L'UOMO CHE MISE IL PASSAPORTO NEL MICROONDE

Atterro a Belgrado una sera di fine marzo. La strada vicino all'ostello è stretta e affollata, la luce squillante dei lampioni sembra renderla ancora più gremita, riempiendo i pochi spazi non occupati da persone o oggetti. Il tassista parla ininterrottamente in un inglese imperfetto ma fluente, come se volesse istruirmi sull'intera storia della Serbia contemporanea nei pochi minuti che trascorriamo insieme. "Enjoy Serbia", mi sorride dandomi una pacca amichevole sulla spalla quando salgo le scale dell'ostello.

Il salotto comune dell'ostello è illuminato da lampade fioche e aranciognole, che gettano luci non troppo dissimili da quelle della strada e conferiscono al locale un aspetto decisamente crepuscolare, che ha un suo fascino. Ci sono pochi ospiti, quasi tutti ragazzi, che leggono libri e scrivono al portatile in un silenzio quasi assoluto. Appena mi siedo su una poltrona libera, però, un giovane si avvicina a me e comincia a parlare. "Da dove vieni?", gli chiedo. Negli ostelli questa è quasi sempre la prima domanda, e certamente la più frequente. "Sono un cittadino americano, mi chiamo Joe", risponde lui, "ma sono arrivato qui dall'Ucraina. Ho conosciuto una spia russa, perché a Kiev c'è la guerra, lo sai?" Il modo in cui mi fissa, con i suoi scuri occhi strabici, ha qualcosa di comico. Non è per via dello strabismo, ma per l'insieme del suo volto e delle sue espressioni, nonché per il bizzarro ciuffo ribelle che molleggia ritmicamente sulla sua fronte quando si muove. "Ah sì? Te l'ha detto lui?", lo assecondo. Anche se non lo conosco ancora, ho la forte impressione che al ragazzo manchi più di una rotella. Annuisce. "Sì, me l'ha confessato. Ma io l'avevo capito comunque".

Cominciamo a parlare dei nostri viaggi. Alcune persone si siedono con noi, perché la conversazione sta prendendo una piega interessante e a tratti quasi farsesca. "Una volta sono stato derubato da un maiale, in Sud America", racconta Joe. Tutti i presenti scoppiano in una fragorosa risata. Anche Joe ride. "Sul serio. Eravamo in Colombia, e questo maiale è entrato nel cortile dell'ostello e noi abbiamo lasciato la stanza per andare a vederlo e quando siamo tornati i nostri zaini erano spariti". Le risate aumentano. "I maiali sono animali molto intelligenti, lo sapevate?", spiega Joe con un fare erudito che lo rende ancora più buffo. "Era chiaramente complice di quelli che ci hanno derubato. Ci ha distratti, lo ha fatto apposta, e noi come dei fessi siamo caduti nella trappola. Del resto, non si incontrano tutti i giorni dei maiali delinquenti". Nessuno lo contraddice. "La cosa più bella, però, è che mi hanno rubato il passaporto". Lo fissiamo senza capire. "In che senso?", gli chiede qualcuno. "Nel senso che in ogni passaporto c'è un microchip, giusto? Quindi i nostri governi, e attenzione, sto parlando di TUTTI i governi, ci spiano e ci seguono in ogni momento. Quando il maiale mi ha rubato il passaporto, io sono sparito dai radar della Casa Bianca. Finché non me ne hanno dato uno nuovo, almeno. Mi sono informato, non guardatemi così". Joe sembra credere ciecamente in quello che sta dicendo. "Infatti poi ho deciso di mettere il mio passaporto nel microonde e l'ho scaldato per un minuto. Così il microchip si fonde, io sparisco dai radar ma posso viaggiare lo stesso". "Ma è un'idea geniale. Io non ci sarei mai arrivata", non riesco a fare a meno di commentare con sarcasmo. "Beh, puoi farlo anche tu", suggerisce Joe, "c'è un microonde proprio là in cucina. Prendi il tuo passaporto, ce lo metti dentro, lo scaldi per un minuto e poi sei a posto, libera, sparita dall'occhio di falco di Bella Italia che ti segue dappertutto. Funziona davvero, pensaci". "Ci penserò", rispondo, scambiando sguardi ammiccanti e risate soffocate con il resto dei presenti.

Parliamo e ridiamo fino a tardi. Quando viene il momento di andare a domire, scopro che Joe è nel mio dormitorio. Verso le sei del mattino vengo svegliata dalla sua voce. E' seduto sul suo letto, il volto illuminato dallo schermo del cellulare e gli occhi strabici che vagano per la stanza in penombra, mentre registra un messaggio di cinque minuti con le labbra attaccate al microfono del dispositivo. "Che cosa stai facendo adesso?", gli chiedo incuriosita e vagamente irritata. "Sto raccontando un sogno che ho appena fatto. Sennò me lo dimentico. Non mi piace dimenticare i miei sogni, così me li registro tutti quanti appena mi sveglio e così non me li dimentico di sicuro". "Dev'essere un sogno molto interessante", rispondo. "Non ne hai nemmeno un'idea", sorride lui, "è molto originale, come tutti i miei sogni. Sono una persona creativa, io". "Certo, non lo metto in dubbio".

Ognuno esce e visita la città di Belgrado per conto suo, ma Joe ed io decidiamo di incontrarci in ostello la sera per andare a bere una birra insieme. "Così continuiamo a parlare dei nostri viaggi", dice lui, "non ho mica finito di raccontare tutto ieri sera". "Non vedo l'ora", rispondo, pregustandomi un'altra indimenticabile, esilarante serata.

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