"La Tigre Bianca" di Aravind Adiga

Tutti i lettori appassionati sanno che la scelta dei libri da leggere è una questione che va molto a periodi. Un momento vuoi leggere solo libri thriller, pieni di violenza e sgozzamenti, quello dopo ti senti romantico e sdolcinato, al punto da scegliere un romanzo d’amore strappalacrime e melenso. Ovviamente, io non sono immune a questo fenomeno nella scelta delle mie letture. In una di queste mie fasi letterarie, mi impuntai a comprare solo libri di autori provenienti da paesi lontani, più lontani possibile dalla mia cultura o da quelle a me più familiari. In questo mio excursus, mi imbattei in un piccolo capolavoro letterario indiano, sconosciuto ai più eppure vincitore di un premio importante come il Man Booker Prize nel 2008, anno della sua pubblicazione: “La tigre bianca” di Aravind Adiga.

Il romanzo narra la storia del protagonista, Balram, utilizzando un pretesto narrativo: l’uomo, che si definisce come un imprenditore e vive Bangalore, scrive a tarda notte delle lettere al Primo Ministro cinese, che da lì ad un settimana visiterà l’India, usando la sua vita come esempio per raccontare come sia effettivamente vivere nel suo paese. Le origini di Balram sono le più umili possibili: nato in un paesino chiamato Laxmangarh, nel Rajasthan, figlio di un guidatore di risciò, pur essendo un giovane brillante, viene costretto molto presto ad abbandonare la scuola per lavorare come servitore. Ben presto Balram decide di diventare un autista; dopo aver imparato a guidare, inizia a lavorare alle dipendenze di Ashok, il figlio di uno dei proprietari terrieri di Laxmangarh, che lo promuove a primo autista e lo porta con se nel suo trasferimento a New Delhi, facendo sì che Balram lasci per sempre la sua umile famiglia. Nella grande città vediamo tutte le caratteristiche tipiche dello stato Indiano: il contrasto tra ricchezza sfarzosa e povertà assoluta, la corruzione radicata in tutti gli organi statali e la crescente globalizzazione del paese. Ma la vita di Balram deve ancora prendere la sua piega più drammatica: quando infatti l’autista viene costretto dalla famiglia del padrone a prendersi la colpa per l’omicidio di un bambino, che era stato in realtà investito dalla moglie di Ashok, Pinky Madam, ubriaca al volante, Balram non vede altra scelta se non quella di fuggire. Uccide barbaramente Ashok e gli ruba dei soldi, così da poter trasferirsi a Bangalore, dove riesce ad aprire la propria compagnia di taxi.


In questo ritratto, a tratti freddo e spietato, dell’India moderna, la lotta del protagonista per emergere dalla massa e per la sua libertà assume un significato molto importante. Le metafore sugli animali, onnipresenti in questo romanzo, risultano molto efficaci: i quattro possidenti del paese di Balram, ad esempio, che vengono chiamati il Bufalo, l’Airone, il Corvo e il Cinghiale, a seconda dei loro appetiti, oppure il Circolo delle Scimmie, come il protagonista definisce gli altri servitori, fino alla più presente Stia dei Polli, ovvero l’India, dove i suoi abitanti sono rapaci, crudeli abietti e oggetto di disgusto. In quest’ottica, capiamo che il titolo si riferisce proprio al protagonista Balram, che appunto riesce ad essere un individuo all’interno della massa. Nella giungla, qual è l’animale più raro… la creatura che appare in un unico esemplare per ogni generazione?” - aveva chiesto l’ispettore al protagonista  bambino, che era stato in grado di rispondere alle sue domande tra i banchi di scuola. “La tigre bianca.” “Ecco cosa sei tu, in questa giungla.” Quindi, nonostante Balram compia un gesto estremo per ottenere la sua libertà, non possiamo fare altro che parteggiare per lui, e condividere il suo desiderio di individualità e di rivalsa.

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