Limbo-un “ma che c***o?” in bianco e nero

Limbo è un videogioco nato nel 2010, inizialmente come esclusiva Xbox, poi ricreato per ogni piattaforma. Questo gioco è un 2d platform, per alcuni versi molto nostalgico per chi, come me, è nato in un periodo in cui i platform dominavano completamente il panorama videoludico.
Quando ho deciso di intraprendere questo gioco ero motivato dalla grande quantità di commenti positivi che ho letto in rete, per non parlare di molti amici che, sapendo che tra le mie varie passioni c’è anche quella dei videogiochi di "nicchia", hanno pensato "bene" di consigliarmelo. Preso da febbre, e quindi impossibilitato ad andare al lavoro, decido in mattinata di spendere 9,90€ direttamente nell’AppStore Mac per provare questo titolo, convinto che in una giornata sarei riuscito a finirlo.
Scarico il gioco, lo accendo e non c’è un intro, e già iniziano a girarmi violentemente, non mi dicono nulla di cosa succede. Decido quindi di spegnere e, prima di andare avanti senza motivo, cerco se per caso mi sono perso qualche cosa. In rete scopro che l’incipit è:

“Un ragazzo, incerto sul destino della propria sorella, accede al LIMBO…”

Ok, mea culpa che preso dalla foga non ho letto nell’AppStore l’importantissima ed esaustiva trama. Ma sono abituato male, sono abituato a scaricare un gioco e, prima di iniziare a giocare, godermi interminabili video o introduzioni dove mi spiegano tutto.
Limbo non ha un inizio, sappiatelo, e sappiate che non saprete un cazzo di niente in più, non saprete perché minchia siete lì, né come ci siete arrivati né perché quella rincoglionita di vostra sorella ci è finita dentro, niente di niente, mettetevi il cuore in pace e iniziate a giocare.
Il gioco è esteticamente molto bello, penso che i programmatori hanno pensato: “chissà come sarebbe un videogioco creato da Tim Burton?”.  L'atmosfera è molto gotica, tutto in bianco e nero, priva di colonna sonora, l’unica cosa che possiamo sentire sono piccoli e quasi impercettibili rumori che rendono il gioco (inizialmente) claustrofobico con un costante senso di ansia e di pericolo. Purtroppo questo sotterfugio funzionerà solo per poco tempo.
Il nostro protagonista è la silhoutte nera di un bambino con gli occhi bianchi ed io, essendo che da bambino sono rimasto terrorizzato dal film Il Villaggio dei Dannati, decido di suicidarmi 5 o 6 volte per il gusto di vendicarmi.

Da qui il videogame è lineare, molto bello e curato, con la costante sensazione di pericolo. La tensione si fa sentire grazie ai bordi sfuocati, la luce che va e viene, e vari personaggi malvagi che si incontrano, come ragni giganti, strani esseri antropomorfi e cadaveri in quantità. A differenza della gran parte dei platform, Limbo è sviluppato in modo tale che per sopravvivere dobbiamo risolvere svariati enigmi, dove la chiave è spesso quella di usare le trappole che possono ucciderci contro i nemici. Purtroppo, verso la metà del storia, le atmosfere perdono quel fascino orrorifico e gli stessi enigmi diventano meccanici e più legati alla fisica che all’imbroglio dei nemici.

Gli stessi rompicapo non aumentano di difficoltà logica, l’unico aumento di difficoltà è “la tempistica” con cui dobbiamo interagire con gli oggetti, di conseguenza l’esperienza ludica diventa più simile a una bestemmia e si distanzia dal piacere di riuscire a risolvere complicati meccanismi.

Non sto a raccontarvi il finale, ma sappiate che il gioco è creato per essere minimale, e rischiate di non essere nemmeno appagati con le ultime fatiche. Tirando le somme questo titolo può piacere, ma non mi sembra giusto far pagare 9,90€ per un’esperienza che, a me, è durata non più di due ore e mezza. Bello esteticamente, di sicuro può essere vissuto più come una goduria per gli occhi che come sfida, ma una cosa è certa: mai nessun videogame ha avuto nome più azzeccato. Limbo ti fa sentire perso in un labirinto infinito senza uscita e senza pause, non vi darà mai il piacere di un sospiro di sollievo né sarà in grado di rassicurarvi nemmeno nei momenti che sembrano essere risolutivi. Limbo è un incubo leggero, un incubo da cui non ci si sveglia per il sussulto, ma che dobbiamo portarci avanti fino all'ora della sveglia.

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