La Seconda Guerra Mondiale (1940-1945) e "Roma città aperta" (1945)

Come spero sia ben noto anche ai più giovani, la Seconda Guerra Mondiale ha avuto inizio il 1 settembre 1939 con l’invasione tedesca della Polonia, che in sole 5 settimane viene totalmente piegata. Nella primavera dell’anno successivo il Terzo Reich ha già conquistato Danimarca, Norvegia, Belgio, Olanda e la Francia sta per seguire la stessa sorte. Il 10 giugno 1940, davanti ad una folla oceanica ed acclamante (presente nelle principali piazze di ogni città e paese), il Duce annuncia la nostra entrata in guerra “contro le democrazie plutocratiche e reazionarie dell'Occidente, che, in ogni tempo, hanno ostacolato la marcia e, spesso, insidiato l'esistenza medesima del popolo italiano.” Egli è convinto che la fine del Conflitto sia imminente e che il sacrificio di qualche migliaio di giovani sia necessario a posizionare l’Italia tra i Vincitori. Come sia finita lo sappiamo tutti.
Ancora oggi nelle chiacchiere da bar tra amici e conoscenti, o sulle piattaforme dei
social networks tra sconosciuti, si delineano in linea di massima due schieramenti: coloro che accusano Benito Mussolini di qualunque responsabilità (persino in campo architettonico od urbanistico) e coloro che sottolineano quanto di positivo abbia egli compiuto a livello sociale (senza spendere una parola sulle Leggi razziali o sul Patto d’Acciaio); entrambe le posizioni tralasciano curiosamente le responsabilità militari del Capo del Governo, Primo Ministro e Segretario di Stato. Quelli erano ancora i tempi in cui le dominazioni e le conquiste avvenivano tramite gli eserciti e non per mezzo dell’economia; gli anni in cui i giovani venivano educati con insegnamenti tipo "credere, obbedire, combattere", "è l'aratro che traccia il solco, ma è la spada che lo difende" e gli adulti indossavano volentieri la divisa militare aspirando a combattere per la Patria; l'epoca che aveva visto la Proclamazione dell'Impero (9 maggio 1936) dopo la più grande Campagna coloniale della Storia per il numero di uomini e la modernità dei mezzi utilizzati; il periodo durante il quale alle esigenze di prestigio internazionale e di rafforzamento interno era stato risposto con la Guerra d'Etiopia. Eppure, nonostante tutto questo, resta sorprendente come l’Italia si sia presentata nel 1940 militarmente inadeguata. Ecco due esempi, relativi ai primissimi giorni di belligeranza, che valgono meglio di qualunque opinione. Nello stesso 10 giugno la nostra flotta mercantile ha perso oltre un terzo dei propri navigli, ormeggiato nei porti delle Nazioni divenute nemiche, poiché nessuno aveva disposto un preavviso dell’imminente Dichiarazione di Guerra: vista l’urgenza di mantenere o di costituire le vie marittime di comunicazione e di rifornimento, questo è stato di certo il primo grave errore in ordine temporale. Inoltre, il 18 giugno i reparti di quattro armate italiane hanno attaccato dalle Alpi le linee nemiche senza riuscire a sfondarle; anzi, siamo stati noi ad aver registrato le perdite maggiori a causa della scarsa organizzazione e del mediocre tatticismo. Mentre l’esercito francese si è disfatto davanti alla potenza del Terzo Reich, l’Italia è stata fermata da appena quattro divisioni di fanteria. Non può, quindi, sorprendere la decisione di Adolf Hitler di concederci solo modestissimi aggiustamenti territoriali e la smilitarizzazione della fascia di Confine. Un paragone impietoso: se il Duce dispone di forze militari inadeguate dopo 14 anni e cinque mesi di governo dittatoriale, il Fuhrer domina l’Europa dopo 5 anni ed un mese. In un tale contesto la macchina della propaganda non può che celare o mitigare questi magri risultati: d'altronde, il fine interno doveva essere quello di tenere alto il morale della popolazione, ancora ben diverso da quello del biennio 1943-1945.

