Lo chiamavano Jeeg Robot: il format, l’arte e la rielaborazione

Riemerge dall’acqua, il volto sfigurato e i capelli marcescenti. Marcescenti come quella società dilaniata dagli attentati della quale si erge come putrefatto rappresentante. Vuole altri quindici minuti di notorietà. E altri quindici ancora. Moltiplica Warhol nella sua mente. Indossa una giacca a lustrini rosa. E’ il volto del media, il volto del web. E’ il volto di quella televisione che tanto agogna e che con Buona Domenica l’aveva realizzato per un attimo di futuri rimpianti. E’ un presentatore. Il presentatore delle sue gesta malvagie, della sua cattiveria. E’ il villain che l’Italia aspettava e che non poteva essere differente dall’immagine malinconica di una bellezza decaduta, di un futuro che può realizzarsi solo nella corruzione delle scorie radioattive. Il catrame impalpabile che inala ogni giorno e al quale si apre definitivamente. E’ Zingaro. Lo zingaro nostrano.

C’è tanta società berlusconista (e post-berlusconista) in Lo chiamavano Jeeg Robot. C’è l’ossessione per la fama. Per la televisione. C’è il media, che è ovunque. C’è tanta decadenza e anche tanta bellezza. Contrasti a livello narrativo e produttivo. Non è la semplice divisione manichea tra il mondo grezzo del proletariato, delle piccole scorribande, di chi si sostiene con furti di orologi e si nutre di budino, e quello goffo e lussuoso della criminalità organizzata. Non è nemmeno la spiccia distinzione tra buoni e cattivi. Tutt’altro. “Il buono”, Enzo, piccolo truffatore che si scopre in possesso di una forza straordinaria in seguito all’esposizione a delle scorie, soccombe sotto i propri istinti naturali repressi (la fame, il sesso) esattamente quanto “il cattivo”, vittime di desideri più sofisticati (diventare cantanti melodici, apparire in televisione, la notorietà) ma inessenziali e fomentati da farse televisive dimenticabili e indistinguibili l’una dall’altra (continui sono i riferimenti al Grande Fratello e al mondo televisivo). Come volgersi allora verso una nuova purezza, un nuovo inizio, se non attraverso una visione naive della società e tramite il recupero di un’ingenuità tutta infantile, quell’ingenuità utopica che crede nei super eroi incorruttibili?
Ma possedere super poteri non vuol dire necessariamente essere supereroi, ce lo insegnava Chronicle di Josh Trank e lo ribadisce oggi Lo chiamavano Jeeg Robot dell’esordiente (ai lungometraggi) Gabriele Mainetti, delineando il percorso di formazione di un anti eroe che arriverà ad abbracciare la sua nuova natura dopo una serie di sconfitte e perdite personali. Lo chiamavano Jeeg Robot è un film che parla italiano (forse eccessive le inflessioni dialettali) e d’Italia, eppure è italiano e non-italiano allo stesso tempo. Perché ha il coraggio di aprirsi al mondo come e più de Il Racconto dei racconti o Youth: perché lo fa con un cast interamente italiano e soprattutto proponendo una visione non necessariamente impegnata (non che manchino gli spunti di riflessione), ricercando una forma d’intrattenimento priva di eccessive velleità autoriali- sono comunque diversi i momenti in cui Mainetti dimostra un’alta sensibilità artistica- esattamente come aveva fatto Salvadores con il suo progetto parzialmente riuscito Il Ragazzo invisibile. Mainetti non racconta solo di bene e male, non si limita ad immortalare la periferia italiana o ad accennare alle pervasività dei media occidentali nel quotidiano e nel privato, ma crea un film che parla della stessa produzione cinematografica italiana, della sua essenza e delle sue insicurezze, che sono la sua forza e anche un atto di disperazione. Lo fa attraverso la scelta di un cast inattaccabile e la distribuzione di un prodotto che, nonostante la sua scarsa permanenza nei cinema (prima almeno della vittoria dei numerosi David di Donatello), può essere considerato internazionale sotto ogni profilo (c’è sempre Sky Italia di mezzo, ma ormai non sorprende più). I personaggi di Lo chiamavano Jeeg Robot, senza perdere la propria impronta regionalista, parlano infatti, per caratteristiche sociali e sentimenti, ad un pubblico vasto ed eterogeneo, di bambini e adulti, incorniciati nel format ormai più classico del cinema contemporaneo: il cinecomic. Filone che è ormai format quanto un programma televisivo, in quanto non può prescindere dagli stereotipi di genere e dalle caratteristiche che lo rendono la componente più ricca di un mercato, quello cinematografico, in crisi da anni. E le scelte che Mainetti compie nel suo thriller supereroistico riflettono, volutamente o no, quelle caratteristiche d’importazione e rivisitazione dello spettacolo, dell’intrattenimento e del cinema italiano.
Italia paese di santi e di eroi. Gli eroi però, i supereroi del cinema, non sono gli eroi italiani. Sono gli eroi di un mondo globalizzato e sempre più hollywoodiano. Sono i Captain America, i Batman, i Thor, così come sono i format televisivi, i generi e i film stessi. E’ difficile essere originali. E’ difficile essere originali quando tutto sembra già stato scoperto e le novità in campo tecnologico/produttivo istigano il pubblico ad affinare il proprio gusti per l’esterofilia. Il plagio, l’importazione, la costante tentazione dell’“usato sicuro” sembrano l’unica via d’uscita dallo spauracchio del flop commerciale. Allora Enzo non è un supereroe nuovo, originale. Non è sua la scelta del nome. La sua capacità (la super forza) è la più classica delle qualità superomistiche. La sua storia è la semplice storia del riscatto sociale. Non può far altro quindi che cestinare l’idea della novità e proporre quella dell’odierno. Enzo non sarà un supereroe nuovo, ma certamente è un supereroe contempporaneo. E il superpotere di un regista che ha compreso il post-modernismo e il post-postmodernismo sedimenta tra le righe meno esplicite di Lo chiamavano Jeeg Robot. La capacità di prendere atto che sconvolgere un universo narrativo è un’operazione difficile, se non impossibile, e che il concetto di “rielaborazione” (non tutte le rielaborazioni sono degne di menzione, sia chiaro) ha preso il posto di quello di “novità”. Appropriarsi di una cultura lontana. Conciliare ciò che sembra inconciliabile. Rendere film un cartone animato e declinarlo verso strade completamente diverse. La citazione non è più solo citazione, ma è citazione della citazione. E’ un elevamento a potenza. E’ un reticolo che internazionalizza un prodotto connotandolo nazionalmente, e che restituisce vita a un genere rendendolo qualcosa di più intimo e personale.
Enzo non è Jeeg Robot, lo chiamano solo così.
Un prodotto globale che diventa regionale.
Insomma, un Robot che finalmente diventa uomo.

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