Lungo il recinto a prova di coniglio

«Oggi onoriamo i popoli indigeni di questa terra, le più antiche culture ininterrotte nella storia umana... Riflettiamo in particolare sui maltrattamenti di coloro che erano le generazioni rubate, questo capitolo vergognoso nella storia della nostra nazione... Chiediamo scusa per le leggi e le politiche di successivi parlamenti e governi, che hanno inflitto profondo dolore, sofferenze e perdite a questi nostri fratelli australiani. Chiediamo scusa in modo speciale per la sottrazione di bambini aborigeni e isolani dello stretto di Torres dalle loro famiglie, dalle loro comunità e le loro terre”.

                                                                                                                                  (Kevin Rudd - Premier australiano )

Queste le parole che nel maggio del 2008 aprirono in Parlamento la decima edizione di quello che in Australia è conosciuto, a partire dal 26 maggio del 1998, come il “Sorry Day”. Un'ammissione di colpevolezza che tentò di riparare ad uno dei casi di razzismo tra i più bui nella storia moderna e contemporanea, ossia il massacro del popolo aborigeno da parte dei colonizzatori britannici. All'interno di un contesto dove la popolazione autoctona venne decimata dal fervore omicida dell'uomo bianco e dalle malattie che questo portò nella grande isola australe, una vicenda particolarmente grave e rimasta per anni nell'ombra è quella dei giovani aborigeni meticci, ricordati oggi come la “generazione rubata”.

La decimazione della popolazione aborigena prese le mosse dalla colonizzazione inglese, iniziata al tramontare del XVIII secolo: insieme all'arrivo di individui provenienti dall'altro capo del mondo arrivarono, infatti, anche malattie sconosciute (come vaiolo, influenza e morbillo) rispetto alle quali la popolazione autoctona era priva delle necessarie difese immunitarie. Un massacro che poi si intensificò con il crescere delle pretese dei nuovi abitanti i quali, man mano che dalle coste si addentrarono nell'arido outback australiano, depredarono gli aborigeni delle loro terre e li massacrarono con omicidi sommari e con l'avvelenamento di acqua ed alimenti. Uno sterminio più sottile, ma allo stesso tempo più bieco, fu invece quello che prese forma nell'ultimo decennio del XIX secolo e che si sarebbe protratto fino agli anni 70' del secolo scorso. Mentre varie zone dell'Australia iniziavano ad essere utilizzate come colonie penali ed altre venivano destinate ai grandi allevamenti delle specie animali che erano state portate dal continente europeo, un problema per gli inglesi iniziò ad essere quello dei bambini meticci, spesso figli di madre indigena e padre bianco. Con il malcelato obiettivo di eliminare un'etnia considerata inferiore, mentre gli autoctoni purosangue venivano confinati in apposite riserve, i figli di unioni miste venivano strappati alle loro famiglie e cresciuti da famiglie bianche o in “orfanotrofi”. Una politica che, da un lato, causava la dispersione di intere comunità in un Paese immenso, troncandone la trasmissione di cultura, costumi e tradizioni con la conseguente grave perdita della memoria collettiva; e che, dall'altro, cercava di “depurare” di generazione in generazione la componente aborigena dei giovani, permettendogli di accoppiarsi solo con i bianchi.

Un'altro problema che gli inglesi dovettero affrontare, all'incirca nello stesso periodo, fu l'enorme proliferazione dei conigli che, insieme a bovini e ovini, erano stati da loro introdotti nell'habitat australiano. Per risolvere il problema decisero di costruire la Rabbit- Proof Fence, una recinzione che, tagliando il continente da Nord a Sud, limitava la razzia delle terre coltivate. La deportazione dei bambini meticci e la parallela costruzione della recinzione per conigli trovano come punto d'intersezione la vera storia di tre bambine, divenuta nota negli ultimi anni grazie al regista australiano Phillip Noyce che l'ha portata nel grande schermo. La storia è quella di due giovani sorelle, Molly e Daisy, e della loro cuginetta Gracie, che nel 1931 vennero prelevate dall'insediamento di Jigalong per essere deportate nel centro rieducativo di Moon River. Riluttante verso le imposizioni prescrittele e maldisposta a farsi sottomettere dalla rieducazione occidentale, Molly, la più grande delle tre, decise di scappare per tornare al suo villaggio. Convinte sorella e cuginetta, le tre bambine scapparono una notte piovosa e si misero in marcia. Intrapresero così un viaggio avventuroso tra foreste e deserti, braccate dalla guida aborigena di Neville (il responsabile del programma di tutela dei bambini meticci) come fossero selvaggina. Una caccia legittimata dalla legge sulla flora e la fauna che fino al 1967 avrebbe disciplinato i diritti degli aborigeni, ponendoli alla stregua di una specie nociva da cacciare. Ma se nella sfida animale tra predatore bianco e preda indigena ad avere la meglio sulla piccola Gracie fu il cacciatore, per ironia della sorte fu lo stesso cacciatore ad offrire la miglior bussola alle prede ancora libere per tornare alla tana. Le due sorelline infatti, individuata e raggiunta la Rabbit-Proof Fence (che dà il titolo originale al film), iniziarono un'odissea di 1500 miglia percorse a piedi nudi lungo il recinto a prova di coniglio che le condusse finalmente a destinazione.

Un lieto fine che simbolicamente restituì un po' di quella memoria collettiva aborigena che stava inesorabilmente svanendo: Molly ebbe infatti due figlie da un uomo aborigeno, una delle quali avrebbe narrato in seguito la storia della madre nel romanzo “Follow the Rabbit-Proof Fence”, da cui la trasposizione cinematografica di Noyce. Un lieto fine che tuttavia non può togliere l'amaro in bocca per gli oltre centomila bambini della “generazione rubata” e per la loro comunità, alla quale poco o nulla è stato restituito dalle vane e tardive scuse del governo australiano.

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