Le regole improvvisate dell'autostop

"Se poi vedi che l'autista ti porta fuori strada in un posto buio e isolato, non farti prendere dal panico. Farsi prendere dal panico non serve mai a niente. Pensa al karma". Questo era l'ultimo consiglio che mi aveva dato il mio amico tailandese prima che lasciassi la fattoria vicino a Dunedin in cui lavoravamo per raggiungere Arthur's Pass, nel nord dell'isola, in autostop. Era stato lui a raccontarmi le sue avventure in autostop e a incoraggiarmi a viaggiare in questo modo, non tanto per risparmiare soldi, ma per l'esperienza in sé e per conoscere gente nuova. Mi aveva raccontato che una volta era rimasto fermo da qualche parte, si stava facendo notte e la temperatura calava. Lui non aveva niente con cui coprirsi e passavano pochissime macchine. Quando ormai si era rassegnato a morire di freddo si era fermata una donna e lo aveva fatto salire. "Ma non parlare, non fiatare!", gli aveva gridato appena chiusa la portiera. "E' molto pericoloso, non distrarmi, stai zitto!". Ed era partita come un razzo, infrangendo il codice della strada al completo, limiti di velocità in primis. Il mio amico si considerava fortunato per due motivi: uno, per non essere morto assiderato quella notte. Due, per essere sopravvissuto alla guida più folle e spericolata della sua vita. Ci rideva sopra di gusto. "Ci ho quasi rimesso la pelle, ma ragazzi che corsa, ne è valsa la pena!".
La prima volta avevamo fatto l'autostop insieme, da Dunedin alla fattoria. Si era fermato un ottantaquattrenne col camper, che guidava a zig zag ma era molto di compagnia e continuava a offrirci succhi di frutta e biscotti. Avevamo passato la notte con la sua famiglia in una riserva naturale, in due in un sacco a pelo all'aperto, e non avevamo chiuso occhio per il freddo. "Comunque ne è valsa la pena", continuavamo a ripeterci.
Ma ammetto che fare l'autostop da sola mi innervosiva di più perché, anche se in Nuova Zelanda è abbastanza comune viaggiare in autostop e il paese è piuttosto sicuro, c'è sempre il rischio di trovare la persona sbagliata. La storia del karma del mio amico non mi consolava granché, e non solo perché sono atea. Un amico mi ha detto che qualche mese dopo, proprio sul tragitto che ho percorso io quella volta, è stata uccisa un'autostoppista cilena. In fondo hai meno di un minuto per decidere se fidarti dello sconosciuto che si è fermato oppure no, e non sempre lo stupratore e il serial killer hanno stampate in faccia le loro intenzioni.
Il mio primo accorgimento da autostoppista solitaria è stato quello di non avere la destinazione scritta su un cartone per poter eventualmente rifiutare un passaggio indesiderato con una scusa idiota, del tipo che avevo sbagliato lato della strada e che volevo andare nella direzione opposta o che stavo solo facendo prendere aria al pollice. Chiaramente questo non garantisce che il presunto aggressore non aggredisca, ma è già qualcosa. Avevo anche un coltellino con me in tasca, che ovviamente non sapevo affatto usare. Oggi si possono fare foto alla targa con lo smartphone e mandarle subito a un amico di fiducia, ma quattro anni fa io avevo solo un telefonino dell'anteguerra e nessun testimone a distanza.
Dalla fattoria in cui il tailandese ed io lavoravamo ad Arthur's Pass, passando per la costa occidentale, ci sono più di seicento chilometri: li ho fatti tutti in autostop con sette macchine diverse. Sono stata sul punto di rifiutare solo due passaggi. Il primo perché l'automobilista aveva le mascelle squadrate, lo sguardo omicida e le spalle da giocatore di rugby e questo mi inquietava. Ma poi avevo visto due bambini piccoli in macchina ed ero salita, rassicurata al pensiero che l'uomo non mi avrebbe stuprata e strangolata davanti ai suoi figli. Chiaramente non è detto che non l'avrebbe fatto, o che non l'avrebbe fatto dopo avermi allontanata dai bambini, ma quando si deve prendere una decisione così cruciale al volo è inevitabile semplificare e basarsi su pregiudizi che possono poi rivelarsi errati. Il secondo l'ho quasi rifiutato perché l'automobilista aveva la faccia di un pazzo - ho scoperto poi che era un fisico nucleare-, ma sembrava gentile e avevo deciso di fidarmi lo stesso. Alla fine si era rivelato sincero e generoso nella sua eccentricità, e mi aveva persino offerto la cena e pagato l'ostello a Franz Josef per "fare del bene a un essere umano bisognoso". Era convinto che facessi l'autostop perché ero al verde, anche se gli avevo detto diverse volte che non era il mio caso.
Tendevo a fidarmi più delle donne che degli uomini - anche se non è sempre vero che le donne sono più innocue degli uomini, e per giunta io peso meno di cinquanta chili e non vincerei una lotta nemmeno contro una dodicenne. Tendevo a fidarmi più delle facce pulite e innocenti - anche se avevo già conosciuto egomaniaci dal sorriso angelico e inquietanti omaccioni dal cuore d'oro.
Mi rendo conto, e mi rendevo conto anche allora, che si tratta di stereotipi discutibili e che l'universo umano è molto più complesso delle categorie in cui cerchiamo di ordinarlo. Ma quando è la tua sopravvivenza ad essere in gioco e hai solo pochissimi istanti per decidere se metterti nelle mani di uno sconosciuto o meno, questi pregiudizi tanto imperfetti sono assolutamente gli unici elementi su cui puoi fare affidamento, a torto o a ragione. Anche se sei, o pensi di essere, la persona più aperta e tollerante del mondo. Non hai abbastanza tempo e non puoi permetterti di oltrepassare i preconcetti contro cui ti scagli quando sei seduto sul divano al sicuro e ne parli con gli amici. Io sono stata fortunata, perché l'assassino della ragazza cilena era a piede libero mentre io facevo l'autostop. O forse è stata molto sfortunata lei perché era uno su un milione. Mi chiedo se mi sarei fidata di lui, se si fosse fermato per darmi un passaggio. Ero consapevole dei rischi, come avevo detto a uno degli automobilisti che si era preoccupato per me. Ma sapevo anche che ne sarebbe valsa la pena.

Leave a reply

*