L'ostello londinese di Mark

Ero andata a Londra per lavorare e cercavo un alloggio a buon mercato per i primi tempi. Quell'ostello costava solo undici sterline a notte e si trovava a Islington, in zona uno, nel cuore della città. Perfetto.
Il nigeriano che mi accolse in reception mi squadrò quando gli chiesi di vedere il dormitorio prima di pagare due settimane anticipate di affitto: "Certo che ti piacerà. Non può non piacerti. Non essere ridicola". L'ostello era orribile, ma la gente che conobbi lì era tutt'altro che noiosa. Nel dormitorio feci amicizia con un malesiano di cinquant'anni: lo reputavo una persona misurata e dal cuore d'oro prima che diventasse un credente radicale e mi cancellasse dal suo giro perché io rifiutavo tutte le sue argomentazioni. Mi disse che era stato un alcolizzato anni prima. Passammo delle belle serate insieme in quell'ostello.
Una sera mentre il malesiano ed io chiacchieravamo nella cucina dell'ostello (un minuscolo sgabuzzino con un frigorifero sgangherato, un tavolo zoppo e un forno a microonde tutto incrostato) arrivò Mark, l'egiziano. Aveva solo quarant'anni ma ne dimostrava almeno quindici in più: era completamente calvo e la pelle del suo volto era stata come allentata dal peso di una malinconia che sembrava gocciolare come pioggia sporca dai suoi larghi e tristi occhi. La sua alta e ossuta figura era decadente come un edificio in procinto di essere demolito. Sembrava di sentirlo scricchiolare come la ruggine quando si muoveva maldestramente per l'ostello. " Ho sentito che tu parli tedesco, è vero?", mi chiese. "Sì, parlo tedesco". Diventò mio amico: non gli sembrava vero di poter parlare una lingua che gli inglesi non capivano con una ragazza bianca. "Gli inglesi, tutti bifolchi", mi spiegò. "Razzisti e arroganti. Invece gli italiani, i tedeschi e i giapponesi sono gente per bene. Io ho vissuto in Austria. Brava gente anche loro, non come gli inglesi".

Mark non aveva un lavoro vero e proprio. Diceva di fare manutenzione nell'ostello, ma intanto l'ostello cadeva sempre più a pezzi. Un giorno vennero due poliziotti a fare ispezione e lui si dileguò sulle sue scoordinate gambette con una velocità sorprendente. Mi disse poi che si era ricordato di un impegno, ma di avvisarlo se fossero tornati. Ogni tanto qualcuno lo chiamava al telefono, parlava in arabo per venti minuti,  poi prendeva un bus e andava dall'altra parte di Londra. Tornava ore dopo con contanti che scambiava al bar accanto con birra e sigarette. "Un giorno mi comprerò un ostello", prometteva. "E ci farò entrare solo tedeschi, italiani e giapponesi". Non gli credevo. Pensavo che fosse suonato come quell'altro ragazzo inglese che diceva a tutti di voler comprare mezza Londra e non aveva soldi nemmeno per un piatto di riso.  Mark lo detestava, perché era inglese naturalmente. Vivevano con altri tre senzatetto nello scantinato dell'ostello, su luridi materassi rattoppati. Mark rimaneva lì per ore nel buio più totale anche durante il giorno, fumando compulsivamente.
Una mattina me ne andai dall'ostello perché non ne potevo più del rumore e della gente strampalata che ci viveva: avevo cominciato a lavorare in un ufficio a Liverpool Street e la mancanza di sonno mi rendeva irritabile e depressa. Un giorno Mark mi telefonò per informarmi che aveva acquistato un ostello e mi invitò da lui. Il suo ostello era una carcassa sgretolata che si ergeva su un'autostrada trafficata della periferia di Londra circondata da prati secchi e da palazzi molto trascurati. Le stanze erano piccoli cubi di cemento nudo dove all'odore di tabacco si mescolava quello dell'immondizia. "Ecco la reggia del boss", mi annunciò trionfante Mark conducendomi nella sua camera, un quadrato esattamente uguale agli altri, invaso da letti a castello vecchi e zoppicanti, e con un odore di fumo ancora più pungente. "Come l'hai comprato?", gli chiesi. "Mi dovevano molti soldi, te l'ho detto", rispose lui orgoglioso. Un enorme ragazzo afro-olandese fece irruzione in quel momento pretendendo le cinque sterline di deposito che pare Mark non gli avesse restituito. Mark tentò debolmente di controbattere ma il pugno alzato dell'olandese fu più convincente dei suoi tremolanti argomenti: Mark sborsò e il giovane se ne andò imprecando. "Maledetti olandesi", si sfogò Mark. "Venire a fare i duri con me. Non sanno chi sono io. Degni cugini di quei bifolchi di inglesi". "Ma ora sei felice?". Notai che indossava abiti puliti, non più i jeans macchiati e la maglietta bucata che portava prima. "Sono il capo, ora", sorrise contento Mark. "Decido io chi entra e chi esce, sono il capo e mi vesto da capo". Tornai solo un'altra volta a trovarlo, prima che lasciassi Londra quello stesso anno.
Un giorno mi chiamò un mio ex collega di lavoro chiedendomi di Mark. Era stato ospite nel suo ostello, ma dopo essere tornato dalle vacanze lo aveva trovato vuoto. I vicini gli avevano detto che la polizia un giorno l'aveva chiuso per ragioni legali, igieniche e di sicurezza. Quando Mark si era messo a urlare e a protestare che lui era il capo lo avevano arrestato. Non seppi niente di lui per due anni, e mai mi raccontò cos'era successo esattamente. Ora non abito a Londra e non so come vive Mark. Ma lui insiste nel dire che è proprietario di una catena di ostelli e a intervalli regolari mi chiede se conosco italiani, tedeschi e giapponesi a Londra da mandargli come ospiti.

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