L’avvento del Fascismo (1922) e “La marcia su Roma” (1962)

La Marcia su Roma ha avuto luogo il 28 ottobre 1922 ed è stato un evento che ha segnato la nostra Storia. Se la fine del Fascismo, la Guerra Civile e la Resistenza sono stati spesso enfatizzati dai cineasti italiani, quasi nulla è stata l’attenzione rivolta alla nascita politica di Benito Mussolini e della Dittatura: dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, infatti, l’unica pellicola dedicata all’argomento è stata “La marcia su Roma” (*), diretta da Dino Risi nel 1962 con il suo tipico stile tragicomico e dissacrante. Eppure, l’argomento offre ricchissimi spunti che permetterebbero alle nuove generazioni di formarsi una coscienza civile senza dover necessariamente ricorrere ai libri di settore.

Nonostante la Vittoria nella Grande Guerra, il Regno Italiano era entrato in una grave crisi economica, politica e sociale: nelle città, le forze anarchiche, comuniste, fasciste e socialiste, non perdevano occasione per attaccare le Istituzioni definendole prive di idoneità alle esigenze contestuali; nelle campagne, comunisti e fascisti utilizzavano ogni mezzo per imporsi. In questo clima la classe parlamentare democratica mostrava un volto debole (sette Governi dal 30/10/1917 al 31/10/1922), continuando a sottoporre il popolo ad un rigore percepito come eccessivo e senza sbocchi. Nel febbraio 1922 la nomina di Lugi Facta a Presidente del Consiglio dei Ministri si trasforma in breve nell’ennesima prova di incapacità da parte dei liberali di garantire l’ordine sociale (in copertina una fotografia probabilmente inedita, proveniente da una collezione privata: Italo Balbo ed un reduce della Prima Guerra Mondiale portano il feretro di un loro Camerata ucciso durante un corteo pacifico nella Ferrara del 1921) e governi stabili: uomo di modesto spessore, infatti, Facta viene sfiduciato in luglio e, non essendoci altre personalità disposte a tentare di formare un nuovo governo, ottiene una nuova fiducia in agosto. Quando si diffonde la notizia dell’imminente Marcia fascista su Roma (nessuno ha mai appurato il numero oggettivo dei partecipanti, forse 30.000, forse 300.000), propone al Re di promulgare lo stato d'assedio, ma, non avendo ricevuto soddisfazione, si dimette. A quel punto, Vittorio Emanuele III invita Benito Mussolini nella Capitale a formare un nuovo governo di coalizione. A questo proposito, alcuni storici leggono nella scelta del Sovrano il non voler versare altro sangue, al contrario di quanto avvenuto a Milano nel 1898 per mano del Generale Fiorenzo Bava Beccaris su ordine del Re Umberto I; altri, invece, ritengono che il sostegno di cui godeva l’uomo di Predappio da parte dei militari e degli industriali, la sua fermezza nel respingere qualsiasi compromesso (aveva rifiutato il Ministero degli Esteri), abbiano portato la Corona a vedere in lui l'unico in grado di riportare ordine nel Regno.

Comunque sia, la normalizzazione (da tempo sostenuta e portata avanti dal futuro Duce per controllare le spinte rivoluzionarie, perseguire la via parlamentare, contenere le squadre d'azione e ricercare il consenso popolare) porta il Fascismo a tagliare il traguardo: il Governo Mussolini - formato da una coalizione di fascisti, popolari, democratico-sociali, liberali e nazionalisti - ottiene nella Camera dei Deputati 306 voti a favore, 116 contrari, 7 astenuti e nel Senato 196 favorevoli e 19 contrari. Risultano tra i favorevoli personalità come: Giovanni Giolitti, Vittorio Emanuele Orlando e Antonio Salandra. Nelle prime settimane di attività riceve dal Parlamento i pieni poteri in ambito amministrativo e tributario, istituisce il Gran Consiglio del Fascismo, crea la Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale al fine di istituzionalizzare le Camicie nere. Eppure Mussolini, nel suo primo discorso come Presidente del Consiglio, era stato fin troppo chiaro: “(…) Io sono qui per difendere e potenziare al massimo grado la rivoluzione delle Camicie nere, inserendola intimamente come forza di sviluppo, di progresso e di equilibrio nella Storia della Nazione. Mi sono rifiutato di stravincere e potevo stravincere. Mi sono imposto dei limiti. Mi sono detto che la migliore saggezza è quella che non ti abbandona dopo la vittoria. Con trecentomila giovani armati di tutto punto, decisi a tutto e quasi misticamente pronti ad un mio ordine, io potevo castigare tutti coloro che hanno diffamato e tentato di infangare il Fascismo. Potevo fare di quest'aula sorda e grigia un bivacco di manipoli: potevo sprangare il Parlamento e costituire un Governo esclusivamente di fascisti. Potevo: ma non ho, almeno in questo primo tempo, voluto.” Pertanto, nessun atteggiamento di sorpresa appare giustificato!

