L’Armistizio (1943) e “Io e il re” (1995)

Particolare ed interessante è il film “Io e il re” (*), con il quale si racconta la sosta che Re Vittorio Emanuele III e lo Stato Maggiore hanno effettuato presso il Castello dei Duchi di Bovino (nella foto), in Località Crecchio (CH), mentre si stavano dirigendo a Brindisi il 9 settembre 1943. Osservatrice e narratrice degli avvenimenti è una bambina dodicenne che presa dai preparativi per il matrimonio del fratello si trova improvvisamente la casa piena di persone importanti e sconosciute, il cui arrivo porta al rinvio delle nozze stesse. Il punto di vista, quindi, risulta davvero inconsueto, semplice, borghese e mostra la Famiglia Reale priva di orpelli, etichette e protocolli. Carlo Delle Piane regala agli spettatori un ritratto unico di Vittorio Emanuele III - emotivamente solo e fisicamente provato - il quale, infatti, viene visto dalla bambina come un “Re che aveva perso tutti i suoi poteri.Molto bravi i membri del Cast che risultano credibili senza essere sfiorati dal rischio della caricatura: da Marzio Honorato nei panni del Principe Umberto a Carla Calò in quelli della Regina Elena, da Philippe Leroy a Franco Nero. Il taglio della pellicola è misurato e, in occasione della presentazione alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Veneziaha suscitato qualche sterile polemica, in quanto offrirebbe una chiave assolutoria della figura del Sovrano. Tali polemiche sono risultate inutili, perché il giudizio storico, ancora oggi largamente condiviso, non viene per nulla messo in discussione: il film più semplicemente offre una visione del “Re Soldato” senza alcun tipo di pregiudizio politico. Sebbene siano trascorsi vari decenni e si siano succedute alcune generazioni, appare ancora oggi difficile individuare una concordia generale sulla questione di fondo: è stata una fuga vile od un trasferimento legittimo? Nel tentativo di cercare una risposta attendibile, inizierei dal leggere i fatti oggettivi di quella tragica estate.

