Macbeth: Justin Kurzel, il neon-barocco rosso sangue LSD

Che nessuno nato da donna possa uccidere Macbeth è risaputo sin da inizio ‘600, e che il valoroso MacDuff fosse stato strappato al ventre materno prima del tempo è altrettanto noto.
Nel susseguirsi secolare di reinterpretazioni cinematografiche della tragedia di Shakespeare (che hanno visto agire dietro la macchina da presa Orson Welles nel 1948, il maestro Akira Kurosawa con Il Trono di sangue, nel 1957, Roman Polanski nel 1971, e tanti altri dopo di loro) nessuno spettatore si attenderà colpi di scena o pindariche rivisitazioni del finale, perché la tragedia di Macbeth si è ormai consolidata agli occhi del pubblico come una delle più alte manifestazioni artistiche della bramosia di potere individuale e dell’ineluttabilità del destino. Ogni gesto, ogni azione della tragedia, dalla profezia delle streghe all’efferato regicidio, dal rapporto tra l’anti eroe e Lady Macbeth, tutto converge verso l’unione di questi due piani metaforici, in una storia che, come la maggior parte delle opere di Shakespeare, risulta ancora oggi sincera, non banale e, se contestualizzata, capace di grande potenza emotiva.
Se non ci si aspetterà novità nella trama, si cercherà quindi una collocazione contemporanea, almeno dal punto di vista stilistico/visivo, che possa coinvolgere lo spettatore in un’atmosfera sognante e drammatica, brutale quanto i significati espliciti delle azioni messe in scena.
E Justin Kurzel ci è riuscito alla perfezione.
Se all’uscita dalla sala lo spettatore dovesse sentire la vista pesante, gli occhi bruciare, e percepire una generale acidità trapassargli il corpo, non dovrebbe sorprendersi, in quanto l’impianto visivo confezionato dal regista e dal direttore della fotografia Adam Arkapaw è ai limiti dello strabiliante. Una struttura estetica terribilmente moderna, così moderna da risultare quasi atipica, non ancora istituzionalizzata, chiaramente ispirata ai paesaggi neon-barocchi di quella mini epopea medievale che è Valhalla Rising (2009) di Nicolas Winding Refn (un riferimento che non tutta la critica cinematografica sembra aver colto, nonostante sia ragionevolmente esplicito).

La fotografia si alterna quindi tra ambientazioni cupe, a lume di candela, riservate spesso ai dialoghi e all’introspezione psicologica dei personaggi, a paesaggi allucinati dai colori caldi e saturi, dove si svolgono la maggioranza delle azioni, fino allo splendore visivo del finale, dove il fuoco di un incendio tinge il cielo di un rosso sangue LSD, in una delle sequenze più alte degli ultimi anni di cinema. I corpi sembrano muoversi su un solo piano di colore bidimensionale, ombre capaci di dispiegarsi come i personaggi di flatlandia su un cartoncino allucinogeno. Sinuosi e irruenti. Contemporanei.
Una scelta chiara, quella di alternare cupezza e tripudi di colore, volta alla miglior rappresentazione dell’instabilità del protagonista, preso tra la bramosia di potere, il senso di colpa e i desideri di una moglie crudelmente ambiziosa. Una Scozia che viene modellata sulla psiche del personaggio, come se l’ambiente si plasmasse sui pensieri malati e funerei di Macbeth stesso, non restituendo la realtà, ma una visione spaziale interna, aleatoria, in un gioco al confine tra reale ed immaginario.
E proprio sui due personaggi principali, e non poteva che essere così, vista la fedeltà mantenuta al testo (dal punto di vista dei dialoghi), si concentra la telecamera di Kurzel, nel loro rapporto erotico basato sulla sottomissione prima dell’uno, poi dell’altro; sul continuo fomentare l’ambizione del marito da parte di Lady Macbeth, e sulle paure del protagonista.
Marion Cotillard compie una delle sue migliori interpretazioni, nell’arco di un’intera carriera, coadiuvata da una tenebrosità nello sguardo che le è tipica anche nella posa più statica e ad una gestualità mai eccessiva, nonostante la teatralità richiesta. Una parte che le è giustamente valsa la nomination al Golden Globe come miglior attrice non protagonista.
Michael Fassbender si conferma un attore di qualità eccelsa, calato alla perfezione nei panni di Macbeth con il suo fisico scultoreo e un volto tormentato, cornice di due occhi capaci di iniettarsi della follia più dolorosa e della rassegnazione più totale. Sin dalle prime scene, l’attore mostra chiaramente il tormento di un uomo valoroso ma che in seno cova un'insoddisfazione latente e una generale privazione di appagamento.

Una coppia di attori straordinaria al servizio di un regista capace, che farà parlare di sé anche nel futuro più prossimo, che ha diviso il pubblico con una rappresentazione audace e non intimorita di un classico della letteratura teatrale che è diventato un classico anche del cinema. Una visione personale e squisitamente autoriale di cui il cinema ha disperatamente bisogno, ma che pare aver indispettito i puristi della rappresentazione classica.
Eppure i meriti di Kurzel sono tanti, tantissimi.
In un cinema che sembra aver perso la necessità sperimentale che ha sempre mosso, e che dovrebbe tutt'ora muovere l'arte, appiattitasi su canoni estetici consolidati e standardizzati a favore di logiche di mercato che vedono un generale livellamento dell'offerta e, tristemente, anche della domanda, il regista australiano si è reso autore di una grande opera che dovrebbe essere un punto di partenza per molti registi del cinema hollywoodiano.
E anche se gli occhi dovessero bruciare un po', ne varrebbe la pena.

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