MA 'NDO VAI SE LA CULTURA NON CE L'HAI

Mentre faccio colazione apro il sito web di una famosa testata giornalistica italiana per dare un'occhiata alle news, siccome è lunedì e benché sia agosto qualcosa al di là dei soliti botta e risposta di politici che si azzuffano tra Costa Smeralda e Formentera a colpi di twit speravo di trovarlo, ma niente. Scorro le pagine, cambio più volte quotidiano, mi ostino cercando su siti settoriali ma niente di che. Inizio a irritarmi, capisco che è la settimana di ferragosto ma che i "giornalisti" si godano le ferie preferendo le diete a zona last minute piuttosto che magari analisi più approfondite di temi caldi trattati fino a qualche settimana fa che vadano oltre ai tristi reportage sulle note vicende legate a locali notturni e droga non mi va proprio a genio.

Arrovellandomi su come poter aggirare il problema evitando quegli stessi articoli standard di basso livello, mi imbatto in un titolo che mi fa riprendere un poco di speranza: "Renzi può anche mettere 12 miliardi sulla banda larga ma senza una svolta culturale rischiamo di restare indietro". A parlare è Gian Antonio Stella, scrittore e giornalista italiano. La tematica a cui si ricollega è semplice: da statistiche tratte un po' dall'ISTAT, un po' dall’Osservatorio Confesercenti e soprattutto dal Travel & Tourism Competitiveness Index l'Italia risulta così posizionata turisticamente parlando:

133º posto per competitività dei prezzi, 35º per l’uso di Internet e tecnologie, 48º per la sicurezza, 70º per qualità delle infrastrutture del trasporto aereo, 123º per efficacia del marketing nell’attrarre i turisti.

Calcolando che nel nostro Paese ci sono ben 51 località riconosciute come siti Unesco (e in questo siamo primi al mondo), anche se dall'articolo di Stella - che potete leggervi qui - si coglie, soprattutto a livello statistico e sul piano della carenza di strutture e internazionalizzazione, il divario che c'è tra noi e altri Paesi (più cari, meno appetibili e così via), l'analisi che propongo è un pelo più approfondita.

Mi soffermo su due dati interessanti che cercherò di riprendere a breve:
1. La sola Sicilia ricava dal turismo circa 5 miliardi di dollari in meno della Norvegia (fonte WRRC)
2. Nonostante ci troviamo in pieno picco da travel-mania, siccome negli ultimi decenni abbiamo assistito al più grande boom turistico di tutti i tempi, con un numero di viaggiatori quasi triplicati dal 1990 ad oggi (da 440 milioni a un miliardo e 138 milioni nel 2014) l'Italia non sembra essere minimamente inclusa in questo trend di crescita (fonte Osservatorio Confesercenti).
Sono tuttavia dati in totale contrasto, soprattutto leggendo poi i commenti all'articolo e ai relativi hashtag  Twitter (#peggiodellanorvegia) e, mentre rosico per le vostre foto al mare, mi chiedo se è corretto associarmi ai tanti di voi che gridano a gran voce che è soltanto il divario digitale e culturale a bloccare questo "traffico" che potrebbe seriamente risanare le sorti di un Paese sull'orlo del tracollo.

Non ho esperienze di viaggio in ogni continente, ma siccome di quel che c'è "fuori" ho visto, molte delle segnalazioni trovano effettivamente riscontro nelle mie esperienze di viaggio: dalla banale conoscenza di un inglese di base, alle regole della buona ospitalità, all'assenza quasi totale di presenza online fino ad arrivare alla tutela e alla promozione di beni storici e culturali che farebbero gola a qualsiasi appassionato o turista interessato (di rimando, se siete coraggiosi, ecco un altro articolo che parla dello stato delle cose a Pompei ormai simbolo dell'Italia in rovina).

I commenti che tuttavia mi sembrano abbastanza fuori luogo sono quelli inerenti al Sud d'Italia. Ovviamente sarebbe ipocrita pensare che lo sviluppo culturale a favore del turismo per dei piccoli centri rurali che fino a dieci anni fa vivevano di agricoltura e pastorizia possa essere pensato così dall'oggi al domani, ma ci terrei a precisare un paio di cose: in primis la gente del sud non avrà cultura turistica, annegherà nei disservizi e quant'altro, ma nei miei viaggi ho sempre trovato un'umanità e una dimensione familiare riscontrabile soltanto dall'Umbria in giù. Inoltre,  se pensate che al "nord" le cose vadano meglio, vi sbagliate di brutto.

E in questo caso quel che tuttavia non riesco davvero a capire è come città quali Roma, Milano, Firenze, Venezia siano escluse dagli stessi problemi che affliggono il meridione: trasporti che definire ridicoli è fare un complimento (taxi e treni in primis, ma anche con gli autonoleggi non si scherza), bilinguismo rarissimo, hotel quattro stelle che non vengono rinnovati dal tempo di Carlo Codega, percorsi turistici lasciati alle guide turistiche spesso abusive o comunque nemmeno segnalati. Credetemi: girate per Milano un pomeriggio e verrete fermati ogni 2 o 3 minuti per richiedere indicazioni, nella speranza che la vostra giovane età corrisponda almeno a un livello di inglese decente. E parliamo di città dove il "turismo" non è cosa nuova anzi, che sono più di cent'anni mete ambite e simboli dallo straniero che vuole farsi la tipica "Vacanza all'italiana".

Mi inserisco direttamente riprendendo il titolo dell'articolo di Gian Antonio Stella dove critica la scelta forse strategica di Renzi di promuovere la banda larga sottolineando che non solo questa mossa a mio avviso  non avrà alcun impatto sulle entrate statali derivanti dal turismo soprattutto laddove non vi è cultura - ahimè ovunque -  e che invece sarebbe quello su cui l'Italia dovrebbe puntare per non affondare definitivamente.

E se proprio non ci si riuscisse, prendiamo esempio da Grecia e Spagna, smettiamola di accanirci con le località balneari di punta - Rimini, Riccione, Versilia, Liguria e Puglia - e creiamo un turismo magari non sano ma quantomeno redditizio e alternativo.

Quindi in fondo, che senso ha quindi investire soldi pubblici per un servizio di "banda larga" per gli italiani - che non sanno per il 38% nemmeno utilizzare internet, figuriamoci farsi promozione su esso, senza prima fornire alla vecchia maniera (corsi finanziati dalle province & co) degli strumenti e soprattutto delle informazioni corrette, gratuite e libere per chi il turismo lo sa fare benissimo ma che non è rimasto al passo coi tempi e quindi non riesce di certo a rimettersi in gioco nella sempre crescente competitività - anche alla luce di imbrogli, fregature, ruberie del "Made in Italy" e porcate affini.

Però dai, è quasi ferragosto, siamo tutti in ferie, e possiamo tutti chiudere un occhio: dopotutto come farebbe altrimenti Salvini a twittare da Porto Cervo l'ennesima frase ad effetto sugli immigrati giusto per dare quella spinta al turismo che all'Italia proprio mancava?

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