Le leggendarie imprese di Marco Pantani

Qualche anno fa i LunaPop cantavano "Ma quanto è bello andare in giro con le ali sotto i piedi, se hai una Vespa Special che ti toglie i problemi" ed in effetti anch'io avevo una Vespa, la mia adorata Peggy, rubata da un furfantello di quart'ordine al quale non ho neanche fatto nulla, giusto per quieto vivere. Ma sto andando fuori tema, infatti sono di rientro da un giro in bici nel Chianti, ma le relazioni mentali, dopo anni di abusi di droghe e alcol, sono come schegge impazzite. Ho un aspetto imbarazzante, con i miei consueti occhiali bianchi a specchio, in tinta con pantaloncini e mutande, magliettina anti sudore blu in tinta con gli scarpini; così conciato entro, dopo mesi di assenza, da Storix. "Oooohhhcristodiddio! Gionni!" urla perplesso Dick, che però rimane titubante mentre si avvicina pronto ad abbracciarmi. "Ma come cazzo ti sei conciato?" "Cazzo sei, Pantani?" fa eco Lloyd. Giusto, dovete sapere che mi sono completamente rasato barba e capelli, pertanto i miei orecchini brillano al sole, senza tutto quel bianconero consueto in testa e in viso. Per la verità in testa, forse causa gli avvenimenti narrati nelle puntate precedenti, di capelli ne sono rimasti pochi. Ormai lo sapete, sono un tipo parecchio emotivo, a tal punto che il richiamo del Pirata è troppo forte, quindi sorvolo sulle faccende personali e vi narro le imprese del più grande ciclista che abbia mai calcato le strade asfaltate delle corse ciclistiche, ovvero il tanto amato e compianto Marco Pantani.

So che molti di voi si commuoveranno a leggere queste imprese, e non nego che io stesso sono commosso e probabilmente crollerò nel frattempo, ma credo sia doveroso da parte mia ripercorrere gesta che mai nessuno, né prima né dopo, ha mai compiuto nel mondo delle corse, considerando anche le tante avversità che nel corso degli anni si sono frapposte come ostacoli che per chiunque sarebbero insormontabili, ma non per lui.

Nasce a Cesena il 13 gennaio del 1970, da una normale famiglia italiana, sorvolo sull'infanzia e mi proietto direttamente sulla sua vita agonistica.

Siamo al Giro d'Italia del 1994, Pantani esordisce al grande appuntamento a tappe con la squadra Carrera Jeans di Davide Boifava, che sperava che quel giovane potesse diventare un buon gregario. Marco ha ancora qualche capello in testa e un ridicolo cappellino anonimo, ma qualcosa dentro di lui, tappa dopo tappa, comincia a farsi largo, e dopo vari tentativi andati a vuoto, all'improvviso si accende la miccia. Il 4 giugno sorprende tutti vincendo la sua prima tappa, imponendosi nella storia con la prima, epica, impresa. Scatta sul passo Giovo e va a riprendere Richard, vola sulla discesa di 40 km, inseguito dal compagno di squadra Chiappucci (uno che in discesa va forte) e dal campione del mondo Gianni Bugno, ma è imprendibile; si tuffa a uovo in quei tornanti a quasi 80 km/h, in quella posizione folle che basterebbe un sassolino un po' più grande per farlo volare come un proiettile. Ma Marco sente dentro di sé l'energia vitale dell'impresa, concentrato su ogni frazione di muscolo del suo corpo, senza indugi né paura, solo lui, la bici, la strada. Una follia. E mentre mamma Tonina grida al televisore "Va piano! Va piano!" il nostro Marco si presenta al grande pubblico in tutto il suo splendore agonistico. Ma il meglio del suo repertorio, quello che lo renderà invincibile negli anni seguenti, arriva il giorno dopo, con la tappa del Mortirolo: 12 km con una pendenza media oltre il 10% con punte al 18%. Insomma, un massacro per tutti, ma non per Marco, che anche se con il cambio bloccato, macina pedalate su pedalate senza che nessuno riesca a stargli dietro; sul tratto in leggera discesa aspetta quel mostro sacro di Indurain, si fa trainare, e poi, manco fosse l'ultimo degli stronzi, lo stacca in salita rifilandogli ben 50 secondi di distacco. Indurain! Gli altri si arrendono senza avere la forza di combattere, sconfitti da un guerriero indiavolato. Chiude il Giro al secondo posto a poco più di due minuti dalla maglia rosa, ma poco importa, è nata una stella. Con lui si riapre finalmente un epoca, quella degli scalatori, dei guerrieri senza timori delle pendenze, ma lui riuscirà ad andare addirittura oltre l'umana concezione, regalandoci pagine sportive scolpite nella memoria collettiva, che a ripensarci ancora oggi, lasciano un magone di commozione difficile da digerire.

