Le ultime parole famose

Venerdì, mentre molti di voi erano intenti a sbrigare le ultime pratiche in ufficio prima di godersi la meritata pausa del week-end, l'attenzione mediatica era invece rivolta a ben altro.
Le prime pagine dei maggiori quotidiani nazionali si dividono tra l'ennesimo impiccio sulla giunta romana di Virginia Raggi, che vede l'assessore all'ambiente Paola Muraro tra gli indagati per abuso d'ufficio nel processo Mafia Capitale, e la promessa del capogruppo di Area Popolare (ex ministro delle infrastrutture Maurizio Lupi) di portare a dicembre in Parlamento una proposta di legge sulla realizzazione del Ponte di Messina accolta a braccia aperte anche da Matteo Renzi con non poche polemiche degli oppositori legate anche al Referendum Costituzionale). Andando oltre però, un altro fatto ha segnato il fine settimana di molti italiani: su Netflix (il sito di streaming on-demand) ha debuttato in esclusiva Amanda Knox, documentario sul delitto di Perugia e sulla principale indagata. Se già nel 2011 era stato girato da Robert Dornhelm un film sull'omicidio di Meredith Kercher e su Amanda, in questo caso i registi Rod Blackhurst e Brian McGinn si spingono oltre realizzando un vero e proprio documentario.

Siccome già l'Ubriaco mi aveva messo la pulce nell'orecchio mercoledì puntando il dito contro gli avvocati improvvisati "da tastiera", trattando la risposta sui social agli ultimi episodi di cyberbullismo, potevamo forse io e la mia passione per il reportage rimandare a oggi un approfondimento cinematografico così interessante? Così, già nel primo pomeriggio, mi sono ritrovata a digitare su Google "documentario Amanda Knox Netflix" per leggere i primi pareri di chi aveva già avuto il privilegio di entrare sulla piattaforma e vedere i 92 minuti di riprese. Di colpo ho spalancato gli occhi: subito dopo il commento di Benjamen Lee apparso sul The Guardian mi è apparso un articolo de Il Fatto Quotidiano del 29 settembre intitolato sarcasticamente "Amanda andava beatificata. Ce lo spiegano gli americani" e firmato indovinate da chi? Ovvio proprio lei: Selvaggia Lucarelli! Che  non si risparmia di aggiungere sulla Knox "brava la protagonista, riesce a creare empatia anche quando dice stupidaggini incontrovertibili".
Sorvolando sul fatto che la Lucarelli ormai pare come il prezzemolo e sembra voler dare del filo da torcere a ogni opinionista italiano che si rispetti, quel che non riesco proprio a concepire è che, leggendo il terzo risultato sul sito di wired.it "Amanda Knox, il documentario che smonta un caso nato dagli stereotipi" firmato da Marina Pierri e con un'intervista ai due registi, venga fuori tutta un'altra questione, legata principalmente all'opinione pubblica.
I due registi, alla domanda della Pierri su quale fosse il loro intento (entrando anche nell'ottica di una risposta del pubblico italiano al documentario), rispondono che "[dal documentario] non ci si dovrebbe aspettare di raggiungere l’ennesimo verdetto finale su colpevolezza o innocenza [...] è un lavoro sul confine sottile tra hard news e soft news da un lato e dall’altro sulla compassione, e sulla necessità di non giudicare dalle apparenze".

Fantastiche parole, peccato che in Italia non solo non esista una distinzione tra notizie hard e soft (basti vedere come sia i media tradizionali che i social media saltellino di continuo tra cronaca nera e cronaca rosa), ma quel che è peggio è che non esiste in assoluto nel nostro Paese una capacità di giudizio che si distacchi dalle apparenze, intese in senso letterale. Senza tornare sui casi già di recente affrontati della Cantone, di Regeni, di Giuliani etc. basta addentrarci un po' nella nostra memoria per ritrovare dei frame nitidi di altrettanti casi di cronaca nera affrontati "all'italiana": il delitto di Cogne, di Garlasco, Erika e Omar, Olindo e Rosa Bazzi, i più recenti omicidi di Yara Gambirasio e di Sarah Scazzi. Fateci caso: sono tutti impressi nella nostra mente come delle istantanee, delle macabre fotografie tenute sulla mensola di casa di questo particolare piuttosto che di quell'altro.
Facendomi coraggio (e appellandomi alla mia tesi di laurea su "Nuit et bruillard", primo documentario girato sull'Olocausto) venerdì sera ho visto anche io su Netflix Amanda Knox. Senza spoilerare nulla, non è altro che una sorta di ricostruzione alla Bruno Vespa più curata rispetto ai modellini di Porta a Porta: oltre alle interviste ad Amanda ed a Raffaele Sollecito, intervengono Giuliano Mignini (il PM che si occupò del caso) e Nick Pisa (giornalista freelance che seguì l'intero caso soprattutto per il tabloid britannico Daily Mail, anche con diversi scoop), ci sono poi "scene di repertorio" prese dai media italiani, registrazioni, ricostruzioni 3D su scena del crimine e arma del delitto e così via. Insomma, niente di differente rispetto a ciò che trovo puntualmente 24 ore su 24 sul canale Fox Crime di Sky, se non fosse che le immagini proposte sono appunto reali e non ricostruite.

