Le Mille Colline del Rwanda

 

Questa è "radio RTLM"... ho una drammatica notizia! una ferale notizia! Il nostro caro presidente Juvénal è stato assassinato dagli scarafaggi Tutsi! Lo hanno tradito, convincendolo a firmare quel trattato di pace, hanno abbattuto il suo aereo in volo! È giunto il momento di estirpare le erbacce fratelli Hutu del Ruanda... è giunto il momento di tagliare gli alberi alti! Tagliate gli alberi alti, adesso!”

                                                                                                                               (George Rutagunda)

Quando il 16 luglio del 1994 il cancello principale dell'Hôtel des Mille Collines venne riaperto e il signor Paul Rusesabagina, direttore della struttura, varcata la soglia, iniziò a percorrere le polverose strade di Kigali, gli spari e le grida erano finalmente cessati. Ma gli alberi alti ormai erano stati quasi tutti tagliati. Da cento giorni infatti, più precisamente dal 6 aprile, tra l'indifferenza generale della comunità internazionale, era scoppiata in Ruanda un guerra interna tra le due principali etnie del paese, gli Hutu e i Tutsi. Uno scontro che avrebbe rivelato le sue reali conseguenze solo nel momento in cui si sarebbe concluso. Finita la battaglia, infatti, iniziarono ad arrivare dai reporter inviati nel Paese le prime raccapriccianti immagini che mostrarono al mondo uno dei più tragici episodi della storia africana del secolo scorso: il Genocidio del Ruanda. Una strage voluta e preparata, e che poté essere perpetuata proprio perché i governi delle principali potenze mondiali lasciarono solo il popolo ruandese. Così, mentre negli uffici del Palazzo di Vetro tutti gli sforzi erano volti a dibattere su che cosa poteva essere o meno considerato un genocidio, sul campo di battaglia qualcuno tentava di opporsi al massacro fratricida.

Un massacro che prese forma in una fase storica particolare del Paese delle Mille Colline, all'interno di una cornice molto complicata. Per diversi secoli le tribù ruandesi Hutu (l'85% della popolazione) e Tutsi (14%) condivisero lingua, religione e cultura in un quadro organizzativo di tipo feudale. Fu durante la prima guerra mondiale, con il controllo del Ruanda da parte del Belgio, che venne instaurato un sistema coloniale basato sulla separazione razziale. I Tutsi vennero indicati dai colonizzatori come l'etnia deputata a dominare, mentre gli Hutu vennero riconosciuti come la parte di popolazione destinata ad essere subordinata. Un riconoscimento di supremazia razziale dei primi che accrebbe il risentimento dei secondi. Un risentimento che sfociò in violenza quando, sul finire degli anni '50, il Belgio cedette alla maggioranza Hutu il controllo del Ruanda. Iniziò così la cosiddetta «rivoluzione sociale», durante la quale molti Tutsi furono costretti all’esilio o vennero uccisi negli scontri etnici che insanguinarono il Paese. Furono alcuni di questi esuli poi a dare vita al Fronte Patriottico Rwandese, un'organizzazione armata che all'inizio degli anni '90 fu protagonista di una serie di guerre e massacri che andarono avanti fino a quando, nel 1993, le Nazioni Unite decisero di negoziare un accordo per risolvere pacificamente la vicenda. Quando l'accordo sembrava ormai pronto per essere firmato, un grave episodio accese la miccia che avrebbe portato ai cento giorni di follia: l'aereo che trasportava il presidente ruandese esplose in volo, in circostanze poco chiare, il 6 aprile 1994.