E infatti la sfiga è dietro l'angolo e mentre si prepara a correre il Giro del '95, viene investito da un automobile che lo costringe a saltare la grande corsa italiana, riuscendo però a iscriversi al Tour de France, considerato l'appuntamento ciclistico più prestigioso e dove corrono i migliori al mondo. Non è nelle migliori condizioni fisiche, il ginocchio è malconcio e fa male, ma riesce comunque a imporsi nell'Olimpo dei grandi, in quella tappa che durante la storia del Tour incorona i più grandi, ovvero l'Alpe d'Huez; vince un'altra tappa, al Guzet Neige, ma arriva tredicesimo in classifica finale. Questo è l'anno in cui finalmente si taglia i capelli e la madre per proteggerlo dal sole gli dona una bandana da mettersi in testa, regalandoci l'immagine e il nome con cui ancora oggi tutti ricordiamo il caro Pantani: il Pirata. Come detto, la sfortuna continua a seguire il nostro eroe, e dopo i mondiali, durante la Milano-Torino, viene investito da un auto che gli procura un infortunio gravissimo: rottura di tibia e perone. Le immagini di quella gamba tranciata in due sono shoccanti e la situazione sportiva è molto grave dato che dopo un infortunio del genere è praticamente impossibile tornare ad una vita agonistica. Pantani non si arrende, fa della testa il punto di forza su cui contare e con una volontà fuori dal comune, riesce a tornare sui pedali seppur con la gamba sinistra infortunata più corta di quella sana.

Nel 1997 si trasferisce alla Mercatone Uno di Romano Cenni, che con la saggia guida di Luciano Pezzi (partigiano, un mostro sacro della storia del ciclismo) costruisce la squadra attorno al Pirata. Grandi uomini disposti al sacrificio comune, italiani, guidati un clima famigliare e scanzonato, concentrati per un unico obiettivo: la vittoria del Pirata. Sembra essere questa scelta una scommessa, ma durante il Giro d'Italia un gatto nero durante una tappa gli attraversa la strada, costringendolo ad un brutto incidente; in questo sfortunato frangente si vede tutto il lavoro della Mercatone Uno, con i compagni di squadra che spingono letteralmente Marco per fargli concludere la tappa, ma la lacerazione  al muscolo lo costringe a ritirarsi dalla grande corsa. E' un duro colpo per il nostro Marco, che dopo due anni di sofferenze, di ospedale, di giornate trascorse a guardare il vuoto per raccogliere la forza per continuare a crederci, il dolore, la fisioterapia, i duri allenamenti, la pressione emotiva di essere il capitano di una nuova squadra costruita per farlo vincere, si ritrova ancora una volta fermato nel bel mezzo della stagione da una sfortuna che non ha eguali nella storia dello sport. Si rimette alla meglio, sia fisicamente che moralmente, e si iscrive al Tour de France, dove ci regala un'altra grande impresa, ancora in quella mitica salita che è l'Alpe d'Huez. Il Pirata è ovviamente staccato in classifica generale, ma vuole fortemente quella tappa, La Tappa, e già dalla mattina non si nasconde ai suoi colleghi e rivali, dichiarando di voler vincere. La tattica di squadra è semplice, tirare il gruppo per fare un po' di selezione fino all'attacco di Marco. Ma la voglia di esplodere è troppa, così la foga, la rabbia agonistica o chissà cosa, esplode all'improvviso dopo appena il primo km di salita, dove il Pirata ha uno stacco fulmineo che sorprende tutti. Ovviamente i tre "grandi",  Ullrich in maglia gialla (è primo in classifica), Virenque in maglia a pois (il primo degli scalatori) e Riis (campione uscente), tentano invano di stare alla sua ruota. Ricordo ancora lo sgomento delle loro facce quando vedono partire Marco. Inizia e si completa così il classico attacco del Pirata, che dritto per la sua strada non si volta mai a guardare gli avversari che inesorabilmente cedono sfiancati "Era un ritmo incredibilmente veloce, che faceva un male allucinante"(Ullrich); ma lui, in piedi sui pedali continua a salire velocissimo manco fosse in discesa, con le mani sulla parte bassa del manubrio a voler quasi canzonare gli avversari, vola trionfante frenando addirittura nei tornanti, con la sua pedalata veloce e fluida. Eccola l'immortalità, un'impresa scolpita nella storia del ciclismo: il record mostruoso (destinato a non infrangersi) di ascesa di questa mitica salita, percorsa in 37 minuti e 35 secondi. E come ricorda il mitico De Zan in telecronaca: "il Pirata ha colpito, ha colpito a due anni di distanza dalla sua ultima vittoria, il tour de France ci ripropone un grande, grandissmo Pantani!".  Purtroppo il suo limite sono le cronometro, e le corse a tappe non sono costruite sugli scalatori, bensì sui velocisti, quindi alla fine arriva terzo.

