Le vite in crisi all’ombra del Challenger

"Fuggivano dalla scontrosa superficie della Terra per sfiorare il volto di Dio"

(Dal discorso del presidente Ronald Reagan alla nazione dopo l’incidente)

28 gennaio 1986. Base spaziale NASA di Cape Canaveral, Florida, USA.

Alle ore 11.38 del mattino è previsto il lancio dello space shuttle ‘Challenger’, con a bordo sette membri dell’equipaggio. È un momento storico per l’America reaganiana, l’occasione per suggellare l’imminente sorpasso dei ‘russi’ in quella corsa allo spazio che verrà ricordata da molti con il nomignolo di ‘Guerre stellari’. Lanciare una navicella spaziale nel cielo, un atto di sfida (questo il suo nome) contro tutti i limiti dell’immaginazione, celebrazione di potenza, libertà come liberazione da ogni gabbia del ragionevole e del possibile (siamo alle vette liberiste della “Reganomics”). Questa volta sarà una lezione americana al resto del mondo, direttamente dallo spazio, perché sullo shuttle c’è anche una insegnante di storia, per il ‘Teacher in Space Project’. È quindi in diretta televisiva, e migliaia di scuole in tutto il paese hanno organizzato la visione del lancio.

Ecco il decollo, quel razzo si solleva, vola forte per settantatré secondi, poi esplode in cielo. Al suo posto braccia di fumo grigio si dipanano, contorcendosi, nell’azzurro.

Questo è, più o meno, l’incipit di Challenger, il terzo romanzo scritto l’anno passato dallo spagnolo Guillem López,  che gli ha fatto raggiungere fama di grande autore di fantascienza, e il primo uscito da alcuni mesi anche in Italia, con la traduzione di Francesca Bianchi e le illustrazioni di Sonny Partipilo, per Eris edizioni (416 p., 20 euro).

Ma la storia che l’autore racconta non è quella del Challenger, o per meglio dire non è solo quella storia. Settantatré sono i secondi che separano la navetta dal decollo all’esplosione, settantatré i racconti brevi di cui è composto questo anomalo romanzo. Settantatré frammenti di vita, di persone e cose che, in maniera apparentemente scollegata, si muovono nella città di Miami e nei suoi dintorni mentre è in corso il lancio dello shuttle. Vite di tutti i tipi e colori, prese mentre si muovono nei margini, ai vertici o nei bassifondi della città. In bilico sui vari livelli di una società misera, venata dall’imbroglio o da false attrattive, da passioni tristi e agitate, in un presente che non ha orizzonti. Frammenti raccontati nel loro destino di ulteriore frammentazione, perché in ciascuna storia, quasi annunciato dai toni della narrazione, arriva il momento in cui qualcosa si rompe, un inciampo o un imprevisto la fa cadere irrimediabilmente (diversamente nello stile ma non negli esiti, da quell ‘America oggi’ di Altman). Ed è fino al passo sul precipizio che ci è permesso guardare. Lasciando all’immaginazione i modi della caduta, di una società pronta a disintegrarsi come il Challenger - perché già dis-integrata nelle sue strutture portanti, culturali e di significato - e un sentire chiaro lo scarto non ricomponibile con le ‘sorti magnifiche e progressive’ della retorica che la corsa allo spazio vorrebbe rappresentare.

Un libro di fantascienza dal carattere particolare, dove l’alterità perturbante non è manifesta ma si muove carsica nei condotti fognari, che appare sotto forma di presenze misteriose che mai ci verranno rivelate o nelle connessioni illogiche che ci vengono solo fatte intuire nei troppi spazi bianchi che siamo costretti a lasciare, o negli spazi neri dai quali preferiamo sottrarre lo sguardo.

“È un libro che si legge tutto d’un fiato” è cosa che si trova spesso nelle recensioni o nelle quarte di copertina dei libri di successo, così mi sono chiesto se fosse sempre un valore aggiunto per giudicare un bel libro. Questa volta non è stato affatto così, Challenger ho dovuto digerirlo piano, come i documentari ci hanno sempre raccontato sui grandi serpenti amazzonici. Perché ciascuno stralcio di vita rubato dall’impazzita Miami che López infila con l’ago della sua narrazione è stato un peso. Da rendere difficoltoso superarlo leggendone subito un altro. Bisogna invece distaccarsene un po', lasciarlo cadere, riacquistare il senso del proprio presente, del reale al di fuori di esso.

Perché Challenger è un libro che mette paura. Non perché racconta storie d’orrore, anche se le racconta. E nemmeno per i ritmi tesi di alcuni brani, nonostante ansia e tensione non manchino. Challenger spaventa perché è un grande romanzo sulla crisi. Una crisi più profonda di quelle economiche a cui pensiamo bene o male di poter sopravvivere. Quello cui assistiamo è un mondo che impazzisce, le cui basi di senso si sfaldano (una ‘crisi di presenza’, per dirla con De Martino). In cui mancano dei gradini alla scala del progresso, ed essere risucchiati dal vuoto è questione di un attimo di disattenzione.

Assistiamo all’affastellarsi caotico di vite di ogni genere - e di ogni genere letterario fa uso l’autore nel raccontarle - nella complessa geografia urbana di Miami. Vediamo i traffici criminali degli esuli cubani, i tradimenti per noia in camere di albergo, le visioni premonitrici di veggenti caraibiche, le rese dei conti e le fredde esecuzioni ordinate dall’alto, la fuga di animali da laboratorio per misteriosi esperimenti al largo delle Bahamas, le infide gesta di avvocati e burocrati profittatori, la traiettoria di un proiettile, un inspiegabile incidente stradale... Ad aiutarci a tenerle insieme è una grande mappa allegata al libro, che mostra Miami, tutti i luoghi del racconto e i personaggi che vi si incrociano, e una linea del tempo, da riempire noi stessi con l’ora degli avvenimenti che ci appaiono importanti. Come a dire che c’è uno sforzo da fare, che una logica c’è e forse nostro compito è trovarla...

L’autore ha creato un meccanismo perfetto con cui mette in moto la narrazione: ogni personaggio muove i suoi pochi passi (non si tratta quasi mai di più di sei-sette pagine) nelle ore appena precedenti o successive all’esplosione. Lo sappiamo perché ad iniziare il capitolo è l’orario, oltre al nome e a luogo dell’avvenimento. Non c’è mai un collegamento logico con il Challenger, ma, anche quando non appare direttamente, abbiamo in testa fissa quell’immagine, l’esplosione imminente, e allora siamo noi a spingerci forzatamente, man mano che il racconto prosegue, a cercarne il nesso in ogni dettaglio, nella bramosia di un appiglio, nella volontà di salvarci, almeno noi, dal tracollo di quell’esistenza. Ponendovi fine nella liberazione di dire “è ancora il Challenger!”, ma allora “tutto è Challenger! Perchè tutto è in crisi!”. E ci chiediamo se è la crisi ad aver generato il Challenger o il Challenger la crisi.

È così un romanzo che ci parla nel profondo, ci mostra il nostro funzionare nella dipendenza dal senso, dal significato, dal bisogno di connessioni e legami, e dei rischi della perdita dei riferimenti, di qualsiasi tipo essi siano. In questi tempi in cui lo Spazio appare dappertutto, dalle grafiche dei festival musicali alle pubblicità in televisione, fino agli slogan dei pride LGBT, e in cui i giornali sono tornati a riempirsi di immaginari futuribili su Marte e i viaggi spaziali, è un libro che fa bene leggere, a ricordarci che non sarà una fuga nel cielo a salvarci dalla crisi del presente terreno.

Federico Bosis

 

 

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