A quaranta anni esatti da quel 1922, in un’epoca ben diversa, esce nei cinema “La marcia su Roma”, i cui protagonisti sono Vittorio Gassman e Ugo Tognazzi, due giganti della commedia all’italiana. Se il primo veste i panni di un reduce che vive sulla sua pelle la gravissima crisi economica del primo dopoguerra, il secondo quelli di un contadino cattolico attratto dal Fascismo per l’annunciata distribuzione della terra. Oltre ad essi, vanno menzionati due personaggi importanti nello sviluppo della trama: il Capitano Paolinelli che raffigura chi si era realizzato nella guerra e male si era adattato alla pace; il Mitraglia (Mario Brega), tipica, detestabile e violenta camicia nera. Dino Risi dirige la pellicola distribuendo molteplici occasioni per sorridere e, allo stesso tempo, per meditare sulle ampie responsabilità di chi abbia consegnato l'Italia a Benito Mussolini: dai politici ai grandi latifondisti, dai cattolici del Partito Popolare ai reduci, dagli intellettuali fino a Casa Savoia. Ancora oggi il film risulta lodevole per il modo intelligente ed acuto con cui racconta un periodo tabù, ma presenta alcuni vizi di forma, figli del tempo in cui è stato realizzato. Vittorio Gassman, ad esempio, caratterizza il suo ruolo come un falso patriota, scarsamente ambizioso, perdigiorno, senza né arte né parte, privo di spina dorsale; un ritratto che, ormai, può essere definito storicamente fuori luogo. I reduci sono stati, nella quasi totalità, giovani che non si erano mai allontanati dai luoghi di nascita, per lo più analfabeti, figli della gente più povera, i quali sul Fronte non erano riusciti a comprendersi tra loro, a causa della mancata conoscenza della lingua italiana. Inoltre, Mario Brega offre del suo Mitraglia un ritratto da violento, sbandato, fanatico, sanguinario, reietto; una visione comoda, ma non del tutto veritiera. Come lo stesso film descrive, al Fascismo hanno aderito nobili, alta borghesia, industriali, clero, ecc, non solo tipi di quart’ordine. Infine, la descrizione delle campagne non corrisponde a quel periodo; in linea di massima i contadini non si opponevano alle idee di Mussolini, poiché per loro venivano prima la fattoria, la famiglia, il bestiame, il raccolto e poco altro. L’anarchia, il socialismo ed il fascismo erano questioni cittadine molto distanti e, nel 1922, le camicie nere rappresentavano anche la risposta al terrore seminato dalle cooperative durante il cosiddetto biennio rosso.

Certo, il dialogo nella scena finale vale da sola la visione; mentre i fascisti sfilano davanti al Palazzo del Quirinale, in un filmato di repertorio (doppiato) Re Vittorio Emanuele III si trova accanto un militare:

  • Ammiraglio, spassionatamente, cosa pensa di questi fascisti? Crede che mettiamo il Paese in buone mani? Mi dica fuori dai denti il suo parere, perché siamo ancora in tempo a sbatterli fuori.
  • Spassionatamente, Maestà, mi sembra gente seria.
  • Ma sì, proviamoli per qualche mese…

Altri film sul tema: "Vecchia guardia" (1935) di Alessandro Blasetti.

(*) "La marcia su Roma" - Regia: Dino Risi - Cast: Vittorio Gassman, Ugo Tognazzi, Mario Brega, Roger Hanin, Angela Luce - Sceneggiatura: Age e Scarpelli, Ruggero Maccari, Ettore Scola - Genere: Commedia - Durata: 94 minuti.

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