Siamo così giunti al 1998, anno di consacrazione massima del Pirata, che finalmente libero dalla sfortuna, riesce a imporsi al Giro d'Italia, vincendo duelli epici prima con Zulle e poi con Tonkov; iscritto al Tour de France in tutta fretta, senza preparazione fisica, riesce a imporsi anche nella corsa francese 33 anni dopo Felice Gimondi e unico italiano insieme a Coppi a fare la mitica "doppietta", che in tutta la storia del ciclismo è riuscita solo a sette grandi campioni, tra cui Indurain che tanto il nostro Marco ha fatto penare in gioventù!

Sono due vittorie epiche, grandissime entrambe, ma frutto di lavoro agli antipodi. Al Giro tutti gli occhi sono puntati sul Pirata, che dopo mille sfortune ed emozionanti imprese, deve dimostrare di saper vincere una corsa a tappe; prepara la corsa meticolosamente, tappa dopo tappa non lascia niente al caso e vigila sulla bicicletta con una costanza maniacale, regolando e aggiustando mille cose, apportando continue millimetriche modifiche. Ma non è stata una passeggiata, anzi! Il primo avversario da battere è lo svizzero Zulle, che alla cronometro di Trieste, partito tre minuti dopo Marco, lo raggiunge e lo supera, umiliandolo davanti a tutto il mondo. Poi, una volta messo al proprio posto, è il turno di Tonkov, la macchina russa che sembra essere imbattibile ovunque. Che emozioni! Che sfide!

