"L'apparenza delle cose" di Elizabeth Brundage

Quando si sceglie di leggere un romanzo di genere thriller, sicuramente quello che si cerca è l’emozione. Il lettore vuole essere colpito dalla vicenda, svelarne i misteri che si susseguono, e immedesimarsi con il protagonista. Anche l’azione gioca un ruolo molto importante; i colpi di scena aumentano la suspense, lasciandoci col fiato sospeso. Tuttavia, esistono anche dei thriller meno convenzionali; in questi non ci sono così tanti punti che possono creare ansia e attesa, perchè il protagonista è in pericolo ad esempio o altri espedienti simili, ma gli autori ricorrono ad altri stratagemmi narrativi. Tra questa lista possiamo sicuramente annoverare un’opera recentissima, uscita nelle librerie italiane all’inizio di quest’anno, una bellissima scoperta di un’autrice poco nota in Italia: “L’apparenza delle cose” di Elizabeth Brundage. La vera novità di questo libro sta nello scegliere uno stile narrativo molto particolare,  profondamente psicologico. Gli avvenimenti non sono molti, quello che conta davvero è la psiche dei personaggi, quello che succede nelle loro menti.

Un tardo pomeriggio dell’inverno del 1979 il professor George Clare torna a casa dal lavoro, per scoprire la moglie Catherine brutalmente assassinata e la figlia Franny, di tre anni, sola, chissà da quante ore. La famiglia si era trasferita da poco a Chosen, piccola cittadina nella campagna dello stato di New York, subito dopo che era stato offerto a George un posto da insegnante di Storia dell’Arte nel college locale. Purtroppo, sembra che la scelta della casa dove vivere, sia già stata infausta per i Clare; si trasferiscono infatti nella Fattoria Hale, ritenuta da molti stregata e abitata dai fantasmi dei vecchi proprietari, che si sono suicidati lasciando tre figli adolescenti. George appare alla polizia come il sospetto principale fin dall’inizio, per quanto sembri sconvolto. A partire da questo punto, il romanzo si svolge in un elaborato flashback sugli avvenimenti che precedono il terribile delitto; il lettore scoprirà che quello che ha pensato leggendo i primi capitoli, le conclusioni che ha tratto, sono il più lontano possibile dalla verità.

Da diversi anni, uno dei generi che spopola è quello denominato domestic noir ( a cui appartengono ad esempio le opere Paula Hawkins e Gillian Flynn): si tratta di romanzi noir in cui, come dice il nome stesso, le vicende si svolgono in ambienti domestici, ovvero apparentemente normali e quotidiani. Anche “L’apparenza delle cose” può essere annoverato in questo sottogenere, anche se presenta tuttavia delle importanti differenze. La caratteristica che colpisce subito il lettore è lo stile cinematografico del romanzo; leggendo la biografia della Brundage, scopriamo presto che ha infatti frequentato la NYU Film School, e che attualmente lavora come sceneggiatrice. Lo stratagemma del delitto iniziale e del conseguente flashback non può non ricordarci di alcuni film o di alcune delle serie tv più di successo degli ultimi anni.

Altra componente molto riuscita è la caratterizzazione psicologica, di cui già accennavamo prima; l’autrice riesce perfettamente ad entrare nella psiche dei suoi personaggi, a capirne le paure, le fissazioni e i desideri. Riesce persino a caratterizzare un personaggio psicopatico, e a far capire come può apparire agli altri perfettamente normale. Il tutto condito con un affresco di una piccola comunità rurale, in tutte le sue apparenze e contraddizioni, che nulla ha da invidiare a celebri predecessori, quali, ad esempio, il maestro assoluto, John Steinbeck.

Elizabeth Brundage, L’apparenza delle cose, Bollati Boringhieri, 2017

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