Roberto Rossellini ha girato “Roma città aperta” (*) proprio nelle primissime settimane del 1945 in condizioni assolutamente precarie per la scarsa disponibilità, sia dei fondi economici, sia del materiale tecnico. Le vicende sono ambientate quando la Guerra si sta evolvendo in modo opposto all’iniziale convincimento di Mussolini: il mito del Duce non esiste più, la fame e la miseria sono le compagne costanti di tutti, gli uomini si trovano al Fronte oppure nascosti, le donne tirano avanti come possono, così come i bambini si divertono facendo le vedette e rubando munizioni da utilizzare contro i tedeschi. Nel saggio “Storia del Cinema Italiano 1895-1961Carlo Lizzani ha dichiarato: “Un prete e un comunista lottano per la stessa causa. Dietro di loro si muove un quartiere popolare, coi suoi casoni squallidi, i cortili in cui la storia di ognuno è la storia di tutti e dove la sofferenza e le speranze sono comuni. La forza del film è in questa molteplicità di elementi umani coagulati da un'unità superiore.” Il capolavoro di Rossellini, però, offre un’immagine della Resistenza romana lontana purtroppo dalla verità: il fatto che le figure dei due protagonisti siano state ispirate a Teresa Gullace (uccisa in Viale Giulio Cesare mentre tentava di parlare col marito appena arrestato) ed a Don Giuseppe Morosini (fucilato a Forte Bravetta), non significa che i movimenti di Resistenza siano appartenuti all'intera Capitale. A tale riguardo il Prof. Aurelio Lepre (Ordinario di Storia Contemporanea all’Università di Napoli) ha scritto che "Rossellini consegna alla memoria collettiva non la Roma spaventata e tutta chiusa nei problemi della sopravvivenza che fu, ma una Roma tragica ed eroica”. Inoltre, se è vero che il linguaggio cinematografico possa comportare semplificazioni e forzature per questioni strutturali e narrative, non si può non notare come la distinzione tra il bene ed il male tracciata sulla pellicola non sia stata così evidente nella realtà: da un lato, il sacerdote sempre buono e disponibile, il privato cittadino pronto a correre il più alto dei rischi, la donna innocente martire nel giorno delle nozze, il bambino reso orfano mentre indossa la tunica da chierichetto; dall’altro, il sadismo costante dei Nazisti, la viltà degli aguzzini e dei traditori, le perversioni dei drogati e delle lesbiche (nessuno si offenda, ma affiora palese l’allora considerazione nei confronti di quest’ultime). Comunque, il valore neorealista di “Roma città aperta” rimane altissimo e meriterebbe di essere mostrato ogni anno agli studenti vicini alla maggiore età. Il film, infatti, risulta più efficace di un documentario e può valere molto più di un discorso retorico o di una lezione accademica. Sulle leggendarie interpretazioni di Anna Magnani e di Aldo Fabrizi è già stato scritto e detto tutto, al punto che non mi sembra opportuno replicare argomentazioni ben note.

Nei fatti il 10 giugno del 1940 ha segnato l’inizio della fine dell’Era Fascista; una conclusione non immediatamente intuibile, ma che, comunque, si è protratta per quasi cinque anni: troppi! Un lustro del quale rimangono: il troppo sangue versato dalla popolazione civile, l'inadeguatezza dei vertici militari (sulle cui nomine Mussolini ha dato il consenso), gli atti d'eroismo e gli estremi sacrifici compiuti da moltissimi soldati spesso privi di mezzi adeguati (“Mancò la fortuna, non il valore” è la frase sopra un cippo nel Sacrario di El Alamein), la lotta di Resistenza organizzata da una minoranza di uomini.

Altri film sul tema: La ciociara” (1960) di Vittorio De Sica, “La lunga notte del ‘43” (1960) di Florestano Vancini, “El Alamein - La linea del fuoco” (2002) di Enzo Monteleone.

(*) “Roma città aperta” (1945) - Regia: Roberto Rossellini - Cast: Anna Magnani, Aldo Fabrizi - Sceneggiatura: Sergio Amidei, Federico Fellini, Roberto Rossellini - Musiche: Renzo Rossellini - Genere: Drammatico, Guerra - Durata: 100 minuti.

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