In seguito allo sbarco in Sicilia degli americani, nella seduta del 25 luglio il Gran Consiglio del Fascismo approva l’Ordine del Giorno di Dino Grandi che “dichiara (…) necessario l'immediato ripristino di tutte le funzioni statali, attribuendo alla Corona, al Gran Consiglio, al Governo, al Parlamento, alle Corporazioni, i compiti e le responsabilità stabilite dalle nostre leggi statutarie e costituzionali; invita il Governo a pregare la Maestà del Re, verso il quale si rivolge fedele e fiducioso il cuore di tutta la Nazione, affinché Egli voglia per l'onore e la salvezza della Patria assumere con l'effettivo comando delle Forze Armate di terra, di mare, dell'aria, secondo l'articolo 5 dello Statuto del Regno, quella suprema iniziativa di decisione che le nostre istituzioni a Lui attribuiscono.” Così il giorno successivo Vittorio Emanuele III - “per grazia di Dio e per volontà della Nazione Re d’Italia” - fa arrestare il Duce. Alcune ore più tardi la radio diffonde il seguente comunicato: “Sua Maestà il Re e Imperatore ha accettato le dimissioni dalla carica di Capo del Governo, Primo ministro, Segretario di Stato di Sua Eccellenza il Cavaliere Benito Mussolini, ed ha nominato Capo del Governo, Primo ministro, Segretario di Stato, il Cavaliere, Maresciallo d'Italia, Pietro Badoglio.” Nonostante tale evoluzione, l’azione del nuovo governo assume un ritmo operativo lento a causa di vari motivi, alcuni assurdi. Qualche esempio: Raffaele Guariglia, nuovo Ministro degli Esteri, riesce a giungere a Roma dalla Turchia non prima del 30 luglio. Solo il 12 agosto Giuseppe Castellano riceve l’incarico di avviare le trattative di pace ed impiega sei giorni per giungere a Lisbona in treno; Vittorio Emanuele III viene informato il 29 agosto sulle clausole ed il 3 settembre il Generale Castellano ha il via libera per firmare la resa incondizionata. Alle 18,30 dell'8 settembre gli Alleati annunciano l'Armistizio attraverso Radio Algeri; alle 19,45 lo stesso Badoglio non può che confermarlo dai microfoni dell’EIAR. Il primo annuncio anticipa i tempi e coglie del tutto impreparate le nostre Forze Armate, sia quelle che stanno combattendo sui fronti esteri, sia quelle all'interno dei confini nazionali; purtroppo, gli ordini ed i piani non giungeranno prima di alcuni giorni! Nel corso della mattina successiva, davanti alle notizie di un'avanzata tedesca verso la Capitale, la Famiglia Reale, il Primo Ministro Pietro Badoglio, due ministri ed alcuni generali dello Stato Maggiore lasciano Roma al fine di garantire la legittima continuità dello Stato nato dal Risorgimento. Così, mentre i nostri soldati si trovano totalmente sbandati, la Wehrmacht e le SS presenti nella Penisola occupano ogni centro nevralgico del Nord e del Centro. Parte delle nostre truppe viene fatta prigioniera o inviata nei lager, un’altra resta fedele all’Alleato germanico, mentre il resto tenta di ritornare a casa; di questo una percentuale si nasconde e, spinta da motivazioni ideologiche, si compatta nei primi nuclei della Resistenza. I fatti, se emendati da qualunque interpretazione di parte, non aiutano a definire se sia stata una fuga o un trasferimento, ma indicano le gravissime responsabilità politiche e militari di chi non ha considerato di avvisare le truppe. Spesso l'atteggiamento di Vittorio Emanuele III è stato messo a confronto con i suoi contemporanei: Leopoldo III (resta in Belgio, ma diventa una marionetta di Adolf Hitler), Guglielmina d’Olanda e Haaken di Norvegia (si recano all’estero), il Presidente Albert Lebrun (lascia Parigi con destinazione Bordeaux insieme a tutto il Governo), Iosif Stalin (durante la Campagna tedesca di Russia si trasferisce da Mosca a Nibuscev). Di certo il nostro Consiglio della Corona avrà valutato un precedente illustre prima di decidere come agire: quando Giulio Cesare aveva varcato il Rubicone con l’intento di marciare su Roma e di abbattere il governo legittimo, Pompeo Magno aveva portato altrove i simboli della res publica, permettendo allo Stato possibilità di difesa più sicure!

Quattro considerazioni finali. 1) Tutti coloro che hanno lasciato le loro Sedi non avevano dichiarato la Guerra, bensì l'avevano subita (una differenza non trascurabile con il "Re di Peschiera")! 2) Se si inquadra il trasferimento in una scelta di tattica operativa, non è stata una fuga, perché garantire la continuità dell’azione di governo con gli Alleati era fondamentale per la sopravvivenza materiale dell’Italia. 3) Se, però, Vittorio Emanuele III fosse stato un Presidente della Repubblica, in pochi avrebbero avuto qualcosa da obiettargli per il semplice motivo che le Repubbliche non si basano su figure simbolo come i Sovrani, ai quali dovrebbero appartenere i gesti nobili e gli alti esempi. 4) Se il Re si fosse assunto la responsabilità storica che gli competeva - restando a difendere la Capitale insieme ai pochi militari disponibili - avrebbe di certo rischiato la morte o la deportazione, ma avrebbe consentito la salvezza dell'Istituto Monarchico nel Referendum del giugno 1946; e il Principe Umberto avrebbe garantito la continuità dell'azione di governo diventando il Luogotenente del Regno. Tutti gli storici, infatti, concordano che quest'ultimo abbia più volte manifestato il desiderio di rientrare a Roma, avendo consapevolezza dello sbando dei nostri soldati, ma in Casa Savoia valeva una legge non scritta: "Si regna uno per volta!

Altri film sul tema: "Tutti a casa" (1960) di Luigi Comencini, "Polvere di Stelle" (1973) di Alberto Sordi.

(*) "Io e il re" - Regia: Lucio Gaudino - Cast: Laura Morante, Franco Nero, Carlo Delle Piane, Carla Calò, Philippe Leroy, Azzurra Fiume Garelli, Marzio Honorato - Sceneggiatura: Lucio Gaudino, Claver Salizzato - Fotografia: Cesare Bastelli - Musiche: Antonio Di Pofi - Genere: drammatico-storico - Durata: 85 minuti.

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