Lo sguardo sugli altri

“Quelli che voi interrogherete sono nemici del socialismo, non dimenticatelo mai”.

(Gerd Wiesler – da “Le vite degli altri”)

Ma “chi è chi”?, cioè chi è l'amico e chi è il nemico? E' questa l'affermazione più sintetica e completa che sintetizza il ruolo della Stasi, l'impenetrabile Ministero per la Sicurezza dello Stato che avrebbe tenuto per oltre quaranta anni l'intera popolazione della DDR nel sospetto reciproco. Una domanda posta da Erich Mielke, uno dei principali ideatori della struttura e suo ministro dal 1957 fino alla caduta del Muro di Berlino, volta a comprendere chi fosse più esposto all'ideologia del nemico e chi invece fosse saldamente ancorato dalla parte del partito e dello Stato; chi incerto e titubante e chi ciecamente ubbidiente. Una domanda che si traduce infine nella licenza di violare sistematicamente e in tutti i modi possibili la sfera privata dei propri concittadini.

Il Ministero per la Sicurezza dello Stato mosse i suoi primi passi all'indomani della spartizione del suolo eletto del Reich tra le forze alleate: la Repubblica Federale Tedesca sotto l'egemonia della Nato e la Repubblica Democratica Tedesca sotto l'influenza sovietica. In un periodo di forte incertezza, caratterizzato da un'alta mobilità interna, nacquero diversi corpi dipendenti dal ministero degli Interni, ma gestiti da apparati sovietici, volti a dissuadere e reprimere i tentativi di fuga dalla Germania Est verso la Germania Ovest. I “Vopos” (come veniva chiamata la Polizia del Popolo) e i K5 (specializzati nei reati politici) vennero inizialmente macchinati da uomini istruiti a Mosca fino a quando non emerse la figura dell'ex combattente Erich Mielke. Nacque così la Stasi, un'arma perfetta che per quattro decenni fu al servizio del regime filo-sovietico più chiuso e sospettoso dell'Europa Orientale, lo “scudo e la spada del partito”, del quale fu il garante e la spina dorsale. Un'organizzazione che, da un lato, legittimava l'uso della violenza fisica e psicologica e la manipolazione della verità per il fine superiore della giustizia sociale e, dall'altro, diffidava a priori di tutto quello che non riusiva a mantenere sotto il proprio diretto controllo. Un modo di operare tipico della polizia sovietica, dove gli ufficiali, i funzionari e gli agenti, che si consideravano i garanti del “potere proletario” creavano un clima di terrore e di diffidenza reciproca, violando permanentemente la riservatezza attraverso il controllo delle conversazioni telefoniche, della posta e dei rapporti privati e familiari. Pratiche che portavano anche la lesione della reputazione tramite la messa in circolo di materiale compromettente. La Stasi vide crescere la propria struttura a partire dal 1953, anno della morte di Stalin e dei tumulti operai soffocati a Berlino dai carri armati sovietici, divenendo una macchina micidiale nel 1961, con la costruzione del Muro. Dopo questa serie di eventi, la Stasi divenne il braccio armato del Partito, con il compito di arginare lo scarso consenso di quel popolo che la retorica della Stasi esaltava, ma della quale divenne la prima vittima.

Ad inquadrare in maniera scioccante il contesto socio-culturale della Repubblica Democratica Tedesca e la presenza pregnante della Stasi nella vita quotidiana delle persone è il film Le vite degli altri, un'opera cinematografica del 2006 del regista tedesco Florian Henckel von Donnersmarck. La pellicola, ambientata in un 1984 di “orwelliana” memoria, tratta la questione dall'interno: il protagonista è il capitano Gerd Wiesler, incaricato di sorvegliare il drammaturgo Georg Dreyman e di trovare qualsiasi prova che metta in dubbio la sua apparente fede al partito. Gerd Wiesler incarna alla perfezione la condizione di chi si trova a dover fare delle scelte che portano ad un profondo contrasto tra la propria morale e il compito che si ha il dovere di assolvere.

L'apertura degli archivi della Stasi, dopo la fine della Guerra Fredda, mostrò come il soggetto di finzione, nel caso il drammaturgo Dreyman e la sua dolorosa vicenda, non si discosti molto dalla realtà, la quale anzi arrivò spesso a superare di gran lunga la finzione. Così, mentre nella pellicola ad essere oggetto di un controllo serrato è un noto personaggio dell'ambiente letterario, nella realtà venne alla luce che l'amato scrittore della ormai superata DDR, Sascha Anderson, altro non era che una spia della Stasi che aveva comunicato, sistematicamente per anni, informazioni sui propri amici e sugli artisti che frequentava. Il caso che tuttavia fece più scalpore fu quello della nota scrittrice Christa Wolf. Un suo breve libro, intitolato “Che cosa resta” e pubblicato dopo la caduta del Muro, tratta la storia di una scrittrice famosa sorvegliata dalla Stasi. Una storia che gli si rivoltò rovinosamente contro e che rieccheggiò come una sorta di espiazione quando dalla lista dei collaboratori del Ministero uscì anche il suo nome. Per questo motivo la Wolf venne aspramente criticata dal poeta berlinese Uwe Kolbe, il quale a sua volta scoprì di essere stato vittima di un serrato controllo da parte del fratello maggiore che finì per togliersi la vita, prosciugato dai rimorsi.

La lunga lista, svelata agli inizi degli anni '90, portò alla luce un sistema dove oltre 200 mila collaboratori informali avevano posto per anni lo sguardo sugli altri senza risparmiare alcun tipo di rapporto: da quello lavorativo fino a quello familiare. Una struttura talmente radicata che infine porta la linea che separa finzione e realtà ad assottigliarsi inesorabilmente fino a sparire: la Stasi infatti non risparmiò nemmeno lo stesso attore protagonista delle Vite degli altri, Ulrich Mühe, il quale venne spiato per anni dalla seconda moglie e che quando si trovò ad interpretare un ruolo che gli fu sicuramente familiare non dovette far altro che guardarsi dentro.

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