L'emigrazione meridionale (1955-1975) e “Rocco e i suoi fratelli” (1960)

Rocco e i suoi fratelli” (*) - Premio Speciale della Giuria al Festival Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, Nastro d’Argento come Migliore Film - è senza dubbio un altro dei capolavori cinematografici italiani in grado di attraversare i tempi. Strutturato in capitoli - ognuno dei quali dedicato ad un figlio di Rosaria Parondi, vedova lucana - narra senza filtri l’emigrazione meridionale durante i primissimi anni del cosiddetto boom economico. La regia di Luchino Visconti, infatti, attraverso una saga familiare dai toni drammatici e dalle vicissitudini che richiamano la tragedia greca, affronta per la seconda volta nella sua filmografia la questione meridionale, mettendo in luce ogni aspetto (l’affascinante ricchezza di Milano, il desiderio del pane quotidiano, l’illusione dei soldi facili, l’aspirazione ad un mondo migliore e giusto) di chi si trovava ad emigrare: dall’arrivo nella metropoli lombarda fredda non solo per via del clima al desiderio di integrazione, dall’ostilità di alcuni ambienti (le guerre tra poveri) al sogno quasi sempre illusorio di un possibile ritorno nella terra natale (il momento dell’arrivo spesso era visto come l’inizio di un periodo in cui lavorare e guadagnare per costruire qualcosa di nuovo o di solido nei luoghi di provenienza), dai lavori più umili (spalare la neve) svolti con gioia alla marginalità della condizione sociale vissuta con umile dignità. La struttura ideologica comunista della pellicola resta sullo sfondo, ma sufficiente a renderla vittima di quell’ostracismo democristiano che aveva già dileggiato “Ladri di biciclette” (1948) o “Umberto D.” (1952), entrambi di Vittorio De Sica; un atteggiamento che permette di definire bigotto, perbenista ed ipocrita, il clima culturale di quei tempi, durante i quali non era tollerato quello che oggi si definisce il politicamente scorretto. La sceneggiatura firmata da Suso Cecchi D’Amico è di prima grandezza, perché offre il primo piano ai sentimenti ed alle passioni dei protagonisti. La recitazione di tutti i membri primari e secondari del Cast è intensa e grandissima; tra questi, meritano di essere ricordati: Alain Delon (i cui occhi sono resi parlanti da Visconti), Renato Salvatori, Annie Girardot, Paolo Stoppa. Non è da sottovalutare il fatto che la pellicola sia in grado di testimoniare realtà ormai profondamente modificate, delle quali nell’epoca contemporanea ne sono divenuti protagonisti gli extracomunitari.

Negli anni compresi tra il 1955 ed il 1975, la grande migrazione dal nostro Mezzogiorno ha visto milioni di persone che, spinte dalla mancanza di prospettive, dalla miseria e dal desiderio di una vita migliore, hanno lasciato i loro luoghi d’origine per trasferirsi (oltre due milioni) a Milano, a Torino, a Genova, a Roma oppure (circa sei milioni) in Svizzera, Germania, Francia e Belgio. La Democrazia Cristiana considerava la migrazione una soluzione necessaria alla questione meridionale che si trascinava dai tempi dell’Unità e, di conseguenza, perseguiva con particolare enfasi lo sviluppo industriale nel Nord che avrebbe offerto cibo e lavoro a tutti. Sono gli anni di un rapido sviluppo economico per tutte le classi sociali, perché anche alla manovalanza di poche pretese e priva di titoli di studio, risultava semplice trovare un posto fisso nelle metropoli. Qui si attiva in breve la richiesta di ulteriore manodopera a buon mercato da parte delle imprese edili per la costruzione dei nuovi grandi condomini e dei nuovi quartieri nelle periferie ancora vergini. Se nel Nord ed, in particolare, nelle città del triangolo industriale, la soluzione era rappresentata dalle grandi industrie siderurgiche, meccaniche e chimiche, a Roma lo erano i Ministeri e l'apparato statale. In pratica, ci troviamo davanti all’inizio della trasformazione radicale della società italiana (di questo aspetto ci occuperemo nel prossimo articolo).

Prima di concludere, è giusto inquadrare l’emigrazione meridionale come un fenomeno su larga scala manifestatosi in fasi diverse della nostra storia. Un primo periodo è possibile comprenderlo tra il 1870 ed il 1922, un secondo tra il 1955 ed il 1975 (quello relativo a "Rocco ed i suoi fratelli"); un terzo successivo alla crisi mondiale del 2007, che ha coinvolto, con una consistenza numerica inferiore alle precedenti, i giovani laureati e non. I dati riportano che tra il 1870 e il 2000 hanno lasciato la nostra Penisola circa 20 milioni di italiani, senza più tornarvi. Si conta che i loro discendenti - in possesso della cittadinanza della nazione di nascita e di quella italiana - corrispondano nel mondo ad un numero compreso tra i 60 e gli 80 milioni.

Altri film sul tema: "Emigrantes" (1948) di Aldo Fabrizi, "I magliari" (1959) di Francesco Rosi, "Pane e cioccolata" (1973) di Franco Brusati.

(*) "Rocco e i suoi fratelli" (1960) - Regia: Luchino Visconti - Cast: Alain Delon, Renato Salvatori, Annie Girardot, Katina Paxinou, Corrado Pani, Paolo Stoppa - Sceneggiatura: Suso Cecchi D'Amico, Pasquale Festa Campanile, Luchino Visconti - Fotografia: Giuseppe Rotunno - Musiche: Nino Rota - Genere: drammatico - Durata: 170 minuti.

Alessandro

Da Riccione col furgone.

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