“L’Attesa”

In controtendenza rispetto, sia alla tradizione filmica, sia all’immaginario collettivo, Piero Messina ha ambientato il suo primo lungometraggio in una Sicilia nebbiosa, fredda, priva di quegli elementi caratteristici come il sole caldo, i limoni gialli e le rigogliose piante verdi. Uno sfondo che si rivela azzeccato per una storia, che ondeggia tra una dimensione gialla ed una onirica, tratta da “La vita che ti diedi” di Luigi Pirandello, di cui si percepisce il clima d’incertezza tipico dell’autore di “Stasera si recita a soggetto” e di “Così è se vi pare”.

Una donna abita in una maestosa villa, supportata da Pietro, una sorta di assistente tuttofare. Dopo un funerale riceve la telefonata dalla fidanzata del figlio Giuseppe che annuncia di stare per arrivare. La situazione non è delle migliori per riceverla ed il clima, infatti, ne offre testimonianza: contriti sono i volti di coloro che si trovano nella ricca dimora, ma non vi è alcun cenno, alcun saluto, alcuna parola. Trascorrono addirittura ventiquattr’ore prima che Jeanne incontri la madre del suo fidanzato. “Giuseppe è fuori, ma tornerà”, risponde quest’ultima ad una domanda precisa della ragazza. Mentre nel paese circostante si festeggia l’arrivo della Pasqua, le due donne si ritrovano a trascorrere tre giorni sotto lo stesso tetto e ad affrontare alcuni conflitti.

Juliette Binoche è la colonna portante di questo film; la sua presenza riempie lo schermo in modo così totale da far sembrare impossibile il film stesso senza di lei. Non si deve dimenticare, infatti, che l’attrice parigina è unanimemente riconosciuta come una tra le migliori interpreti francesi, avendo vinto i maggiori premi nei principali Festival non solo europei: dalla Coppa Volpi (Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia,1993) all'Orso d'Argento (Festival di Berlino, 1997), dal Prix d'Interprétation Féminine (Festival di Cannes, 2010) all’Oscar come Migliore Attrice non Protagonista (1997) ed al Premio BAFTA. È lei a riempire i silenzi ed a scandire il ritmo scelti dal regista; è lei a rendere reale una storia che può definirsi come una lunga premessa ad una vicenda intuibile sin da subito. Da non sottovalutare, inoltre, le prove degli altri attori: Giorgio ColangeliLou de Laâge e Giovanni Anzaldo. Molti hanno evidenziato i richiami allo stile di Paolo Sorrentino, perché Piero Messina è stato assistente alla regia in  “This must be the place” (2011) ed in “La grande bellezza” (2013); da parte mia, mi permetto di richiamare le atmosfere di Giuseppe Tornatore di “Una pura formalità” (1994).

Consigliato: ai palati fini ed alle menti acute, in grado di apprezzare interpretazioni intense (sempre rare nel cinema contemporaneo) ed opere pirandelliane (intrise di intelligenza e di atmosfere uniche). Voto: 7,5.

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