Dopo la vittoria con relativa sbronza di successo e calore di tutta l'Italia, decide di riposarsi, di non toccare bicicletta, di non allenarsi e non partecipare al Tour; purtroppo però viene a mancare il suo mentore Luciano Pezzi e per una sorta di dovere morale, a sole due settimane dall'inizio, si iscrive al grande appuntamento francese. Una follia! Senza allenamento non si può pensare di gareggiare alla più prestigiosa corsa ciclistica, ma Marco è un puro e ancora una volta, l'ennesima, vuole lanciare il cuore oltre l'ostacolo. Ma la realtà pare essere spietata, e la prima settimana è un vero e proprio massacro, sia fisico perché fatica a reggere il passo del gruppo (figuriamoci quello del mostro sacro e imbattibile Ullrich che è già in fuga), sia morale perché l'imbarazzo delle sue prestazioni sono in mondo visione e sembra essere in balia dei suoi rivali, sommerso dalle critiche impietose. Ma la squadra non lo molla un solo istante, lo supporta costantemente, così tappa dopo tappa riesce a raggiungere una forma decente; è troppo poco però, tanto che medita il ritiro. Ma improvvisamente scoppia il caso Festina, squadra di punta dove corre l'idolo di casa Virenque, che viene squalificata; sono giorni molto tesi, con la Gendarmeria che fino alla fine della corsa non risparmia controlli a tappeto a nessuna squadra. E' uno scandalo di proporzioni gigantesche, che si rivela un prezioso alleato del Pirata; infatti scompaiono i farmaci, gli antidolorifici, tutto, nessuno può più contare sull'aiuto dei medici per defaticare. Il rischio è troppo grosso anche per la prassi più innocua. Arriviamo così alla quindicesima tappa, la Grenoble-Les 2 Alpes, la tappa più dura in assoluto, dove si compie un vero e proprio miracolo; Pantani ha tre minuti di ritardo da Ullrich, che sono realisticamente incolmabili, vista anche la granitica e celeberrima forma fisica e mentale del tedesco. Ma l'imponderabile è dietro l'angolo, e quella che si rivela essere una tragedia per il povero Ullrich, si rivela essere forse la pagina più epica  in assoluto della storia del ciclismo. Pantani ha una sola arma, quella cioè di attaccare in salita, ma va addirittura oltre, e non appena inizia la pendenza del Galibier, attacca! Mancano cinquanta km al traguardo (50!), piove, fa un freddo cane, ma lui attacca! Dopo giorni spesi a subire critiche e pressioni, questa è la sua tappa, la sua ennesima rivincita, la sua ennesima impresa folle. Ullrich non risponde a quell'attacco, convinto di riprenderlo. Ma Marco sale inesorabile, in quel freddissimo grigiore umido, puro e leggiadro come un eroe della nostra fantasia, creata dalla parte più nobile e sana del nostro cuore, del nostro essere bambini. La tensione è alle stelle quando finisce il tratto in salita, a 2500 mt, potrà reggere da solo la discesona con tutto questo freddo e la strada bagnata? Mentalmente sarà pronto? Ma ribadisco, ha una squadra fantastica, quindi poco prima della discesa il terzo Direttore Sportivo della Mercatone Uno, Orlando Maini decide di fare la storia con un semplice gesto: si sbraccia per farsi vedere da Marco, ha in mano una mantellina! A quel punto è fatta. E mentre gli altri, Ullrich in particolare, soffrono il freddo come le bestie, il Pirata scende a cannone, fino all'ascesa finale in cui continua a guadagnare secondi su secondi, minuti su minuti, fino al culmine in cui Ullrich crolla inesorabile arrivando a nove minuti (9!) dal nostro super eroe. Pantani si prende la Maglia Gialla che porterà fino al trionfo a Parigi. Il Pirata trionfa rischiando tutto se stesso, lasciandoci un sapore emozionale mai provato prima e neanche mai più riassaporato. E soprattutto, ha vinto senza allenarsi!

Purtroppo ho dovuto tralasciare tante altre imprese in questo chupito, così come è impossibile trascrivere l'ansia, l'attesa delle tappe in salita, le difficoltà e i duelli con altri grandissimi rivali; ho voluto però sottolineare l'importanza della squadra sportiva della Mercatone Uno e dei suoi uomini, che sono riusciti a trasformare uno sport individuale in una famiglia, dove il sudore e il sacrificio sono trasposti dalla tv, abbracciando le case degli italiani.

Grazie anche alla voce del mitico Adriano De Zan che ci ha trasmesso la carica emotiva, sottolineando queste mitiche imprese con l'entusiasmo e il piglio elegante che ancora mi commuove e senza il quale il sapore di quelle vittorie sarebbe diverso, meno bello; risuonano ancora nella mia testa le sue tipiche frasi "Pantani ha fatto il vuoto", "Attacco di Marco Pantani!" "Ecco che si alza ancora sui pedali".

Alla prossima.

[Attenzione: La voce narrante di chupiti d'annata è un personaggio fittizio, così come tutti gli altri personaggi che interagiscono nel breve intreccio della rubrica, tutti liberamente tratti da film cult. Gli episodi sono frutto della mia fantasia, senza alcun legame con la realtà, pertanto rilassatevi e godete di questo chupito. Se è la prima volta che vi imbattete in questa rubrica e vi appassiona la parte romanzata, vi invitiamo a seguirla dal suo primo capitolo che potete trovare qui]

Gionni

Quando a Gionni va che strane cose fa, lui può spostare tutto col pensiero. E’ timido e sincero, di tutti tutto sa poichè legge nel pensiero.

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