Lo stesso giorno, quando la radio diede il segnale di “tagliare gli alberi alti”, iniziarono le uccisioni indiscriminate di Tutsi e Hutu moderati da parte dei gruppi Hutu estremisti. Le conseguenze e il modus operandi furono subito evidenti: già nei primi giorni migliaia di persone vennero barbaramente uccise a colpi di bastone e di machete. A rivelare chi aveva diritto a vivere e chi a morire erano le carte d'identità, discriminante questa voluta anni prima dai belgi che decisero di classificare rigidamente i ruandesi, distinguendo tra Hutu e Tutsi. Inoltre, nessuna struttura poté dirsi fin da subito sicura: non vennero risparmiate infatti nemmeno le persone che andarono a cercare riparo all'interno di ospedali e chiese, che in passato furono luoghi rispettati durante le violenze contro i Tutsi. La mancanza di sicurezza anche all'interno di strutture da sempre simbolo di fratellanza ed ospitalità fu dovuta principalmente alla latitanza dell'ONU che, una volta evacuati tutti gli occidentali dal Ruanda, ridusse fortemente il contingente militare già presente nel Paese. Dopo poche settimane, infatti, il contingente contava pochissime unità di soldati, spesso nemmeno armati, sotto il comando del coraggioso generale Dallaire.

E' all'interno di questo contesto di crisi che emerse la figura di Paul Rusesabagina, il direttore dell'Hôtel des Mille Collines. Una vicenda che venne poi raccontata, a dieci anni di distanza, dal regista nord-irlandese Terry George nella sua pellicola “Hotel Rwanda”. Fino al 1994, la vita di Rusesabagina, imprenditore quarantenne di etnia Hutu, era quella di un manager di hotel, impegnato in continui viaggi in Europa e concentrato sulla propria carriera. Ma quando il 7 aprile si ritrovò in casa alcune persone di etnia Tutsi, ospitate dalla moglie (anche lei Tutsi), comprese la gravità della situazione. Decise così di trasferire tutti nell’albergo di lusso di proprietà della compagnia aerea Sabena di cui era manager. L'Hôtel des Mille Collines era in quel periodo la base operativa del contingente ONU in Rwanda e dunque l'unico posto nel Paese in cui essere Hutu o Tutsi non faceva differenza. Ben presto però l'albergo si riempì di profughi e Paul tentò ogni espediente per poterli ospitare tutti all'interno della struttura. Ma man mano che gli europei lasciavano l'hotel e la radio degli estremisti Hutu incitava ad “uccidere gli scarafaggi del Mille Colline”, Paul dovette mettere in gioco tutta la sua arte di persuasore. E così, mentre lo stock di cibo e bevande dell'hotel divenne la merce di scambio prediletta per tentare di placare la sete di sangue dei generali Hutu, la linea del telefono si rivelò lo strumento fondamentale per fare pressione sia sulla compagnia aerea belga proprietaria dell'Hotel, affinché facesse da ponte con le istituzioni, sia con le varie organizzazioni umanitarie internazionali, affinché venissero incontro alle sue richieste.

E quando il 16 luglio del 1994 il cancello principale dell'Hôtel des Mille Collines venne riaperto e il signor Paul Rusesabagina, direttore della struttura, varcata la soglia, iniziò a percorrere le polverose strade di Kigali, gli spari e le grida erano finalmente cessati. L'”Opération Turquoise”, iniziata con colpevole ritardo dalle forze armate francesi sotto l'egida dell'ONU per arginare i massacri, stava miseramente fallendo. Ma gli scontri erano cessati e per le strade polverose, riversi a terra, vi erano i resti umani di centinaia di migliaia di persone. Quel giorno dietro il signor Rusesabagina varcarono la soglia dell'”Hotel Rwanda” oltre 1200 profughi che erano scampati al massacro proprio grazie alla pazienza e al sangue freddo di quell'uomo. Un piccolo miracolo all'interno di un'immane tragedia dove oltre 800 mila persone persero la vita. Un miracolo che non si sarebbe reso necessario se solo la comunità internazionale non si fosse completamente disinteressata della questione ruandese, lasciando l'orrore libero di dilagare, là, nel cuore del continente africano.

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