L'eleganza di Piers Faccini incanta il Biko di Milano

Sono le 21.30 di domenica sera eppure c'è fermento fuori dal Biko di Milano, perché a breve avrà luogo il concerto di Piers Faccini. Si sta stretti nel piccolo spazio fuori del locale, nell'angolo posso vedere Simone Prattico che fuma una sigaretta, batterista che ho potuto già sentire, e apprezzare, al concerto del 2013 alla Salumeria Della Musica dove Faccini aveva presentato il disco Between Dogs and Wolves.

Il Biko è piccolo ma molto accogliente, Piers sale sul palco con Simone Prattico che si siede alla sua batteria adeguata con il mallekat al posto dei tom, e Malik Ziad che imbraccia il sintir, strumento tipico del popolo gnawa (nord Africa). Siamo tutti a nostro agio, ci sediamo per terra e Piers con la sua voce calda, ci racconta del suo nuovo disco che presenta proprio in questa serata: I Dreamed An Island. Il poliglotta, polistrumentista, pittore e poeta Piers ci racconta del suo sesto album, una ricerca di un rifugio dove non ci sono pregiudizi, un'isola multiculturale di speranza... un sogno.

Già dalle prime note di Oiseau possiamo capire che questo disco è un abbraccio al mondo, o meglio, al popolo mediterraneo, un sound che ben si distacca dal precedente Between Dogs and Wolves, disco sicuramente più intimo e personale; la musica che ci propone è più calda ed espressiva quasi che si può sentire gli aromi, i sapori e le spezie di queste terre che vuole raccontarci. Le armonie sono bizantine, antiche e fiabesche. Ed è subito magia e incanto, dopo Drone e Beloved è sempre lui che ci racconta di Judith la  sua ava del XII secolo che viveva in una piccola isola dell'Andalusia e un giorno, accortasi che il suo paese non può più vivere in armonia con le varie religioni e contaminazioni, condivide un'arancia con una guardia berbera per poter vedere un'ultima volta la città. Judith è forse la vera introduzione a questa serata, la sua voce inizia questo racconto accompagnata da un clima marino e marocchino con qualche reminiscenza spagnoleggiante, lenta e calda.

"Voi conoscete la storia della vostra bis bis bis nonna del XII secolo? ah ecco!" 

Passiamo così in rassegna altre canzoni, e ad ogni pezzo evoca un profumo e un sapore diverso, contaminazioni da varie parti del mondo, finché si ferma per parlare con tutti noi: "Questa canzone l'ho scritta un anno e mezzo fa, quando sul giornale leggevo di un pazzo che voleva costruire un muro per dividere le persone e così ho scritto questa canzone Bring Down The Wall... non pensavo che Trump potesse davvero vincere! Ma adesso mi piacerebbe che ci alzassimo tutti in piedi per cantare insieme; lo so che non siamo tantissimi ma forse riusciremo lo stesso a far fischiare le orecchie al presidente"

Ci alziamo e, tutti insieme, cantiamo i cori della canzone folk Bring Down The Wall, e Piers insieme ai favolosi strumentisti si sposta delicatamente a cantare una tammuriata intonata in dialetto e poi, sempre con dolcezza ed eleganza si muove nei suoni e nei canti popolari algerini, paese natio di Malik Ziad.

"Avete visto? Siamo partiti dall'America e dolcemente siamo passati a una tammuriata del vostro paese e poi con pochi passi siamo arrivati alla musica di Malik, abbiamo fatto un sacco di chilometri! Facile! I muri non dovrebbero esistere"

La serata è ancora lunga, possiamo vedere Simone che suona la chitarra con una spazzola e con l'altra la batteria, Malik proporre assolo di sintir alternati a favolosi brani con la mandola, Piers suonare le qraqb e, timidamente, ballare con il pubblico. Ma non c'è molto da dire, perché questo live in realtà mi aveva già conquistato con le prime note della band vo le prime parole di Piers.

Ghiro
Quand'ero piccolo i miei genitori hanno cambiato casa una decina di volte. Ma io sono sempre riuscito a trovarli!

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