La Tartaruga Rossa: una sorpresa animata

Agli oscar 2017 potrebbe esserci una sorpresa.

In un anno molto povero per il cinema d’animazione, che negli ultimi tempi aveva abituato gli spettatori ai vari Lego movie, Inside Out, Anomalisa, Frozen, Frankenweenie ecc., La Tortue Rouge/ La Tartaruga rossa segue la parabola de O Menino e o Mundo / Il Bambino che scoprì il mondo, presentato a Cannes 2013 e candidato agli Academy Awards 2016. Ma se il film di Alê Abreu dovette piegarsi allo strapotere estetico ed economico di Inside Out, quest’anno la storia potrebbe essere diversa.

La Tartaruga Rossa è un film impressionista. La sua matrice visiva si compone di acquerelli sfumati e desaturati che delineano il rapporto tra la natura e l’individuo che la abita, rappresentando di volta in volta non solo il paesaggio di un’isola incontaminata nel mezzo dell’oceano, dove un naufrago trova rifugio in attesa di ripartire, ma anche gli stati emotivi che la natura comporta: sogni, incubi, desideri che prendono vita di notte, una notte in scala di grigi, non buia, non inquinata, ma di un bianco e nero che culla e avvolge l’uomo con la sua seta di fumo e lo accompagna fino alla morte. Quindi i colori, le pennellate, le sfumature, sostituiscono le parole e sono più vivi e più veri proprio per l’assenza di queste, dando vita ad un ambiente d'inesprimibile bellezza.
Non a caso il film è privo di dialoghi e la comunicazione si gioca su un piano ancestrale di suoni gutturali e fonemi accennati, di gesti primordiali e geroglifici disegnati sulla sabbia. Non c’è bisogno di spiegazioni in un contesto silenzioso e istintuale come quello di un’isola sperduta, e anche gli atti magici che prendono corpo tra il mare e la spiaggia (una tartaruga rossa che si tramuta in una donna, quella che diventerà la compagna del protagonista) vengono accettati per quello che sono, senza suscitare domande o curiosità, come se il miracolo dell’esistenza venisse accettato come un dato di fatto inspiegabile, un enigma inconoscibile da accettare come un dono.

Il film d’animazione prodotto, tra gli altri, dallo studio Ghibli (un tempo casa del genio di Hayao Miyazaki), delinea un storia lirica e simbolista di formazione in reverse, nel quale la maturità del personaggio principale coincide con un ritorno ad uno stato di natura talmente radicale da non lasciare spazio nemmeno per la preghiera. L'atto bellico incarnato dall'uccisione della tartaruga rossa che più volte impedisce al protagonista il ritorno in mare aperto non viene infatti redento, come ci si aspetterebbe, da una preghiera o da un atto di remissione. Quello che resta è solo lo stupore meravigliato (del protagonista e dello spettatore) nel vedere la tartaruga morente tramutarsi in una donna dai capelli carminio, con la quale il naufrago concepirà un figlio. Da qui, da un amore profondo e non ragionato con la natura, la rinuncia alla colonizzazione dell'isola e il tentativo di vivere in armonia con questa, rispettando le creature che la abitano e gli eventi, anche i più catastrofici, che la oltrepassano e che non risparmiano nessuno degli animali che la abitano, uomo compreso.

La natura de La Tartaruga Rossa non è infatti la rappresentazione stereotipata di una madre che accudisce e ristora, ma è anzi riprodotta in tutto il suo essere sublime, capace tanto di curare e meravigliare quanto di distruggere e terminare attraverso, ad esempio, lo tsunami che devasta gran parte dell’isola a metà della pellicola.
In questo quadro l’uomo non è altro che uno dei tanti corpi che popolano la terra, tutti accomunati dalla stessa radice animale (una tartaruga rossa, magari), che altro non può fare che contemplare e accettare un’entità magica, per lui inspiegabile. Semplicemente più grande di lui.
Nella speranza che, finalmente, gli oscar riservino una sorpresa.

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