“Magic Mike XXL”

Confesso di nutrire molta simpatia per Channing Tatum. L’ho notato nel 2006 - ai tempi di “Step Up” e di “Guida per riconoscere i tuoi santi” - continuando in seguito a vedere tutti, o quasi, i suoi film. Mi piace seguire l’evoluzione di un attore sin dagli esordi e mi comporto sempre in questo modo quando ne individuo uno interessante. E se mi accorgo di lui prima del grande successo, annoto nella mente di intraprendere la carriera di talent-scout cinematografico nella prossima, eventuale vita. Mi è già successo - ne cito solo alcuni - con Tom Cruise (“I ragazzi della 56^ strada” e “Risky Business”, 1983), Johnny Depp (“Nightmare”, 1984), Tom Hanks (“Splash” e “Bachelor Party”, 1984), Matt Damon (“Scuola d’Onore”, 1992), Charlie Hunnam (“Abandon”, 2002). Da parte sua, però, Channing Tatum mi trasmette, come valore aggiunto, un senso di spontanea simpatia, in grado di lasciarmi uscire dal cinema pieno di positività; anche quando la delusione rende un po’ amara l’avvenuta visione.

A tre anni di distanza da “Magic Mike” (2012) torna il personaggio di Michael Lane, ballerino spogliarellista di punta in uno strip club, divenuto nel frattempo titolare di una falegnameria con un dipendente. Deciso a non sentire il peso della solitudine, dopo essere stato lasciato da Broke, si riunisce ad alcuni ex colleghi di palcoscenico per viaggiare fino a Tampa e dare vita ad un ultimo, memorabile show di steap-tease.

Purtroppo, il secondo capitolo è molto diverso dal primo ed il cambio di regìa modifica nella struttura, sia la storia, sia i personaggi. Se nel film di Steven Soderbergh si narrava il sogno americano di un gruppo di giovani uomini, la reazione costante ed eccitata del pubblico femminile davanti a uomini che si spogliano, il ritratto degli U.S.A. contemporanei in piena povertà morale, in questo di Gregory Jacobs non si racconta proprio nulla, perché il fine sembra essere solo quello di mostrare muscoli scolpiti e corpi oliati. Anche se il divertimento non manca, la scarsa profondità narrativa, l’insignificante dimensione psicologica dei protagonisti ed il racconto poco convincente, lasciano un segno maggiore nello spettatore. Un peccato, perché le occasioni finalizzate ad ambire a qualcosa di più non sarebbero mancate: dal Mike sentimentalmente ferito, al Ken in versione terapeuta reiki, dalle casalinghe disperate capitanate da Andie MacDowell, alla ex di Mike interpretata da Jada Pinkett Smith. Intelligente la strizzatina d’occhio al mondo gay: la presenza del bravo Matt Bomer (sposato dal 2011 con il pubblicitario Simon Halls), infatti, risulta più che sufficiente per richiamare l’attenzione di quel determinato pubblico, evitando di ricorrere ai banali eccessi, alle consuete ambiguità ed ai desideri omosessuali repressi già visti troppe volte. Il film dura 130 minuti: un po’ troppi, specialmente nella parte centrale.

Consigliato a: chi guarda senza pensare, chi vede senza porsi domande. Voto: 6.

Alessandro

Da Riccione col furgone.

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