorio Emanuele continuava ad essere Re ed a offrire il fianco a coloro che ne ribadivano le responsabilità storiche, dall’altra Umberto risultava privo di quella piena legittimazione che sarebbe invece derivata da una successione vera e propria. Solo il 9 maggio 1946 il vecchio Sovrano si decide a firmare l’atto di abdicazione, facendo diventare il figlio Re Umberto II; e quella stessa sera colui che aveva regnato per quasi 46 anni sale, insieme alla moglie Elena, sull’incrociatore Duca degli Abruzzi per recarsi in esilio in Egitto.

A tre settimane dal voto, l’abdicazione segna un’accelerazione della campagna elettorale: azionisti, comunisti e socialisti alzano i toni della propaganda accusando la Corona di scorrettezza e temendo un ribaltamento del risultato dato fino ad allora quasi per certo. Da parte sua Umberto II mantiene un atteggiamento troppo rispettoso delle prerogative istituzionali e decide, sia di non partecipare in prima persona alla battaglia referendaria, sia di non permettere la fondazione di un partito monarchico. Preferisce, piuttosto, inviare un Proclama alla Nazione il 10 maggio, consentire l’affissione di centinaia di migliaia di manifesti con la sua fotografia (insieme alla Regina Maria Josè ed ai quattro figli), recarsi in visita ufficiale in alcune aree della Penisola, promettere un’amnistia che chiuda il clima da guerra civile. Gioca l'ultima carta il 1 giugno quando annuncia che, nel caso di una vittoria priva di maggioranza netta, avrebbe proposto un secondo referendum confermativo, perché una Repubblica si può fondare sul 51% dei consensi, ma non una Monarchia. Una mossa strategica di grande clamore che, comunque, non muta il risultato finale.

Nel 1960 Giuseppe Pagano, Presidente della Corte di Cassazione nel 1946, ha affermato che “l'angoscia del Governo di far dichiarare la Repubblica era stata tale da indurre al Colpo di Stato (quello di giovedì 13 giugno n.d.a.) prima che la Corte Suprema stabilisse realmente i risultati validi definitivi.” Secondo il Magistrato, infine, l'accoglimento della posizione di Umberto II ...non avrebbe mai potuto spostare la maggioranza a favore della Monarchia, ma soltanto diminuire sensibilmente la differenza tra il numero dei voti a favore della Monarchia e quello dei voti a favore della Repubblica.

 Vittorio Emanuele III è morto ad Alessandria d’Egitto il 28 dicembre 1947 ed è stato tumulato nella Cattedrale Cattolica. La salma è stata fatta rientrare in Italia, preceduta di un giorno da quella della consorte Elena, solo nel dicembre 2017 dopo quasi settant'anni.

Umberto II è morto in una clinica di Ginevra il 18 marzo 1983. Un'infermiera, resasi conto del trapasso imminente, gli ha preso la mano e lo ha sentito esclamare la parola Italia. La salma, come quella della Regina Maria Josè, si trova ancora nell’Abbazia di Altacomba nella Savoia francese, terra dalla quale la sua Famiglia trae le origini.

Sovrani inglesi che hanno regnato dalla seconda metà del XIX secolo sono tumulati nel Castello di Windsor (ad eccezione della Regina Vittoria). Gli Zar russi che hanno regnato dalla seconda metà del XIX secolo sono sepolti nella Cattedrale di San Pietro e Paolo a San Pietroburgo. I Sovrani spagnoli che hanno regnato dalla seconda metà del XIX secolo sono sepolti nella Basilica di San Lorenzo all'Escorial. Nella Città del Vaticano tutti i Pontefici eletti nel XX secolo sono tumulati nel Complesso della Basilica di San Pietro. I governi della Repubblica Italiana amano fare le eccezioni: così al Pantheon di Roma riposano solo Re Vittorio Emanuele II, Re Umberto I e la Regina Margherita.

(*) "Una vita difficile" - Regia: Dino Risi - Cast: Alberto Sordi, Lea Massari, Franco Fabrizi, Lina Volonghi, Claudio Gora - Sceneggiatura: Rodolfo Sonego - Fotografia: Leonida Barboni - Musiche: Carlo Savina - Genere: drammatico - Durata: 118 minuti.

(**) Proclama del 13 giugno 1946: "Italiani! Nell'assumere la Luogotenenza generale del Regno prima e la Corona poi, io dichiarai che mi sarei inchinato al voto del popolo liberamente espresso, sulla forma istituzionale dello Stato. Eguale affermazione ho fatto subito dopo il 2 giugno, sicuro che tutti avrebbero atteso le decisioni della Corte Suprema di Cassazione, alla quale la Legge ha affidato la proclamazione dei risultati definitivi del Referendum. Di fronte alla comunicazione di dati provvisori e parziali fatta dalla Corte suprema; di fronte alla sua riserva di pronunciare entro il 18 giugno il giudizio sui reclami e di far conoscere il numero dei votanti e dei voti nulli; di fronte alla questione sollevata e non risolta sul modo di calcolare la maggioranza, io, ancora ieri, ho ripetuto che era mio diritto e dovere di Re attendere che la Corte di Cassazione facesse conoscere se la forma istituzionale repubblicana avesse raggiunto la maggioranza voluta. Improvvisamente questa notte, in spregio alle leggi e al potere indipendente e sovrano della Magistratura, il Governo ha compiuto un gesto rivoluzionario, assumendo, con atto unilaterale e arbitrario, poteri che non gli spettano, e mi ha posto nell'alternativa di provocare spargimento di sangue o di subire la violenza. Mentre il Paese da poco uscito da una tragica guerra vede le sue frontiere minacciate e la sua stessa unità in pericolo, io credo mio dovere fare quanto sta ancora in me perché altro dolore ed altre lacrime siano risparmiate al popolo che già tanto ha sofferto. Confido che la Magistratura potrà dire la sua libera parola; ma, non volendo opporre la forza al sopruso, né rendermi complice della illegalità che il Governo ha commesso, io lascio il suolo del mio Paese, nella speranza di scongiurare agli italiani nuovi lutti e nuovi dolori. Compiendo questo sacrificio nel supremo interesse della Patria, sento il dovere, come italiano e come Re, di elevare la mia protesta contro la violenza che si è compiuta; protesta nel nome della Corona e di tutto il popolo, che aveva il diritto di vedere il suo destino deciso nel rispetto della Legge e in modo che venisse dissipato ogni sospetto. A tutti coloro che ancora conservano la fedeltà alla Monarchia, a tutti coloro il cui animo si ribella all'ingiustizia, io ricordo il mio esempio e rivolgo l'esortazione di voler evitare l'acuirsi di dissensi che minaccerebbero l'unità del Paese, frutto della fede e del sacrificio dei nostri padri e potrebbero rendere più gravi le condizioni del trattato di pace. Con l'animo colmo di dolore, ma con la serena coscienza di aver compiuto ogni sforzo per adempiere ai miei doveri, io lascio la mia Patria. Si considerino sciolti dal giuramento di fedeltà al Re, non da quello verso la Patria, coloro che lo hanno prestato e che vi hanno tenuto fede attraverso tante durissime prove.
Rivolgo il mio pensiero a quanti sono caduti nel nome d'Italia e il mio saluto a tutti gli italiani. Qualunque sorte attenda il nostro Paese, esso potrà sempre contare su di me come sul più devoto dei suoi figli. Viva l'Italia."
Firmato: Umberto.

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