Vado subito al punto cruciale, toccato anche dagli articoli successivi a quello della Lucarelli: l'opinione pubblica. Sui social e nei vari commenti, il popolo sì è già ampiamente diviso in quelle che potrei chiamare tranquillamente le due "macro-categorie standard" dell'italiano medio: il curioso ed il giudice. Cosa dicevamo su hard e soft news? Ecco, questo è l'esempio lampante che nella nostra bell'Italia il meccanismo non funziona né potrà mai funzionare.
Partiamo dalla metà degli anni '70 e dagli studi di Elisabeth Noelle-Neumann sull'influenza dei mass media sulla formazione dell'opinione pubblica, troviamo la teoria della Spirale del Silenzio per cui è comprovato che non solo una overdose informativa può portare all'incapacità di selezione di cosa è importante e cosa no, ma soprattutto cosa è reale e cosa è veicolato dalla massa: l'individuo è quindi spinto a reagire all'informazione adeguandosi a "quello che dicono gli altri" pur di non rimanere isolato. Tornando un attimo a Perugia: alzi la mano chi, durante i primi giorni, non ha ritenuto Patrick Lumumba colpevole dell'omicidio.
Questo tuttavia non è sufficiente: per completare il nostro quadro su pettegoli e inquisitori Made in Italy dobbiamo appellarci ad una teoria più recente che includa anche i social media, e quale miglior esempio se non la Teoria del Campo Demoscopico del nostro conterraneo Giorgio Grossi? Oggi siamo in piena "simultaneità despazializzata", ovvero siamo ovunque e subito, anche se comodamente seduti sul divano o al pc. Il ruolo dei media (vecchi e nuovi) è quindi notevolmente cambiato: essi sono veri e propri protagonisti del processo di creazione di una opinione comune. Non solo attirano l'attenzione su temi, eventi, notizie in base a "cosa va per la maggiore al momento" ma, per farlo, sono anche diventati sensibili alle "chiacchiere da bar" (i "sondeur d'opinion", riprendendo Judith Lazar), ascoltando la massa e raccontandogli proprio quello che si aspetta di sentire, riflettendo così l'opinione pubblica stessa e rinunciando sempre più spesso all'imparzialità. Se questo non bastasse, secondo Grossi il campo demoscopico è molto articolato: al suo interno bisogna ben distinguere innanzitutto i canali che producono e divulgano la notizia, successivamente le varie opinioni che possono essere conformi o discordanti e che ne costituiscono l'output cognitivo in seguito riportato dai vari media. Se ciò non bastasse tuttavia, all'interno di questo "campo di battaglia" ovviamente non sono soltanto i media i protagonisti ma abbiamo ovviamente tutta la sfera del pubblico (più o meno attivo, più o meno competente e così via) che da appunto i feedback di cui accennavo sopra per indirizzare l'informazione e, non da ultimo, gli opinion leader. Tutto questo iter - che vi ho semplificato davvero in poche righe - porta alla risposta che cercavo: l'"opinion-building" ovvero un tacito accordo tra media e opinione pubblica. Nel caso dell'omicidio di  Meredith Kercher alzi di nuovo la mano chi, seguendo il caso, non si sia trovato dapprima a credere la Knox estranea ai fatti, Foxy-Knoxy, colpevole, per un momento dimenticata ed infine (riprendendo le sue parole) "un mostro psicopatico travestito da agnello o una persona come te".
Questo nostro andamento mentale ci ricollega direttamente a ciò da cui siamo partiti: come ha analizzato Aldo Grasso in "Radio e televisione", in Italia sempre più spesso succede che la giuria popolare abbia già una sua condanna prima che il procedimento legale vero e proprio sia terminato. Una sentenza completa, argomentata, precisa, dettagliata che prevarica, anticipa e forse intacca il corso vero e proprio che la nostra Legge dovrebbe seguire.

Detto ciò, cosa importa se la Knox sia colpevole, se la Raggi saprà o meno mantenere il suo ruolo di Sindaco di Roma, se Renzi farà lo Stretto o modificherà ulteriormente il testo del referendum che si terrà il 4 dicembre (proprio su una legge costituzionale, riferita alla politica però): il quarto "trend topic" di venerdì 30 settembre, in Italia sapete qual era? Il Campionato di calcio di Serie A, quindi tranquilli: sono sicura che ieri molti di voi hanno esaurito ampiamente il bisogno settimanale di sentenziare diventando arbitri per 90 minuti.

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